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Uno sguardo penetrante, ficcato dentro: per vedere, trovare, decifrare. E infatti vede, trova, decifra; non i macro-fenomeni, gli eventi, le cose eccezionali. No, si tratta di ciò che è quotidiano e comune, che ci sta intorno e ci tocca, ci sfiora o ci urta giorno per giorno, nella nostra vita quotidiana. Un utile esercizio di incontri ravvicinati, una pausa di osservazione "intelligente", rubati alla fretta e superficialità della routine ordinaria: è questo il senso dell’ultimo libro di Ilvo Diamante - Sillabario dei tempi tristi (Feltrinelli, pag.156, euro 13,50) - pagine che svelano e un po’ anche inquietano. Già, certe cose le abbiamo viste anche noi chissà quante volte, ma non vi abbiamo mai pensato su... Prendiamo Perugia. Bellissima, né piccola né grande e tanta arte, cultura, storia dentro un paesaggio urbano di gran pregio e un’università rinomata e cosmopolita. Però non così felix come sembra. A guardarla da vicino, si può scoprireinfatti che Perugia soffre di una sindrome da "spaesamento": i residenti "ritirati" in periferia dopo aver ceduto (cioè affittato, a caro prezzo!) il centro storico agli studenti; e i tanti quartieri giovanili che formano come una città nella città, ma solo apparentemente. «Perché la città per essere tale, deve avere una popolazione con solidi legami sociali e locali». Radicata. «Invece nella città universitaria questo non avviene, gli studenti sono popolazione di passaggio». Luogo di consumo remunerativo, la città universitaria e la Perugia vera restano perciò mondi distinti, «gli studenti appaiono quasi apolidi, privi di cittadinanza»; e, per di più, a differenza dei campus americani, «affidati, principalmente, alle regolazioni del consumo e del mercato». Non società, quindi, e nemmeno comunità, solo una umanità «immersa in relazioni transitorie», che vive in zone senza sovranità, «un po’ centro commerciale, un po’ villaggio turistico, un po’ pub diffuso». Una città artificialepopolata da "apolidi". Così scrive l’autore, che è sociologo e prof di Scienza e comunicazione politica all’Università di Urbino; e l’analisi sembra convincente. Si pensi, per esempio, al "delitto di Perugia", quello di Meredith, che fece tanto scalpore: la vittima, inglese; Amanda, l’amica coinvolta, statunitense; Raffaele, il suo ragazzo, pugliese; infine, Patrick, il musicista, congolese. «Un mondo sperduto in un contesto locale». Parrebbe. Un occhio alle rotatorie, dette anche rotonde, provate a darglielo. Racconta l’autore: «Da Caldogno, dove risiedo, fino a Vicenza, ci saranno cinque o sei chilometri. E nove o dieci rotatorie». Che orientano ma più spesso dis-orientano. Nate per regolare e fluidificare il traffico, «da qualche tempo si stanno riproducendo dovunque e senza sosta. Senza limiti. Ne sorge una ogni centinaio di metri, nei punti e nei luoghi più impensati», lo abbiamo constatato anche noi chissà quante volte. Già, ma perché tutte queste rotatorie, che cambiano ilpaesaggio, ridisegnano la geografia quotidiana? «Quando si incontra una rotatoria in apparenza senza significato, nel vuoto urbano, è segno che lì qualcosa sta per capitare. E’ probabile - anzi certo - che intorno sorgerà presto un nuovo quartiere, una nuova zona residenziale». Probabilmente un nuovo mostruoso ipermercato. La rotatoria. «Difficile trovare una metafora migliore per rappresentare una società che assiste, senza reagire, alla scomparsa del "suo" territorio e, insieme, delle relazioni fra persone. Anche perché stanno scomparendo gli spazi per parlare e perfino camminare. Così per comunicare si usano i cellulari». Già, perché questa non è «la società liquida di cui parla Bauman. Questa è la società rotonda. O forse: rotatoria». E gli occhiali? «Nel mio vagone dell’Eurostar che da Roma mi conduce a Padova, quasi tutti indossano occhiali neri. Uomini donne e perfino bambini». Ma non solo per ripararci dal sole o dal polline; gli occhiali neri li indossiamo, non perdistinguerci, ma per "distanziarci" dagli altri. «Non solo una maschera, ma uno schermo. Servono a vedere senza essere visti. A scrutare senza essere scrutati. Il popolo degli occhiali neri è una folla di persone che vogliono vivere sole in mezzo agli altri». Il popolo di una società «guardona e guardata». Mappe, bussole, traccie, così le chiama Diamanti queste sue visure da vicino. Per scoprire che «"Il Professore", ormai, primeggia solo tra le professioni in declino». Che i prodotti al servizio della nostra angoscia (paura) sono una miriade, «occupano scaffali sempre più ampi dentro a farmacie sempre più ampie». Che la provincia del Nord «non dispone più dei tradizionali meccanismi di integrazione e controllo sociale, i legami di famiglia, le reti degli amici e del vicinato, le cerchie comunitarie; con la strada, la piazza che hanno smesso di essere luoghi sociali», devastate come sono dal traffico e dalle rotatorie. Per scoprire che le aree destinate ad edilizia privata, centricommerciali e industriali si sono moltiplicate così a dismisura, da aver «consumato in fretta il territorio, l’ambiente e i risparmi». Che, abitanti del Villaggio Margherita o del Condominio Europa, siamo diventati un popolo di individui poveri di relazioni, i quali passano gran parte del loro tempo in casa, con la televisione come principale fonte di conoscenza, usi a frequentare i centri commerciali «non per "consumare", ma per vedere gente, per uscire di casa». E per scoprire che, anche a sinistra, i partiti hanno spostato il loro baricentro «dal territorio al video, dall’organizzazione alla personalizzazione, dalle ideologie al marketing, dalle idee agli slogan»... Tempi tristi, appunto. Ma «la tristezza non è un sentimento ostile - dice Diamante - Mi aiuta a vivere. A essere meno triste».
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