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Soprattutto dalla seconda metà del Novecento in Italia s’impone con capacità straordinarie la figura della scrittrice. Basterebbe pensare a Francesca Sanvitale, a Dacia Maraini, a Oriana Fallaci, a Susanna Tamaro, a Claudia Sereni. Nelle loro opere narrative spesso il discorso femminista, benché faccia sentire influenze ed echi del capolavoro, Una donna, di Sibilla Aleramo, si presenta e ed è rinnovato in tanti modi. E non mancano quelle che riprendono tale discorso concentrandosi sulla cronaca della famiglia, né quelle in cui l’epos familiare si tinge di atmosfere leggendarie e favolose. Come fa notare Lessico familiare di Natalia Ginzburg. Il romanzo d’esordio di Mariarosaria Riccio, Al di là della barriera (Kairós Edizioni, pp. 157, euro. 12,00), muovendosi su queste linee, si cimenta su una intricata matassa di motivi cronotopici. Oltre al prologo e all’epilogo, è composto di dodici capitoli tutti con un titolo e con un’epigrafe che spessoincapsula significati e significanti temporali. Si svolge in un periodo che va dalla fine della seconda guerra mondiale all’inizio del duemila. Benché si ambienti a Napoli, l’azione si sposta in altri luoghi, Roma, Bologna, Venezia, persino in California, che registrano felicemente il flusso inarrestabile del tempo. Si tratta di un romanzo costruito sulla materia autobiografica che delicatamente si eleva a piani universali, tutto imperniato sulle esperienze che si ottengono dal “mestiere di vivere”, e sulla scia della narratologia postmoderna, è capace di accogliere componimenti in versi, approcci autoreferenziali, dichiarazioni di poetica: “per ogni filo una casa, eventi, emozioni, sentimenti, io invento i personaggi e so, chissà perché, che la realtà non è molto differente da quello che immagino, che creo con la mia fantasia” (p. 60). In prima persona la narratrice-protagonista, che è Mariarosaria Riccio, racconta se stessa, l’universo della sua famiglia e del suo milieupartenopeo, con sapiente uso di strutture, di spostamenti, che sfruttano anche le nuance del flashback, di foto efficaci a risvegliare ricordi seppelliti o no dalla coltre del tempo, che senza causare stonature va continuamente avanti ed indietro, anche lasciando e riprendendo i personaggi, quasi tutti amici e membri della mitologia familiare, messi in risalto anche con riferimenti a una dovizia di immagini della mitologia ora classica ora biblica ora buddista. In essenza racconta facendo un viaggio a ritroso, con una memoria variopinta. Una memoria che è esplorazione e ricerca, ferma a scavare nelle cose e a ramificarsi in tante direzioni, a spaziare in un passato reale, trasfigurato, inventato, a ricreare eventi e fatti storici e sociali, a mitizzare i ritmi della vita quotidiana tanto che trapela l’alone della favola. È una memoria molto inquieta, anche nel senso che dispiega un passato che magicamente diventa presente e futuro. Nell’incipit appare una Mariarosariaanziana che, in una dimensione alquanto onirica, rivede, incontra, e dialoga con se stessa bambina (“dagli occhi tristi” p. 5), un topos della letteratura contemporanea, come avvertono racconti di Pirandello, di Buzzati, di Borges. Come in questi autori, anche qui il ricordo del mondo perduto aggrava il peso della solitudine e della sofferenza, e nel romanzo si ritorna a enfatizzare come i passi della vita scelti o imposti, come le forze del destino, pongono l’individuo nell’ambito della crisi, in situazioni che ne cambiano la personalità, che lo fanno vivere in balia di una perenne metamorfosi, come suggerisce il mitologema dell’acqua che simboleggia lo scorrere inarrestabile delle cose: “vedo la mia immagine riflessa nell’acqua. Mi sorrido. Le immagini sono due poi tre, cinque, tante. Le riconosco, sono tutte le mie dei tanti momenti della mia vita. Non mi meraviglia vederle” (p. 7). Ma nella chiusura a sorpresa, dove culmina il ricordo nostalgico e malinconico, appare unaMariarosaria che riabbraccia quella se stessa fanciulla che crescendo ha compiuto una serie di azioni-decisioni per ritrovarsi, facendo trasparire un senso di ottimismo, un forte sentimento di pace interiore che si apre alla speranza, all’amore, alla fratellanza, ai valori evangelici: “Credo che possiamo sempre rialzarci, che possiamo sempre abbracciarci e sostenerci” (p. 152). La scrittura dispiega la forza di un parlare che si traduce in confessione molto sentita, la volontà ferrea della protagonista di stabilire un dialogo schietto e diretto con i sui cari, amici e parenti, scomparsi o in vita, e nella narrazione questi dialoghi mancati inseriti tra le virgolette, sono animati da toni strazianti e tendono a comunicare cose che non si sono mai dette, a scavalcare la barriera dell’incomunicabilità. La pagina a volte si colora di surrealismo, altre volte di onirismo, e persino dell’atmosfera mitico-cosmica: “tutto è Armonia, io sono Armonia.” (p. 17). Fin dall’infanziaMariarosaria si rivela una creatura molto inquieta, determinata, orgogliosa, coraggiosa al punto che si ribella alle tradizioni, alle abitudini, e ai costumi millenari della cultura partenopea, che sogna cose irraggiungibili e sempre alla ricerca di qualcosa, come mostra il suo amore per la lettura di testi letterari, spesso rievocati con cura, o la decisione di iscriversi all’università di Roma che aggrava la situazione del suo matrimonio già in crisi. In tutti ricerca il filo della comunicazione, un rapporto idillico-spirituale, basato sulla comprensione e simpatia, sulla tenerezza, sul calore, sull’affetto, e specialmente per gli amici e per i membri del clan familiare è pronta a sacrificarsi, ad annullarsi. Fin dall’infanzia il suo carattere è segnato dall’ambiente domestico disarmonico, problematico, infernale, in cui si vive rinchiusi nel silenzio e nel dolore, per la presenza di un padre padrone violento, che picchia duramente la moglie e i figli. Le scenedella violenza dentro e fuori le mura domestiche ritornano come in incubo nella memoria della protagonista. Da bambina non accetta l’idea di una società gretta e maschilista che considera la donna un oggetto dell’uomo, come era capitato alla narratrice-protagonista Sibilla Aleramo di Una donna, e infatti molti sono i punti di contanti di questo romanzo autobiografico con quello della Riccio. Nella narrazione l’odio paterno, contrasta con l’amore per la madre, dipinta come una donna mite, buona, generosa, un simbolo sacro di madre cosmica. La stessa cosa sarà Mariarosaria per i propri figli, anche lei vivrà in funzione di loro, e nei momenti difficili li sostiene realizzando ogni tipo di sforzo e ogni tipo di sacrifico. La madre qui è simbolo dell’amore elevato e viscerale. Il rapporto tra Mariarosaria e la madre illumina quello altrettanto felice tra Mariarosaria e la figlia Francesca. Più passa il tempo, più si acuiscono i ripiegamenti della protagonista. Il marito checostruisce con l’amante un’altra famiglia, il ritrovarsi tradita anche dagli amici più amati la morte del padre, della madre, sono momenti raffigurati e rievocati con andamenti icastici, che fanno scoprire dolori e gioie della vita, la fragilità delle cose, i tanti misteri che compongono la nostra esistenza. La prosa di questo romanzo sembra attenersi alla poetica postomoderna soprattutto per l’abbondante citazionismo di opere di autori antichi e moderni (ad es. Dante, Proust, Montale). È in essenza una prosa essenziale, nitida, chiara, che si snoda su un periodo breve, che si rivela musicale, ritmica, cadenzata, a volte costellata da espressioni e detti del dialetto napoletano, da pizzichi di ironia, ricca di aforismi e di toni poetici non solo quando focalizza riflessioni di vario tipo ma anche quando descrive in misura dettagliata gli spazi paesistici e quelli interni dell’abitazione. Al di là della barriera mostra una scrittrice che possiede il talento diraccontare le cose per niente semplici.
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