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Dalla guerra reale a quella raccontata. "Il resto è silenzio" di Chiara Ingrao. |
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di Martina Calluso
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"Il resto è silenzio"(edito da Baldini Castoldi Dalai) torna sulla ferita delle guerre jugoslave. ci colpisce con questo romanzo la voce narrante, infatti prende vita sulla pagina, l’eterna vicenda di Tebe, di Antigone e di Ismene, di tutte le guerre e di tutte le sorelle e i fratelli che le hanno attraversate, e della nostra colpevole cecità. Cominciamo dall’inizio. Quando nasce il tuo romanzo? Il romanzo nasce negli anni della guerra nella ex Jugoslavia. Nasce da un’esperienza quindi, quella che mi ha visto impegnata con il movimento pacifista. Il romanzo nasce innanzitutto da una mia urgenza interiore. Un’urgenza che è stata però frenata a lungo. Il resto è silenzio non è stato pubblicato immediatamente. Dietro quelle pagine c’è innanzi tutto una trama di esperienza e di letture. Stai parlando del Ciclo di Tebe? Si, esattamente. Ho trovato la trama del romanzo incompleta per molto tempo. Ed ho trovato la risposta a questa incompletezza nel Ciclo di Tebe, in particolar modo nella storia di Antigone, che io ritengo essere una storia di pacifismo anti litteram. Inoltre nel ciclo di Tebe è raccontata una storia di violenza e di guerra fratricida, identica a quella della guerra in Jugoslavia ma anche di altre guerre contemporanee. Il resto è silenzio è una storia vera? Cioè quanto c’è di autobiografico? La storia è inventata, ma filtra tutta la mia esperienza. Cioè ho voluto raccontare questa storia anche per raccontare la realtà di quegli anni, le storie che in quegli anni si sentivano e potevi incrociare ogni giorno. Ultimamente c’è sempre una maggiore paura dell’altro. Come si può vincere questo fenomeno? Si può vincere soltanto attraverso un gesto semplice ma complesso al tempo stesso: la conoscenza dell’altro. Ma non solo anche attraverso il recupero di una dimensione solidaristica e collettivistica che si è persa da molto tempo e che la stessa sinistra ha perso da molto tempo. Tu che sei una delle figure più importanti del pacifismo italiano È una critica non del tutto falsa. Ma come tutte le cose anche questo tema va trattato con una certa complessità critica. Molto spesso si è criticato il fatto che si manifestasse molto e si facesse poco. In realtà però non è stato così. Si è fatto anche tanto e non lo si è sempre ostentato. Si è ad esempio cercato di sostenere delle pratiche di convivenze che il ex Jugoslavia già conoscevano, perché lo vivevano ad esempio con i matrimoni misti. Il punto era contrastare un uso strumentale dell’etnia e molto spesso ci siamo sentiti impotenti di fronte ad una violenza inaudita. Anniversario del 68. Come commenteresti l’idea di legarlo soltanto alla violenza della politica? È assolutamente un errore storico. Il sessantotto e gli anni successivi sono stati pieni di idee nuove, di spinte culturali variegate. È stato il tempo dellalotta femminista, dei movimenti. La degenerazione c’è stata ma dire che quelli sono stati solo gli anni delle bombe e della violenza è fare del revisionismo spietato. Si parla spesso di ritrovare i valori, ma quali sono questi valori, e come si devono affermare? Primo tra tutti la pace. Poi la tolleranza, il rispetto per le persone, la giustizia sociale. Un ritornare ad essere umani. E capire che questi valori non si devono assolutamente affermare sempre con l’eroismo, come molti vorrebbero farci credere. Credi che il pacifismo oggi equivalga ad un "lavaggio della coscienza", cioè ad una sorta di "buonismo"? Aiutare chi ha bisogno non vuol dire fare la carità. Ospitare una persona che ha subito violenze terrificanti, che vive l’angoscia di una guerra fratricida non ti fa sentire a posto con la coscienza come quando fai l’elemosina. Ti trovi ad affrontare delle relazioni difficili con delle persone che hanno vissuto una situazione drammatica, devi rispettare i loro silenzi, la loro volontà di chiudersi in sé stessi, di non parlare. Ed allori capisci che la solidarietà è qualcosa di davvero complesso e provi un senso di inadeguatezza delle parole e delle azioni, assapori la drammaticità della vita.
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