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Il Mediterraneo è una specie di campo di battaglia. Oltre ai fronti di guerra veri e propri che attraversano il nostro stagno, i governi europei, spesso con il consenso delle opinioni pubbliche, si attrezzano con muri materiali e immateriali per chiudere, allontanare, distinguersi dall’«altra» sponda. L’Unione europea, malgrado la retorica delle occasioni rituali, ha sposato in pieno la strategia «securitaria». Quando era commissario a Bruxelles, Franco Frattini si è impegnato a fondo per sviluppare tale strategia ed è verosimile che dalla Farnesina andrà avanti sulla stessa strada fiancheggiando i colleghi degli Interni e della Difesa. In tanto fragore di armi e di divieti, una ventina di intellettuali di buona volontà vanno contro corrente e si interrogano se e come il Mediterraneo possa trasformarsi nel «luogo» di un’opzione politico-culturale che permetta all’Europa di sganciarsi dalla complicità con le strategie belliciste del grandealleato e da un atlantismo che tradisce sempre più le sue ascendenze imperiali per soccorrere i paesi della fascia araba senza ripetere gli equivoci dell’«internazionalismo umanitario» e di sviluppare un progetto per uscire in avanti e non a ritroso da un capitalismo rapace e inquinante. Troppe ambizioni? Forse, ma il tentativo è nello stesso tempo suggestivo e realistico. Conflitti secolari La scelta compiuta da Franco Cassano e Danilo Zolo, un sociologo e un filosofo del diritto, con l’ausilio di bravi collaboratori in una prospettiva multidisciplinare, è, nel volume L’alternativa mediterranea (Feltrinelli, pp. 660, euro 40), di rovesciare la prospettiva in cui si muove la politica europea e quella italiana. Invece di misurarsi sui singoli problemi, il volume cerca di costruire una trama generale con il Mediterraneo come protagonista, senza nessuna attitudine autoconsolatoria. Semmai gli autori prendono atto di una specificità che predisporrebbe all’integrazione ma che invecemostra un divario crescente tra le due sponde dello stesso mare non più padroneggiabile con le vecchie ricette. Lo spazio unitario si è diviso, la koiné culturale e civile sembra irrimediabilmente scissa, la diversità è percepita come una minaccia. La demografia, che potrebbe favorire l’incontro, allo stato attuale congiura invece contro la pace. L’autoritarismo, la violenza degli identitarismi, la disuguaglianza di saperi e poteri, i dubbi sulla supremazia del progresso individualistico rispetto a un comunitarismo apparentemente «antico» sono dunque i temi analizzati nel volume, all’interno però di un quadro che vede in primo piano il terrorismo e l’esportazione armata della democrazia. La storia del Mediterraneo è intimamente contraddittoria. Gli autori lo sanno, anche se fra di loro non abbondano gli storici. Fernand Braudel, con il suo pluralismo culturale, deve fare i conti con Henri Pirenne e la sua tesi sulla cesura introdotta nel Mediterraneo dalla conquista araba. Anche ilcolonialismo e la decolonizzazione sono materia incandescente. Zolo ha ragione a schierare Camus insieme a Braudel come interpreti di una mediterraneità inclusiva. Torna in mente tuttavia la polemica senza esclusione di colpi che contrappose l’autore de L’homme révolté a Jean-Paul Sartre sul modo di impiegare la storia nelle rivendicazioni della non-Europa o anti-Europa. Erano gli anni della guerra di liberazione in Algeria, un paese da considerare certo epitome della fuoriuscita dall’era coloniale, ma sopratutto come grande occasione mancata. In Algeria, infatti, il colonialismo francese rappresentò una violenza inaudita - fra proletari nordafricani arruolati nell’industria e nei servizi della metropoli e élites arabe desiderose di assimilare (se non di essere assimilate, come pretendeva la dottrina elaborata a Parigi) - ma produsse fenomeni di ibridazione (ai quali Cassano ha dedica pagine molto efficaci, benché non riferite espressamente all’Algeria) che non erano destinatinecessariamente a svanire con la fine del dominio europeo. Fu l’esodo in massa dei pieds-noirs, sorprendendo gli stessi estensori dell’accordo di Evian, che si erano infatti premurati nel fissare diritti e doveri, a sancire che dove c’è Europa non ci può essere arabicità, islam, autonomia culturale e viceversa: dove c’è riscatto dai soprusi imperialistici dell’Occidente non ci può essere Europa. È questa dicotomia fra due concezioni di «indipendenza», che a suo modo si ripresenta anche in Israele-Palestina, a impedire la realizzazione di una politica mediterranea fatta di convergenze e complementarità se non di unità. Il dialogo euro-mediterraneo è affrontato e riaffrontato in molte delle sezioni in cui è diviso il libro di Cassano e Zolo. Nessuno degli autori lo considera un successo. Eppure tutti continuano a ritenere la sfida abbozzata a Barcellona nel novembre 1995 sul mediterraneo come luogo di incontro un punto di non-ritorno, che andrebbe ripreso, rielaborato, rilanciato.Barcellona è o era un quadro istituzionale che in teoria doveva essere usato per il cattivo tempo e non solo per il bello. Sembrava che l’Europa si fosse accorta di non potersi realizzare senza riconciliarsi con la sua culla. Il Mediterraneo, teatro di tante tragedie, ha nel suo patrimonio storico il segreto della pluralità in contrasto con le angustie della modernità occidentalistica. Ed invece prevalgono altre pulsioni e il dibattito politico, dissociato come non mai dal discorso culturale, ha imboccato un binario morto. Colpisce il guizzo di un dolente Predrag Matvejevic, fra disilluso e disperato, che pensa al recupero della Russia. Ma quale Russia? Risentimento in crescita L’idea ricorrente nel libro è che l’alternativa mediterranea passi per una qualche forma di disgiunzione fra l’Occidente Europa e l’Occidente Stati Uniti. Si può partire dai valori o dagli interessi economici, il risultato non cambia. Non è infatti solo una questione delle piccole rivalità di cui si puòoccupare il Wto in uno dei suoi rounds. In gioco ci sono principi basilari che hanno a che fare sia con l’inizio della nostra storia che con gli obiettivi di adattarla alla nuova realtà del mondo. Il libro sconta un’impostazione prescrittiva e non si rassegna al duro responso dei fatti. Così, abbandonato il partenariato policentrico, come nota nel suo bel saggio Bruno Amoroso, torna il «confine», uno dei segni distintivi del colonialismo. Allo stesso tempo, Stefania Panebianco ricorda doverosamente che l’Ue ha un modello di sicurezza diverso da quello statunitense, che la potenza egemone deve ridefinire i rapporti ormai logori con gli alleati europei e che certi eccessi possono contribuire al declino dell’America. Eppure l’Europa esprime una faziosità politica nelle sue relazioni mediterranee che la porta a modificare le sue «regole di ingaggio» in direzione della guerra, alimentando così l’altrui risentimento. Né le destre né le sinistre dispongono di una risposta convincente allacrisi della globalizzazione e si limitano a difendere i privilegi scambiandoli per «sicurezza». Non sarà un epitaffio delle motivazioni, generose senza essere candide, che ispirano lo sforzo di Cassano e Zolo, ma alla fine pesa l’assunto su cui è imperniato l’intervento conclusivo di Samir Amin: «Se si accetta la logica della mondializzazione, si accetta di dare la priorità o l’esclusività agli interessi del capitalismo dominante».de Il Manifesto
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