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Individualismo illimitato e comunitarismo immunitario. Sono queste le principali malattie sociali e psicologiche che riguardano milioni di uomini e di donne in una fase storica denominata per semplificare della globalizzazione. Analizzare questa deriva e trovare un rimedio è il fine del libro di Elena Pulcini che si chiama non a caso La cura del mondo (Bollati Boringhieri, pp. 297, euro 25,00). Docente di filosofia sociale all’Università di Firenze, particolarmente attenta ai temi della soggettività , in particolare quella femminile, delle passioni e dei mutamenti dei rapporti sociali in riferimento alle differenti fasi storiche, Elena Pulcini osserva il mondo di oggi con uno sguardo che ci induce inevitabilmente e fatalmente a guardarci dentro e ad analizzare come noi e il gruppo sociale e magari politico al quale facciamo riferimento si muove nel contesto appunto della globalizzazione. Induce insomma le persone che leggeranno il suo libro ad unasorta di "autocoscienza" se ci consentite questo termine. Professoressa Pulcini, lei ha il grande merito di analizzare una fase storica come quella della globalizzazione, non dal punto di vista economico o storico, ma mettendo sotto osservazione i comportamenti umani, arrivando a stigmatizzare da un lato l’individualismo esasperato, un narcisismo ormai malato che caratterizza gli individui, e dall’altro la reazione speculare insita nella nascita di un comunitarismo talmente identitario da costituire anch’esso un grave problema. In che misura e quando tutto questo è mutato rispetto ai decenni precedenti quando la dimensione collettiva era certamente un modo di vivere più frequente? Ho provato a spiegare tutto ciò attraverso le tre figure dell’individuo e della distorsione e della perversione dell’individualismo: l’individuo consumatore, spettatore e creatore. Il consumatore nasce nella seconda metà del Novecento, quando il consumo diventa la caratteristica dominante. Certo, c’èanche l’individuo produttore, c’è l’imprenditore della prima modernità, che naturalmente è ancora una figura emergente. Ma il consumatore con la società di massa diventa la figura egemonica e soprattutto non più, come invece riferito alla prima metà del ‘900, in riferimento al solo consumo delle merci ma a tutte le sfere dell’esistente. Lo vediamo quotidianamente nella politica, nella scienza, nella vita di tutti i giorni, persino nei rapporti privati. Tutto tende insomma ad essere consumato e consumato velocemente. E quindi questo vuole dire una attitudine assolutamente passiva e isolata in quanto il consumo isola, nel senso che gli individui sono tutti tesi alla ricerca di beni di cui poi non sono mai soddisfatti e non hanno nessuno interesse l’uno per l’altro. E’ una dimensione parassitaria e passiva che spinge ad una sorta di isolamento pur dentro la massificazione. Questa è una prima figura, caratterizzata appunto da una voracità passiva. La figura dell’individuo spettatore non èinedita perché Jacques Debord già nella seconda metà del Novecento aveva parlato di società dello spettacolo. Quindi anche qui siamo di fronte ad una passivizzazione dell’individuo rispetto appunto a processi di spettacolarizzazione che poi in ultima istanza vogliono dire fondamentalmente tendenza alla perdita e allo svuotamento dei contenuti. In più con l’arrivo dell’era globale queste trasformazioni hanno avuto un impatto decisivo perché lo spettatore è diventato l’individuo insicuro, impaurito, angosciato, cioè quello che in qualche modo si trova di fronte a delle sfide inedite o, se si vuole, a dei rischi assolutamente inediti, indeterminati e spesso invisibili. Basti citare dal nucleare al global warming , dall’immigrazione a virus o pandemie più o meno vere o fasulle. Diventa indeterminato persino quel rischio che dovrebbe essere concreto per eccellenza. E cioè il rischio che il pericolo provenga dalla figura dell’altro. L’altro in realtà è diventato anch’esso indeterminato: è lostraniero, è il clandestino, è il diverso, ed è dunque una figura che ha subito anch’essa una trasformazione molto forte che rende impossibile ricondurlo ad una figura precisa. Quindi c’è questa situazione di indeterminatezza e di diffusa insicurezza che spinge gli individui in una situazione di tale impotenza che li trasforma in passivi spettatori degli eventi che non riescono né ad individuare bene, né tanto meno a fronteggiare. La risposta diventa quella che io chiamo una risposta immunitaria, ritrarsi dentro la propria piccola sfera privata, solitaria, individuale e soggettiva. Oppure riscoprendo quel comunitarismo identitario anch’esso però gravido di problemi seri, di vere e proprie patologie sociali che danno poi vita a fenomeni politici come la Lega… Assolutamente sì. Si tratta di una risposta immunitaria, un modo per chiudersi non da soli ma con gli altri, solo con quelli che sono come me, che mi sono assolutamente simili, con cui faccio muro per oppormi a tutti quelliche invece non sono come me. "Noi" diventa così un pronome pericoloso e la comunità qualcosa di endogamico. Sono i due risvolti speculari. Non ultimo, tornando alle perversioni dell’individualismo, c’è questa figura dell’individuo creatore che io traggo un po’ da una pagina di Günther Anders, il quale ha un’intuizione assolutamente geniale e cioè l’idea che l’individuo della contemporaneità e dell’età globale non è solo passivo e consumista o impotente spettatore, ma è anche un individuo che si nutre di conquiste illimitate a partire dalla modernità, in particolare tecnica, per mettere in atto un agire senza limiti con dei risvolti inquietanti di cui poi stenta a farsi carico. Cioè il potere tecnologico è diventato illimitato e non c’è una coscienza sufficientemente adeguata del fatto che, ed è questo uno dei centri della mia riflessione ambientale, mettiamo in pericolo la stessa sopravvivenza del pianeta. Quindi non soltanto la qualità della vita. Basti pensare alle biotecnologie e aidanni che ne possono derivare per cui il tutto andrebbe assunto con una nuova consapevolezza che sfugga però alla classica forbice che ci viene sempre proposta: da un lato una sorta di indifferenza "laica" che non ci fa assumere pienamente la responsabilità di questo agire e di questo potere; e dall’altro la riproposizione diciamo religiosa, cattolica, etica, obsoleta, per cui la parole d’ordine come quella della vita, un concetto estremamente complesso, viene invece ridotto alla sua brutale manifestazione embrionale. Facendo un passo indietro lei lega la nascita dell’individualismo alla nascita della modernità e del capitalismo. Durante il Novecento all’individualismo, in quel momento più che mai sinonimo di privilegio, venne messo un limite da quelle che potremmo definire delle comunità il cui fine era difendere i diritti e conquistarne di altri. Si può fare un’analisi di questo tipo anche per un presente dove esistono non a caso soggetti atomizzati e una crisi verticale di quelleassociazioni solidali? Assolutamente sì. In questo senso io ho sempre provato a fare distinzioni diversamente da ciò che fa il pensiero liberale, il quale sostiene che la comunità è sempre negativa. No, le cose non stanno proprio così, c’è una comunità negativa e regressiva come succede oggi, ma c’è anche una comunità, o se si vuole, un "noi" emancipativo e progressivo. Sicuramente durante il 900, quella che noi chiamavamo lotta di classe, ha dato manifestazioni in questo senso. Il "noi" si costituisce intorno alla rivendicazione di diritti ma anche di lotta per un mondo più giusto e migliore, magari con un pizzico di utopia. Il problema dell’utopia è che non bisogna crederci alla lettera ma allo stesso tempo avere uno slancio utopico aiuta a costruire i fondamenti per quello che appunto tutto il pensiero emancipativo del 900 chiamava "un mondo migliore" o la speranza in un mondo migliore. Ora tutta questa energia emancipativa, tutta questa corrente di aggregazione, che dava vita aforme di comunità e di associazionismo, sono fortemente indebolite e si sono addirittura disgregate. Associazioni come i partiti, i sindacati e così via vedono sempre più svuotati i loro contenuti, i loro ideali. Sinceramente io non ho una risposta su questo. Però si deve prendere sul serio questo aspetto senza tentare né, da un lato, di contrapporre queste strutture tradizionali alle patologie che abbiamo descritto, né però appunto d’altro canto liquidarle. Penso insomma che si debba fare una riflessione se queste strutture associative possano ancora dare una risposta sul piano emancipativo oppure non vadano integrate con forme nuove. Non ho nessuna idea precisa in questo senso ma penso per esempio a quelle associazioni che si prendono a cuore tutta una serie di eventi, come è successo di recente a Copenaghen. Parlerei dunque più dei movimenti perché strutture come i partiti senza i movimenti languono. Tornando al tema centrale del suo libro, lei sostiene che per uscire da questasituazione non basta un generico richiamo all’altruismo, non lo considera sufficiente… Mi ritrovo a questo proposito un po’ sulla scia di Hannah Arendt. Potrei dire che l’altruismo per me è una dimensione sublime ma in qualche modo riservata a pochi. E non è quello lo strumento risolutivo soprattutto tenendo conto che siamo in presenza di forti patologie del soggetto. Come facciamo quindi a parlare di altruismo? L’altruismo lo possiamo trovare in alcune isole luminose, ma il problema a livello generale è complesso. La mia proposta invece è di andare oltre l’opposizione altruismo-egoismo e di pensare un soggetto che recuperi la consapevolezza della dimensione ineliminabile e costitutiva dell’altro. Cioè l’altro è in noi, ed è questo il punto. Lei propone, come recita il suo libro, una cura per il mondo… Il mio tentativo è di sottrarre il concetto di cura alla sua tradizionale svalutazione. Il concetto di cura è stato prevalentemente svalutato dalla politica ed è statofondamentalmente associato alle donne e al privato; e quindi alla sfera intima. Fuori dalla quale si parla d’altro, si parla di giustizia, di lotta, di politica e cosi via, come se le due cose fossero separate. Il mio tentativo, non particolarmente originale per la verità perché sul tema sono intervenute già delle filosofe statunitensi, è di dire no, la cura può e deve tornare ad essere un principio universale. Cioè un atteggiamento e una modalità di porsi che può investire l’intero tessuto sociale, dal momento capillare delle vita intima e privata alla sfera professionale in cui ognuno di noi si trova ad agire, fino appunto alla sfera politica. E’ solo l’atteggiamento di cura che riesce in qualche modo a farmi costruire l’agenda delle priorità e stabilire quali siano le priorità sul piano politico non solo nazionale ma planetario. Professoressa Pulcini, leggo qui sulla controcopertina del suo libro una sua frase, bellissima, che però spaventa un po’: "Essere capaci di cura vuoldire scoprirsi fragili e avere paura per il mondo". Non rischiano di mettere un po’ angoscia queste parole, perché la fragilità in realtà non ti consente di combattere e di intervenire? Io penso assolutamente il contrario dato appunto che all’altruismo contrappongo la consapevolezza della propria fragilità e della propria vulnerabilità. Questo non vuole dire affatto impotenza ma due cose principalmente: il fatto di scoprire la propria imperfezione e insufficienza umana, perché l’umano vuole dire questo, e saper ritrovare in questo una risorsa. Scoprirsi vulnerabili significa anche scoprire il fatto che l’altro è un elemento costitutivo del soggetto. Io in qualche modo trovo la mia forza proprio nel riconoscimento della mia vulnerabilità e del fatto che siamo tutti oggi in particolare vulnerabili in quanto appunto la vulnerabilità è una dimensione di carattere planetario. Siamo tutti, al di là delle differenze e delle disuguaglianze, esposti agli stessi rischi, allo stesso destino,alle stesse sorti di questo piccolo mondo che tutti ci accomuna. E quindi penso che quello sia il punto di partenza. In questo senso la paura va rivalutata proprio come la passione che in qualche modo mi restituisce il senso della mia vulnerabilità. Una delle nostre patologie è consistita e consiste tuttora nel sentirsi onnipotenti e perdere totalmente non solo il senso della misura e dei limiti ma il senso dello scopo del nostro agire. La vulnerabilità potrebbe essere una risorsa etica a partire dalla quale ci riconosciamo in qualche modo uniti non solo dagli stessi problemi ma anche dalla necessità di darsi gli stessi obiettivi. Ritengo dunque la cura una dimensione fortemente attivizzante e mobilitante. La paura quando viene vissuta in modo giusto è una passione mobilitante, al contrario dell’angoscia che è invece paralizzante.
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