Storie di anarchici e di spie
di Piero Brunello
 







di Maria R. Calderoni




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Era suppergiù il 1880 e la polizia in quei primi decenni dell’Unità li teneva meticolosamente sotto tiro - osservare, prevenire, reprimere, scoprire pur anco «l’indole, gli usi e i vizi», era l’obiettivo dei prefetti - ma loro se ne infischiavano e non mutavano virgola, al massimo «in mezzo al fumo delle schioppettate, forse domani, impavidi ribelli, cadremo uccisi sulle barricate», recitava una loro poesia. «Impavidi ribelli», vale a dire loro, che si chiamavano anarchici, socialisti, bohémiens, scapigliati, libertari, spostati, anticlericali, mangiapreti, repubblicani, mazziniani, comunardi, refrattari, proletari, internazionalisti, persino comunisti. In blocco, cioè, quelli che le schede poliziesche mettevano nel calderone delle «associazioni di malfattori», tipacci da galera in genere rei di «cospirazione contro la sicurezza interna dello Stato», (che novità). E d’altra parte, loro stessi, a volte si definivano, e si firmavano, con divertitosberleffo, "I Perduti".
Un bel braccio di ferro, per gli occhiuti pedinatori prefettizi. Erano una magnifica masnada e filo da torcere ne davano, altroché.
Il primo numero del giornale esce a Ferrara, marzo 1879: il titolo è Vespertilio , il pipistrello. «Svolazza ogni domenica», dice il sottotitolo, costa 10 centesimi, - quanto un sigaro Virginia- : quattro fogli di grande formato, con disegni, caricature, poesie e cronaca "verista", raccontata nella prosa nuovissima che «sconcerta la digestione de’ trafficcanti della morale». Vespertilio firma la prima pagina e anche gli altri nomi rimandano a uccelli notturni, Chirottero, Pteropus, Istioforo, Nicteris, Nittero, Nottolone, Strige, Nottivago. Quanto al pubblico, preferite le lettrici, di ogni tipo, «bionde, brune, rosee, palliducce, ardenti, reveuse »
Un giornale pestifero, scandaloso, che fa inorridire preti, borghesi e prefetti. Ne descrive bene il clima sulfureo Piero Brunello, docente di Storia sociale alla Ca’ Foscari diVenezia, in questo suo godibilissimo Storie di anarchici e di spie (Donzelli editore, pp.175, euro 25), che del Vespertilio e di altre vicende anarchiche del tempo narra la storia, proprio attraverso carte e archivi di polizia. Se a Bologna, coi versi di Lorenzo Stecchetti, il giornale «prende congedo dai filosofi salariati, venduti ai potenti di turno», a Ferrara è irrisa e stigmatizzata l’ipocrisia dominante, «tutti a celebrare il centenario della Beata Vergine delle Grazie, proprio tutti, bigami e trigami; borghesi che raccolgono fondi per gli alluvionati in Ungheria mentre fuori delle mura i braccianti finiscono al manicomio per la pellagra».
Poteva mai durare un giornale del genere, dove compaiono racconti "di Quaresima" che narrano di come «quella sera Evelina fu mia»?. «I primi nove numeri furono pubblicati regolarmente, ma il numero 10, uscito a metà maggio, venne sequestrato». Su ordine del procuratore di Ferrara. Figurarsi, annunciava la costituzione di un "clubinternazionalista" e addirittura la proclamazione di una "Repubblica Universale"!
Un altro "giornaletto" dell’epoca fu La pietra infernale , che aveva un fantastico sottotitolo: "Cronaca serio-umoristica", e per direttore Augusto Bernardello, uno dei fondatori dell’Internazionale a Ferrara. Un gran bel tipo. «Bernardello portava cappello sulla tre quarti, cravatta nera e mantello, nell’atteggiamento del classico cospiratore». Addì 20 settembre 1870, «gridò per strada "viva Garibaldi, viva Mazzini, viva la repubblica"» e fu arrestato per «grida sediziose». Anticlericale tutto d’un pezzo, su questo punto non cambiò mai idea. Alla sua morte, il giornale ferrarese lo avrebbe ricordato così: «Anima libera, profondamente atea». E sfidava il suo tempo, Bernardello, la morale corrente e i benpensanti: «Appena uscito dal carcere, la sua fidanzata Clotilde ebbe un bambino. Non erano sposati e non si sposarono nemmeno per l’occasione». Bernardello, forse contabile, forse garzone di drogheria,uno che mandava lettere a Engels.
Si chiama Il Proletario , il foglio che nello stesso periodo esce a Torino, diretto da Carlo Terzaghi, poi accusato di essere una spia ed espulso dall’Internazionale per decisione dello stesso Cafiero; e si chiama La Plebe quello che si stampa a Lodi, «giornale repubblicano-razionalista-socialista». Talmente schierato, da riportare «la doppia data, quella del calendario cristiano e quella dei mesi giacobini (Pratile, Messidoro, Vendemmiale, Termidoro,, Fruttidoro e così via)».
E’ qui che si incontra un altro splendido "refrattario": Vincenzo Dondi, 18 anni; lui manda articoli alla Plebe firmati Chimpanzè. In una corrispondenza, «raccontò che al Teatro Tosi-Borghi si stava rappresentando un dramma che dipingeva quelli che fomentavano gli scioperi e gli stessi scioperanti come cattivi cittadini, pessimi mariti, oziosi, farabutti, vili; ai fischi e alle grida del pubblico ("Evviva l’operaio, evviva il proletario") vennero chiamate le guardie, ma laporca plebe cominciò a urlare, obbligando la compagnia a calare il sipario».
Studente di Farmacia, cagionevole di salute (morirà a ventitre anni), fa in tempo ad aprire a Ferrrara cinque "sezioni di propaganda", una in centro e quattro nei quartieri frequentati dal proletariato, spostandosi «da una osteria all’altra». «Noi tutti sappiamo - concludeva un suo articolo - che la moralità pubblica cominciò ad alzarsi quando nacque il dubbio, lo scetticismo, e che la nostra civiltà è battezzata dal sangue degli eretici».
Bei tempi. Nel 1874 esce sempre a Ferrara Il Petrolio , un titolo che allude alla Comune di Parigi, con sottotitolo "Gazzettino socialista" e sotto "Abbasso il previlegio", le dichiarazioni sono quelle classiste della Prima Internazionale («Tra oppressi e oppressori non vi può essere compromesso di sorta»); e gli articoli, tutti firmati con pseudonimi, richiamano la rivoluzione proletaria, la Comune, l’ateismo: «Flagello, Martello, Masaniello, Miserabile, Fantastico,Fringuello, Proletario, Ribelle, Intransigente».
E’ di quegli anni anche Patatrac. Monitore dei perduti della Valle Tiberina , pubblicato a Città di Castello; e perduti, appunto, è il termine che indicava «gli irreconciliaboli nemici del potere sormontante». Patatrac si presentava come un foglio «fatto da giovani che lottavano per il Sole dell’Avvenire, per demolire il tarlato edificio del previlegio e costruire il nuovo dell’ uguaglianza ». Tra i collaboratori, spicca una ragazzo di 18 anni, anche lui studente di Farmacia, Oreste Vaccari. Nella casa della dogana del Po dove abita, lui scriveva: «Atomi in balia dell’uragano sociale, noi aneliamo a questo soffio potente, vivificatore del socialismo che s’avanza. Da secoli e secoli l’umanità si affatica in questa lotta tremenda che deve decidere del suo avvenire. Speranzosi nel progresso sociale, noi combattiamo con tutte le nostre forze, bruciando sui campi della rivoluzione sin l’ultima cartuccia in difesa dei diritti delproletariato».
Purissimi anarchici. «Fuori delle mura, contadini malati di pellagra, schiavi dell’agrario, succubi del prete. L’anarchico Leone Cappello, che pure in quelle zone era nato, fece un giro per le campagne. Chi si fermava a parlare con lui, si raccomandava che non lo sapesse il parroco». E c’è Carlo Monticelli, uno dei fondatori dell’Internazionale nel Veneto, che si scrive da solo, a mano, un giornale intitolato La rocca rossa , e va recitando una sua poesia, "altro ideal ci accarezza l’anima/ci alletta altro desio:/ché contro gli oppressor vogliamo insorgere,/ falso e bugiardo Iddio".
Apocalittici, disintegrati, romantici, ingenui, visionari, impotenti, predicatori, duellanti, lottatori, cavalieri erranti, pensatori, bombaroli, poeti, filantropi, sconfitti: gli anarchici. Sono tutti lì, dietro di noi, popolo.
Si intitola, non per caso, "Atti e memorie del popolo" la collana che l’editore Galzerano dedica alle biografie degli anarchici che fecero storia. L’ultima,in ordine di tempo, - Lo Stato , pp.104, euro 10,00 - è quella che narra la vita di Pietro Kropotkin, il principe anarchico russo, già ufficiale dei Cosacchi e poi seguace di Bakunin, scrittore e pensatore, che per tutta la vita si è battuto per far trionfare la semplice verità: lo Stato dei potenti non potrà mai essere lo Stato dei popoli.

 









   
 



 
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