-Con un romanzo la Spagna ha ritrovato i suoi moriscos-
 







Guido Caldiron




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-I moriscos erano ben trecentomila persone, spagnoli a tutti gli effetti ma di religione musulmana. Non si trattava in alcun modo di "immigrati" o di "stranieri". Le loro famiglie erano spagnole da più di ottocento anni ma furono tutti cacciati, o costretti a convertirsi a forza, quando la Spagna fu ri-cristianizzata violentemente tra il 1492 e il 1526. Si trattò di una terribile manifestazione del fanatismo religioso di matrice cattolica-.
Con queste parole Il defonso Falcones, un avvocato di Barcellona che si è trasformato negli ultimi anni in uno degli scrittori spagnoli di maggior successo e notorietà, racconta la vicenda che sta alla base del suo ultimo romanzo La mano di Fatima appena pubblicato da Longanesi (pp. 918, euro 22,00), diventato in pochi mesi un bestseller in Spagna. Dopo aver raccontato ne La cattedrale del mare , pubblicato sempre da Longanesi nel 2007, la storia della costruzione nel XIX secolo della Cattedrale di SantaMaria del Mar, simbolo dell’emergere della borghesia catalana e della consacrazione di Barcellona a metropoli del Mediterraneo, Falcones ha scelto questa volta di ridestare una pagina dimenticata e terribile della storia spagnola.
Il rapido successo di La mano di Fatima , cronaca della rivolta dei moriscos contro la repressione cristiana e dell’amore negato di una coppia di giovani delle due comunità, sembra aver colpito a tal punto l’opinione pubblica spagnola che il governo socialista e lo stesso premier Zapatero hanno deciso di riaprire questa pagina dimenticata della storia del paese. E’ stato un deputato socialista di Granada, la città che con L’Alhambra conserva la testimonianza più ricca della presenza musulmana nel paese, a proporre in parlamento una mozione che chiede "un risarcimento" per gli eredi dei moriscos: spagnoli che furono costretti ad abbandonare il loro paese e che trovarono rifugio nelle terre dell’Islam, dall’Algeria al Marocco, fono al Mali e alla Mauritania.«Ora ci vuole un riconoscimento istituzionale dell’ingiustizia che fu commessa allora contro i moriscos in nome dell’intolleranza religiosa. Recuperare la memoria storica dei moriscos è un esercizio critico del passato e anche una presa di coscienza sugli esiti a cui possono condurre l’intolleranza e il fanatismo», ha infatti spiegato l’esponente del Psoe José Antonio Pérez Tapias nell’illustrare la sua proposta in parlamento.
In attesa delle decisioni delle Cortes, Ildefonso Falcones si gode una popolarità non più soltanto "letteraria", mentre nell’Europa colpita in questi giorni dal referendum xenofobo della Svizzera si intravede un piccolo ma significativo segnale in contro tendenza.
Allora, signor Falcones, qualche giorno fa le agenzie hanno battutto la notizia che Zapatero le dava ragione. Che cosa è successo davvero?
Il mio romanzo racconta una grande ingiustizia che è però poco nota in Spagna. Mentre una decina di anni fa il governo spagnolo era intervenuto perchiedere "scusa" per la cacciata degli ebrei dal paese dopo la reconquista cattolica del 1492, la sorte toccata ai moriscos non aveva prodotto alcun intervento delle istituzioni. Dopo l’uscita de La mano di Fatima all’inizio dell’estate, e dopo che il libro ha venduto quasi mezzo milione di copie in pochi mesi, evidentemente si è tornati a riflettere su quella tragica vicenda. E evidentemente anche il premier ha pensato che fosse il caso di prendere posizione in modo chiaro contro questa vergogna per lungo tempo ignorata. Oggi si parla molto della condizione degli immigrati, ma i moriscos furono cacciati via malgrado fossero spagnoli da tutti i punti di vista: solo che erano musulmani.
"La mano di Fatima" sembra quasi un ritorno al futuro dello scontro di civiltà, lei ha scelto di ricordare questa vecchia ferita nel confronto tra Islam e cristianesimo per rispondere alle derive xenofobe di oggi?
Sì, assolutamente. Credo che fosse quasi un fatto dovuto il ricordare la tragedia deimoriscos che ha rappresentato un avvenimento di straordinaria importanza nella storia spagnola di quel periodo e che non ha smesso di avere ripercussioni anche sugli eventi successivi. Oggi, anche se cambiano i protagonisti, il fanatismo religioso è tornato di drammatica attualità e chiarire la sua genesi e la sua storia non può che aiutare il dialogo e la pace. Inoltre, il XVI secolo è quello in cui la Spagna sembra esprimere il massimo della sua potenza e del suo splendore. E’ il secolo d’oro della letteratura iberica ma anche quello delle grandi campagne militari e delle conquiste territoriali: dalla battaglia di Lepanto contro i turchi alla missione dell’Invincibile armada contro l’Inghilterra. E’ allora che re Carlo V pronunciò la famosa frase: «Sul mio impero non tramonta mai il sole». Per celebrare tutte queste vicende sono stati versati fiumi di inchiostro, mentre per ricordare la storia di cui mi sono voluto occupare io non è mai stata scritta neppure una pagina. Per tuttequeste ragioni ho scelto questa vicenda come base per costruire il mio romanzo che rielabora i materiali storici attraverso una storia personale e un intreccio narrativo naturalmente di pura fiction.
Il libro racconta il drammatico epilogo della vicenda di Al Andalus, i settecento anni del regno musulmano della penisola iberica caratterizzato da una straordinaria produzione culturale e dal dialogo tra le tre maggiori religioni del Mediterraneo. Di tutto ciò resta una qualche memoria nella Spagna di oggi?
Difficile definire quale sia l’eredità di Al Andalus nella Spagna di oggi, visto che si tratta di un’epoca che è alla base di un patrimonio culturale straordinario e davvero molto ricco. Anche perché in quell’epoca si affermò in Spagna una concezione aperta della cultura e un modo plurale di intendere la vita che raramente si sarebbero conosciute nell’Europa dei secoli successivi. Ciò detto, oltre al patrimonio artistico ancora osservabile in molte città spagnole, su tutteGranada e Cordova, che indica come l’eredità araba rappresenti quasi un biglietto da visita della stessa cultura spagnola, ci sono tracce profonde nella lingua, nelle tradizioni alimentari e nella musica del paese. Non sfugge a nessuno come il flamenco, poi rielaborato dai gitani andalusi, paghi ancora oggi un debito alla musica araba di quella stagione. Ci sono anche studi scientifici che indicano come nel patrimonio genetico degli spagnoli ci siano ancora elementi che riconducono alla presenza araba di oltre seicento anni fa.
Sia ne "La cattedrale del mare" che ne "La mano di Fatima" lei sceglie di raccontare la grande storia attraverso la vita quotidiana di persone comuni, perché?
Credo che a chi scrive un romanzo storico si chieda prima di tutto di rispettare le vicende del passato che sono alla base del suo lavoro. Tenuto conto di questa esigenza, si può puntare sulle grandi figure della storia, chessò re e imperatori, oppure scegliere delle figure "normali", persone comuniche però come nel caso dei protagonisti di La mano di Fatima , lottano per grandi ideali come la libertà e la solidarietà tra le persone al di là delle differenze religiose o culturali. Io preferisco sempre raccontare la storia dal punto di vista dei "piccoli", di persone che come lei o me attraversano magari la vita senza lasciare particolari tracce anche se possono essere capaci di gesti importanti sia per sé che per gli altri. Anche perché la storia passa spesso drammaticamente nelle vite di tutti noi: il protagonista del romanzo è figlio di una donna morisca e del sacerdote che l’ha violentata. Perciò in lui si intrecciano, anche se in modo terribile, i due mondi in conflitto: quello musulmano e quello cristiano.

 









   
 



 
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