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Era la musica il "soul food" (cibo dell’anima) di James Brown. Su suggestioni come quelle del cantante afoamericano, Daniele De Michele - in arte il gastrofilosofo/dj salentino Donpasta - unisce realmente cibo e vino a melodie e storie che raccoglie, mescola e racconta davanti a un pubblico. In due spettacoli al tramonto arricchiti da un aperitivo-passeggiata a tappe tra una vigna e un uliveto, qualche giorno fa a Festambiente (Rispescia, Gr) l’artista ha presentato il suo secondo libro, Wine Sound System - 30 vini accompagnati da cibo e buona musica (ed. Kowalski). «Il gioco - ci spiega - è legato al missaggio degli ingredienti-stimoli, in cui utilizzo la mia formazione, tutta contemporanea, di disc jokey. Facevo serate in un bar a Roma il martedì, giorno di Champions League, e la gente non veniva. Peraltro non si ballava, infatti mettevo jazz. Per cercare di richiamare pubblico feci allora finta di cucinare, con degli aperitivi. La gentearrivava, si innervosiva e se ne andava. Poi però sono riuscito a convincerla, raccontando ad esempio che per me la focaccia di cicoria rappresentava Miles Davis». E’ stato quello il passo iniziale che lo ha portato all’editoria con un primo testo, Food Sound System . «Era - ricorda - una raccolta di mie mail inviate ad amici, che mi dissero: "guarda che, se ci pensi, sono già un libro". Si tratta di storie, come il polpo in pignata che diventa John Coltrane. Da lì la pubblicazione, e in seguito uno spettacolo. Poi ho cominciato a collaborare con giornali, riviste, soprattutto con una rubrica su Left, Food Sound System per l’appunto. Ho mantenuto un’attenzione verso il tema del cibo, vissuto come un naturale rispetto delle stagioni, e questo mi ha obbligato a pensarlo legato ad una serie di regole ecologiche ataviche. Approfondendo tale contesto, ho scoperto che uno dei campi più affascinanti è l’enologia, perchè ha una componente artistica. Cioè il fattore della trasformazione, comeper i formaggi. Nel vino, però, questa è ancora più imperscrutabile, quasi non calcolabile, e ciò mi permetteva di entrare sempre di più in una dimensione da artigiani. Così è nata l’idea di dare un seguito a Food , con Wine Sound System ». Oltre a James Brown, c’è la posse dei Sud Sound System tra i riferimenti musicali dei suoi titoli. «Sono - ci conferma Donpasta - un omaggio a loro, che fecero qualcosa di bellissimo. Intanto perchè comunicavano ai ragazzi col loro linguaggio, il dialetto, dato che in Salento si parla così, e poi in quanto affrontavano tutti temi (politica, ecologia, depenalizzazione) in modo semplice. Soprattutto, riuscirono a creare un corto circuito tra la musica tradizionale e il moderno della contaminazione con la musica giamaicana. Un aspetto che io poi ho mutuato, tipo facendo la parmigiana di melanzane con Coltrane. Uno può trasformare la tradizione semplicemente perchè la conosce bene: lui infatti fino alla fine continuò a dire quanto fosse un musicistablues, mentre in realtà era il più grande violentatore della tradizione afroamericana. Poteva permetterselo, in quanto veniva proprio da là. Quindi la mia passione per i SSS è un rispetto verso chi parte da una conoscenza quasi ancestrale delle proprie radici e ne fa poi un percorso del tutto personale». Nell’opera del gastrofilosofo/dj, del resto, il senso di appartenenza è ben presente. «Ora vivo in Francia, ma il mio lavoro - continua - parte dal Salento. Nel ’92 arrivarono i carghi di albanesi, non c’erano ancora tutti gli a priori sulla sicurezza, le emergenze e le paranoie securitarie dei politici. La reazione della popolazione fu in linea con millenni di accoglienze, il dare senza attendersi niente. Vide gente disperata che sbarcava e non si pose il problema del dopo: intanto gli offrì da mangiare. Quel gesto mi ha fatto capire che il punto fondante della mia ricerca artistica è partire dal cibo come elemento culturale, di conoscenza e integrazione. Come la metafora deltradizionale carciofo romano alla giudìa». Anche l’utilizzo del jazz ha, nell’artista, una ragione precisa. «Io - puntualizza - ascolto tutto, vengo dal punk. Sono appassionato di musica afroamericana in generale, e peraltro il jazz l’avevo sempre vissuto da esterno, nel senso che l’aristocrazia ha fatto in modo che fosse un genere elitista. Inoltre, spesso, anche una serie di artisti ne ha esasperato il tecnicismo, e quindi è diventato un covo di onanisti della musica. Poi ultimamente, soprattutto grazie a Paolo Fresu (che ha firmato la prefazione del libro, ndr ), ora anche a Raffaele Casarano e a molti altri, finalmente il jazz si sta liberando da quel peso. L’aspetto fondamentale che mi interessa è che paradossalmente si tratta della musica popolare per eccellenza del ’900, la più rappresentativa, ormai quasi come la classica». Questa commistione tra musica, letteratura, recitazione, cibo, vino ha, di partenza, un approccio gaudente e di ricerca. «La parmigiana o la paellaerano il piatto dell’accoglienza, della domenica, in cui, per far festa, si metteva tutto quello che c’era a disposizione. In un lavoro che ho fatto - conclude Donpasta - sul concetto di tradizione, girando un po’ il Sud mi domandavano: "ma come mai la gente spesso, il giorno in cui si scanna l’agnello, anziché conservarlo offre tutto?". Mi sono risposto dicendo che, quando si sta in una comunità, l’importante è costruire la comunità. Quindi la tua assicurazione sulla vita, se ti ammali e non puoi lavorare, è che c’è qualcun altro che si occupa di te. E viceversa. E’ un discorso di solidarietà, uno degli elementi fondanti di una società».
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