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Il paradosso di chiamarsi Barone |
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di Monica Florio
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E’ un romanzo fiume “Il barone borotalco” di Gennaro Maria Guaccio (Rolando Editore, pp. 335, euro 18.00), di quelli che non siamo più abituati a leggere visto l’andazzo corrente di “stirare” i racconti lunghi. Sullo sfondo degli eventi storici del primo novecento – l’affermarsi del fascismo da movimento politico a regime – si compie l’involuzione fisica e psichica del protagonista, da sfrenato libertino ad obeso voyeur. La narrazione, sorretta da una prosa spumeggiante, nel suo procedere a ritroso ruota attorno ad un evento cruciale: la morte del guardiano Angelo, fonte per il Barone di rimorso per averlo curato con delle erbe invece di favorire il ricovero immediato in Ospedale. L’incidente diviene un punto di non ritorno per il Barone che regredisce alle sue ossessioni: l’amore narcisistico per la moglie Margy e l’omeopatia praticata a livello dilettantistico. Lungi dall’assumere toni drammatici, la vicenda vira piuttosto sulgrottesco: mentre l’amata Margy è insidiata dai numerosi corteggiatori, il protagonista prepara intrugli e pozioni nel suo laboratorio, assurto a rifugio della vita vera e propria che, intanto, imperversa fuori dalle mura domestiche. Con ironia Giaccio sottolinea le fisime del suo personaggio, dedito solo ad incipriarsi e del tutto privo di quel titolo nobiliare ostentato con tanta disinvoltura. Tra divagazioni e similitudini tra la Napoli del passato e quella attuale (emblematico l’episodio della morte accidentale di Teresa, uccisa nel corso di un moderno regolamento di conti), l’Autore finisce per dominare incontrastato la scena, abile burattinaio del suo teatrino di goffe marionette.
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