-La destra rimuove la strage e il proprio passato-
 







Guido Caldiron




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Guido Panvini è un giovane storico, autore di uno dei volumi più recenti su quel pezzo della storia d’Italia in cui si crearono le premesse e si portò a compimento la Strategia della tensione e la sua più terribile manifestazione, la strage alla Banca dell’Agricoltura di Milano del 12 dicembre del 1969. Dottore di ricerca presso l’Università della Tuscia e ricercatore all’Università degli Studi di Macerata, Panvini è autore di articoli e saggi pubblicati in libri e riviste scientifiche, mentre il suo Ordine nero, guerriglia rossa. La violenza politica nell’Italia degli anni Sessanta e Settanta (1966-1975) è uscito da pochi mesi per Einaudi (pp. 316, euro 30,00).
Lei ha ricostruito un decennio di storia italiana all’insegna della violenza tra neofascismo e sinistra extraparlamentare: quale è stato l’impatto della bomba di Piazza Fontana in questa vicenda?
Sul piano generale credo che la strage di Piazza Fontana radicalizzi ed esasperi letensioni che si erano accumulate negli anni precedenti nel nostro paese. Per quanto riguarda la sinistra extraparlamentare, la compagine di gruppi e movimenti che nascono dopo il ’68, la strage sembra confermare le ragioni del progetto rivoluzionario che veniva coltivato già da anni. Detto questo, io non negherei la vugata dell’"innocenza perduta" del paese a causa di quella strage, ma la rileggerei criticamente. Dal punto di vista esistenziale, emotivo, è chiaro come il 12 dicembre del 1969 fu uno shock, anche perché si trattava dell’attentato più grave nel secondo dopoguerra in tutta l’Europa occidentale. E’ però altrettanto vero che le correnti rivoluzionarie più vicine all’ortodossia marxista-leninista già da tempo predicavano uno sbocco armato alla conflittualità sociale che si era delineata in quel periodo. Quanto alla destra, da un lato c’era una connivenza rispetto alla politica degli attentati in un’area trasversale che attraversava sia il partito ufficiale, il MovimentoSociale Italiano, che la destra radicale. Dall’altro, non tutta la base della destra, che aveva già allora un proprio radicamento nella società, può essere considerata organica alla Strategia della tensione. Vi fu perciò una reazione speculare e opposta a quella della sinistra: si vide nella strage la realizzazione di un complotto ordito dai comunisti, con la connivenza del governo di centro-sinistra, per far avvicinare, o addirittura portare, il Pci al governo.
Al di là del coinvolgimento diretto di questo o quell’ambiente del neofascismo nella Strategia della tensione, è però vero che il tema della revanche sulla sconfitta patita nel 1945 attraversa tutta la comunità della destra nazionale fin dall’immediato secondo dopoguerra. Una sorta di predisposizione culturale e politica, prima ancora che operativa, al colpo di mano violento. Quale traccia di tutto ciò ha incontrato nella sua ricerca?
Effettivamente a destra era questo il clima che si respirava allora. Più in generale,di fronte alla possibile crisi dell’opzione politica del centrosinistra, in Italia ci si chiese cosa sarebbe potuto accadere. L’ipotesi di una svolta a destra sembrava impraticabie ai più, ma un rafforzamento elettorale dell’Msi poteva comunque favorire la prospettiva di una stretta conservatrice del governo. Accanto a questa ipotesi c’è in quel periodo una sorta di "accumulo" di pratiche violente da parte della destra. L’esperienza degli scontri di strada, l’emergere di un neo-squadrismo e l’organizzazione di campi paramilitari sono funzionali al prepararsi a uno scenario che si pensa possa degenerare fino a una vera e propria guerra civile. In questo contesto i gruppi radicali di destra, apparsi già dopo la fine della guerra, cercano di portare all’estremo questo tipo di percezione. Per riassumere, credo che a destra in quel periodo si confrontino tre anime: chi punta a una svolta presidenzialista, o comunque a uno spostamento a destra dell’asse politico del paese; un’areatrasversale a tutte le componenti della destra stessa che guarda ai militari come ancora di salvezza per rispondere alle mobilitazioni sociali del ’68-’69; infine, l’ultima componente, che affonda le proprie radici nell’immediato dopoguerra e nella strategia violenta già sviluppata allora dal neofascismo, che vede nello stragismo lo strumento per abbattere il sistema democratico borghese e instaurare un "ordine nero".
Il suo libro descrive lo scontro violento tra due contendenti, l’estrema sinistra e il neofascismo, eppure la bomba di Piazza Fontana sembra segnalare l’ingresso nel conflitto anche di un terzo elemento: lo Stato. Cosa ne pensa?
Sono d’accordo, lo Stato assume un ruolo centrale da questo punto di vista. Detto questo, si deve però considerare come, a livello storiografico, noi conosciamo molto bene quali siano le connessioni e la continuità di uomini tra il regime fascista e le istituzioni repubblicabe nate dopo il 1945. Molto meno sappiamo invece di cosa fossecomplessivamente lo Stato nei decenni che vanno dalla fine della guerra mondiale agli anni Settanta. Si tratta di istituzioni per così dire "in divenire", che si ricostruiscono un pezzo per volta, caratterizzate da un complicato ricambio generazionale che vedrà però progressivamente sostituire i vecchi funzionari cresciuti durante il regime con persone nate dopo la caduta di Mussolini. In ogni caso, per quanto riguarda la violenza diffusa, lo Stato non è in grado alla fine degli anni Sessanta di arginarla davvero perché è dominato da una pregiudiziale classista e anti-sinistra che non gli consente di comprendere cosa sta accadendo in profondità nella società italiana. E rispetto allo stragismo emergono invece delle precise responsabilità: non si deve infatti dimenticare che la dottrina della "guerra controrivoluzionaria", che influenzerà la Strategia della tensione, nasce negli ambienti militari, prima francesi, poi statunitensi e infine italiani, prima di influenzare anche l’estremadestra.
A quarant’anni da Piazza Fontana continua il silenzio della destra italiana sullo stragismo. Poche e sommarie le tracce nella storiografia conservatrice e nessuna valutazione critica da parte di chi della destra di quell’epoca è comunque l’erede politico. Perché questa voluta amnesia?
A destra mi sembra si assista a una palese e voluta rimozione che, del resto, agiva già all’epoca. Nel libro racconto come già nei primi anniversari della strage si cercasse da parte di questi ambienti di annacquare il ricordo di quell’evento nel mare magnum dei lutti nazionali celebrando nello stesso periodo le vittime dell’esodo dei profughi istriani. Paradossalmente la prima generazione della destra che sembra aver fatto i conti con lo stragismo è quella del cosiddetto "spontaneismo armato" della fine degli anni Settanta che, pur in modo contraddittorio visto che in quella stagione ci fu la strage di Bologna su cui si deve fare ancora molta luce, prese le distanze dalla strategia dellebombe che riconduceva al nemico americano. Complessivamente, durante le mie ricerche mi sono fatto l’idea che in questa rimozione della destra abbia fino ad ora giocato non tanto la paura di affrontare quella vicenda storica perché potrebbero sbucare fuori delle complicità con questo o quel responsabile politico di oggi, quanto piuttosto perché si tratterebbe di mettere in discussione il contesto culturale che stava intorno allo stragismo, quello del neofascismo. Ci confrontiamo infatti con una destra che ha fatto faticosamente i conti con il fascismo e che credo ci metterà ancora molto tempo per fare i conti con il neofascismo da cui viene.









   
 



 
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