-Abbiamo ipnotizzato la società scandinava-
 







Guido Caldiron




Il primo mistero da risolvere riguarda l’identità stessa dell’autore che ha firmato il romanzo noir campione d’incassi in Svezia, oltre 100mila copie vendute in pochi mesi, e che si è già guadagnato una fama degna di quella che circonda lo scrittore diventato dopo la sua scomparsa il più celebre del paese: è «il nuovo Stieg Larsson» hanno annunciato subito i media di Stoccolma. Lars Kepler e il suo L’Ipnotista , pubblicato nel nostro paese da Longanesi (pp. 585, euro 18,60) sono diventati così un caso letterario già prima della traduzione del romanzo in una trentina di paesi. Questo bizzarro noir centrato sulla figura di un medico che utilizza l’ipnosi per lenire le ferite della memoria dei suoi pazienti e per cercare di rimuovere le tracce lasciate da traumi e violenze terrificanti si è guadagnato l’attenzione generale scalzando dalle classifiche scandinave proprio la trilogia di Millenium del compianto Larsson e seminando interrogativi su chi ocosa si celi dietro il nome di Kepler. Se l’indagine a base di ipnosi che attraversa le pagine del romanzo finisce per far emergere progressivamente in controluce ambiguità e derive del "modello scandinavo", è soltanto al momento dell’intervista con l’autore de L’Ipnotista che si risolve l’altro giallo che circonda il libro: a firmare il nuovo sucesso del noir nordico sono stati in realtà due intellettuali affermati ma provenienti da esperiense completamente diverse, Alexander Ahndoril, autore di un romanzo su Ingmar Bergman, The Director , e sua moglie Alexandra Coelho Ahndoril, specialista di Pessoa.
Perché due autori affermati scelgono di firmare un romanzo con un altro nome?
Lars Kepler ha scritto un libro completamente diverso da quanto ciascuno di noi aveva scritto fino a questo momento. Usare una nuova firma, e una firma comune, era un modo per separare la nostra voce abituale da quella dell’autore di questo romanzo che volevamo fosse un vero poliziesco e non un romanzotradizionale venato un po’ di noir. Volevamo immergerci del tutto in questo genere evitando di portare nel libro la nostra voce letteraria abituale: per tutte queste ragioni è nato Lars Kepler. Inoltre quando abbiamo mandato il manoscritto all’editore lo abbiamo firmato così perché non si pensasse a un testo del tipo di quelli che avevamo scritto in precedenza con il nostro vero nome. L’editore si è mostrato interessato e ha comunicato con noi all’indirizzo mail di Lars Kepler. Solo in seguito abbiamo rivelato a tutti come erano andate effettivamente le cose. Scrivere insieme è stata comunque la cosa più divertente e entusiasmante che abbiamo fatto fino ad ora.
Quanto al modo in cui è avvenuta questa invenzione narrativa: cosa significa concretamente passare da Pessoa e Bergman al mondo dei killer e della polizia criminale?
Abbiamo imparato molto da questa esperienza che per noi rappresentava anche una sfida. Ciò detto, la più grande ispirazione per il libro di Lars Keplerviene dal cinema: c’è una sorta di movimento costante, di flusso e di ritmo che accompagna il suo modo di scrivere che è proprio dello strumento cinematografico. Anche l’uso del tempo presente nel corso di tutto il romanzo ci è servito per far sì che chi legge sia sempre risucchiato all’interno degli eventi descritti, li veda svilupparsi via via intorno a sé. L’altro aspetto fondamentale è quello dell’azione. Rispetto a quanto avevamo scritto fino ad ora, nell’ Ipnotista ogni personaggio è in moto, produce azioni, si scontra con gli altri personaggi, ha molto poco delle figure riflessive e in qualche modo ferme con cui ci eravamo misurati fino ad ora. E poi, ovviamente, in questo caso abbiamo avuto la necessità di svelare un mistero, di far cadere una determinata cosa in un determinato momento, come in un meccanismo a orologeria. In altri casi aveva avuto più importanza "la lingua", stavolta è "il ritmo" ad avere avuto il sopravvento.
Ma perché scrivere proprio un noir incentratosulla figura di un ipnotista?
Al centro di molti gialli c’è proprio il tentativo di capire cosa possa generare azioni e comportamenti terribili. La figura dell’ipnotista ci offriva questa possibilità: entrare nella mente di un assassino e ricostruire come e cosa lo abbia portato a commettere atti violenti e terrificanti. L’ipnosi rappresenta uno stato di coscienza straordinario: chi vi è sottoposto sembra dormire mentre invece il cervello è vigile e estremamente attivo. Non solo, la persona ipnotizzata può essere indotta a operare delle cesure nella propria memoria, nei propri ricordi. E questo ci sembrava degno di grande interesse e anche decisamente inquietante. Per questo quando abbiamo deciso di scrivere un giallo abbiamo subito pensato alla figura dell’ipnotista.
Quella dell’ipnosi sembra però anche una metafora: nel corso dell’inchiesta della polizia, e del romanzo, emergono molti elementi proprio sul conto di chi sta indagando sulla mente altrui. Un modo di osservare cosanon va nella società svedese che è stata per tanto tempo una sorta di modello di serenità e che si è convertita oggi nella maggiore fabbrica della letteratura della paura?
In effetti L’Ipnotista ci è servito come una chiave narrativa per cogliere la differenza tra cosa c’è al di sotto della superficie e cosa invece emerge, alla vista di tutti nella società svedese. In Svezia a prima vista tutto sembrerebbe perfetto, tutto sembrerebbe filare liscio, ma così non è. Se si scava un po’ si vede come l’immagine di perfezione che il paese si dà nasconda in realtà una specie di pentola dove continuano a ribollire anche molti umori negativi, disagio e crisi. In particolare si può vedere come in una società regolata e che dovrebbe offrire risposte a tutti, sono in molti a esprimere un forte bisogno di vicinanza e di solidarietà che invece resta del tutto inevaso. In particolare in questo momento stiamo assistendo a una messa in discussione del tradizionale sistema di welfare svedese cheproduce un effetto di isolamento e di solitudine crescente.
Al centro della storia de "L’Ipnotista" ci sono dei bambini minacciati, ma anche degli adolescenti molto cattivi. Lars Kepler ci parla di ragazzini tentati dalle sottoculture razziste o dalla violenza: che cosa succede nel vostro paese?
Noi abbiamo tre figlie e la nostra prima preoccupazione è che non succeda niente di male a loro. Ma le paure vanno affrontate e la letteratura noir rappresenta sicuramente un ottimo modo per farlo. Però è vero, nel romanzo "i piccoli" hanno più di un volto, non solo quello "rassicurante" delle vittime: del resto non possiamo chiudere gli occhi di fronte al fatto che nella realtà bambini e adolescenti sono spesso molto violenti tra loro o possono farsi tentare da idee negative.
In Svezia il successo del vostro libro è stato paragonato a quello ottenuto dalla triologia di Stieg Larsson. Cosa vi lega all’autore di "Millennium"?
La sua tragica scomparsa ci ha colpito molto e proprioper questo abbiamo scelto di rendergli omaggio firmando con il nome di Lars il nostro romanzo. Abbiamo apprezzato Stieg Larsson sia come scrittore che per il suo impegno politico contro il razzismo e l’estrema destra che condividiamo anche noi. Ci manca davvero molto.









   
 



 
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