Non bastano segni perché ci sia coscienza
 







di Francesco Galofaro




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Uno dei nodi della disputa intorno al caso di Eluana Englaro è l’interpretazione del suo stato. Gli esami hanno dato risultati chiari e, purtroppo, stabili. Equivoca è invece la risposta a domande fondamentali: Eluana è cosciente? Forse i dati sono tuttora insufficienti per una risposta significativa, o forse la domanda ha un senso che trascende i limiti della biologia. Come scrivono i manuali di bioetica, non siamo interessati alla vita biologica, ma alla "vita umana": cosa ci rende specificamente umani? E questo "qualcosa" è ancora presente in casi come quello di Eluana?
Non commettiamo lo sbaglio di pensare che, al riguardo, medicina e filosofia procedano su binari separati e divergenti: il mondo fisico è sempre disponibile a farsi piano dell’espressione per veicolare contenuti, valori, significati. I dati medici sono altrettanti veicoli per il senso. In questa relazione tra il mondo della nostra esperienza, che si fa piano dell’espressione, ei significati che in esso sono contenuti, manca un terzo elemento: un osservatore, qualcuno che guarda. Il mondo significa sempre da un qualche punto di vista, fosse anche quello di un dio. Per questo motivo, spesso questi significati cambiano a seconda di una visione del mondo ben determinata. Secondo il semiologo sovietico Jurij Lotman, nella società i punti di vista sono come depositati in sistemi che modellano, simulano il significato del mondo. Esempi di questi sistemi sono il linguaggio, prima di tutto, e poi l’arte, la musica; abbiamo le grandi religioni, le diverse discipline scientifiche, le ideologie. Secondo filosofi come Cassirer, in assenza di questi sistemi, che lui chiama forme simboliche, il mondo non significherebbe proprio nulla. Entro certi limiti, quindi, questi sistemi producono il significato. Ecco, ad esempio, il punto di vista delle suore che accudiscono Eluana: Sembra che voglia comunicare. Addirittura, questa è la sua impressione, abbozza sorrisi. È ilracconto della suora che assiste Eluana Englaro (…). Lo riferisce suor Albina, la direttrice della struttura. «La portiamo in giardino, a volte sembra quasi che ci sorrida» [...]. Nella clinica le religiose pregano per lei. «Dopo undici anni è diventata una di noi» spiega la direttrice. Le suore dell’istituto che assiste Eluana Englaro interpretano alcuni movimenti di Eluana come altrettanti segni non di vita biologica, ma di vita cosciente. Del resto, Eluana ha un cuore che batte autonomamente, respira, dorme e si sveglia. E su quali altri segni dovremmo basarci per giudicarne lo stato di coscienza, se non su quelli che ci permettono di relazionarci con lei? Per lo meno, questo è quanto dice anche il suo neurologo, il prof. Defanti: L’unico modo che abbiamo, nel mondo reale, per accedere alla coscienza altrui è proprio l’osservazione dell’altrui comportamento. Dunque, le suore e il neurologo partono dallo stesso piano dell’espressione. Oppure no? Le conclusioni del neurologo, infatti,sono totalmente diverse: Quando un malato cerebroleso non mostri alcun segno di presenza all’ambiente, dopo aver escluso che la mancanza di questi segni non sia dovuta semplicemente a una paralisi o comunque all’impossibilità di movimento, e una volta accertato che vi si è prodotto un danno gravissimo a carico degli emisferi cerebrali (substrato della vita mentale), è legittimo concludere che la coscienza è abolita. Il mondo del neurologo è molto diverso da quello delle suore: il suo sistema di categorie è quello della medicina scientifica occidentale. Questo sistema produce un mondo molto diverso rispetto a quello del prete, del giudice o del giornalista. Diverso, non sempre incompatibile. In un senso molto lato del termine, si tratta di altrettante ideologie: questo è il termine che Eco riserva a quei valori profondi e generali retrostanti ai nostri discorsi. Altri autori preferiscono il termine assiologie (Greimas, Courtés), ma a parte la scelta terminologica, il punto è lo stesso.Sia quel che sia, tutti i segni vitali di Eluana vengono interpretati dal neurologo come automatismi indipendenti dalla coscienza: egli sa che il cuore batte automaticamente, che i centri nervosi del respiro e del ciclo sonno-veglia risiedono in una parte del cervello che non ha direttamente a che vedere con la nostra coscienza, che le reazioni della pupilla alla luce non sono che riflessi, gli stessi che sperimentiamo quando il medico di famiglia batte col martelletto sul nostro ginocchio. E quanto a ciò che la suora interpreta come "sorriso", da un punto di vista medico il viso presenta alcuni movimenti automatici e riflessi, ma nessuna espressione umanamente significativa.
Chi ha ragione? Come nota Umberto Eco, anche le opere letterarie ammettono un numero indefinito di interpretazioni valide. Questo non vuol dire che non ne escludano alcune (che Eco chiama usi). Ad esempio, Il Processo di Kafka non è un romanzo giallo. Cosa accade però quando il "testo" che ho di fronte è"naturale" come un movimento del paziente in stato vegetativo, o il ciclo sonno/veglia? Due punti di vista, medico-scientifico e cattolico, interpretano in modo contraddittorio lo stesso segno. Quel che mi pare cambi, allora, è l’enciclopedia culturale di fondo: con buona pace di S. Agostino non esistono segni assolutamente "naturali"; esiste una natura sempre disponibile a farsi piano dell’espressione dal punto di vista di un sistema culturale che la usa per riempire il "mondo" di valore. Così il medico interpreta alcuni segni "naturali" in relazione alla letteratura scientifica "culturale" e alla propria esperienza. E nel caso di Eluana, giudica il paziente non cosciente. Ma gli stessi gesti possono attivare in suore, familiari e amici un altro genere di competenza che li spingerebbe a conclusioni opposte, al prezzo di negare il discorso medico e le sue conclusioni. Come distinguere allora interpretazione e uso? Chi interpreta e chi usa il corpo del paziente? È forse concessoattestarsi sulla posizione per cui l’una posizione vale l’altra? Di fronte alle differenze tra punti di vista diversi, sono possibili svariate posizioni:
1. Rassegnarsi al fatto che un punto di vista vale l’altro: più che relativismo, questo ci pare qualunquismo.
2. Combattere a priori ogni punto di vista diverso dal nostro: questo è fanatismo intollerante, ed è alla base tanto del laicismo quanto del cattolicismo.
3. Studiare i sistemi che producono i discorsi diversi del medico, del filosofo, del teologo, del giornalista. Al primo atteggiamento, sterile esercizio di pensiero debole, e al secondo, un fondamentalismo inaccettabile, oppongo il terzo punto di vista, notando che in pratica il testo ci obbliga a fare una scelta. Le conseguenze pratiche concepibili vanno a costituire il senso. Tale scelta andrebbe dichiarata per onestà intellettuale. Un esempio meno problematico può essere il pensiero di Ippocrate. L’esperienza avvincente che si ha leggendo i suoi scritti sulmorbo sacro è quella di riscoprire come egli, scontrandosi contro la cultura e le superstizioni della sua epoca, abbia ridefinito il confine tra interpretazione e uso. Da allora, per chi sceglie Ippocrate, considerare l’epilessia come un segno di possessione divina è uso. La mia scelta in questo volume è stata quella di attenermi al punto di vista maggioritario in medicina. Dunque, giudicare i riflessi del paziente in stato vegetativo come segni di una relazione interpersonale è usarli, non interpretarli.
Da "Eluana Englaro. La contesa sulla fine della vita" di Francesco Galofaro (Meltemi, pp.143, euro 14). Quando l’autore ha finito la stesura del libro la vita di Eluana era già giunta a termine, tuttavia ha preferito lasciare i tempi verbali al presente.









   
 



 
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