Ritrovare la memoria per uscire
 







Guido Caldiron




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-Chi non riesce a vedere che oggi all’interno del genere umano vivono, fianco a fianco, due specie diverse, coloro che umiliano e gli umiliati, e che l’una non riesce a vedere l’altra, non capirà mai nulla del Ventunesimo secolo-. Per spiegare il senso più profondo della sua ultima opera, L’odio per l’Occidente (Tropea, pp. 272, euro 17,50), Jean Ziegler è ricorso a queste parole di Régis Debray, contenute in Aveuglantes lumières (Gallimard, 2006). «Viviamo nell’epoca del ritorno della memoria. Nei popoli riemerge il ricordo delle umiliazioni e degli orrori subiti in passato, e di tutto questo chiedono conto all’Occidente. La memoria ferita delle popolazioni un tempo colonizzate è diventata ora una potente forza storica. (...) Ma la memoria dell’Occidente in effetti è una memoria dominatrice, impermeabile al dubbio, mentre quella dei popoli del Sud è una memoria ferita. L’Occidente ignora la profondità e la gravità di queste ferite», spiega Ziegler,prima di aggiungere che è per questo che gli occidentali non capiscono oggi l’odio provato nei loro confronti «dalla grande maggiornaza dei popoli del Sud e che agisce come una potente forza di mobilitazione».
Relatore speciale dell’Onu per il diritto all’alimentazione, vicepresidente del Comitato consultivo del Consiglio dei diritti dell’uomo, Jean Ziegler è docente di sociologia all’Università di Ginevra e alla Sorbona di Parigi. Autore di diversi saggi sui temi della povertà e dei meccanismi dell’economia internazionale, ha pubblicato La fame nel mondo spiegata a mio figlio (Tropea, 2002), La Svizzera lava più bianco (Mondadori, 1990) e Svizzera: l’oro e i morti (Mondadori, 1997).
Dopo l’11 settembre è difficile affrontare un tema come quello dell’odio del Sud del mondo verso l’Occidente. Quale fenomeno descrive il suo ultimo libro?
C’è un odio patologico verso l’Occidente: quello che si è espresso nell’attacco alle Twin Towers, negli attentati di Londra e Madrid, nellastrategia di morte di Al Qaeda. Si tratta di un fenomeno da condannare e da combattere. C’è però anche un altro "odio" che può invece servire da base per una mobilitazione in favore della libertà e della democrazia nei paesi del Nord come del Sud del mondo. E’ di questo che mi sono occupato. Vale a dire di ciò che si è formato nei paesi del Sud in seguito a due vicende. Da un lato il rifiuto dell’Occidente ad assumere le proprie responsabilità nel passato di sofferenza vissuto dalle popolazioni che furono sottoposte al colonialismo, dall’altro lo sfruttamento, ad opera del capitalismo globalizzato, delle risorse e delle popolazioni degli stessi paesi che furono un tempo colonizzati. Il sistema economico internazionale appare così ai due terzi dell’umanità - dei 6,3 miliardi di abitanti del pianeta, 4,8 vivono nell’emisfero Sud - come una sorta di continuazione dell’età coloniale. E tutto ciò senza che nessuno in Occidente abbia nemmeno mai chiesto scusa...
Ma tra il passato, lamemoria dei paesi che sono stati colonizzati dagli europei, e il presente, gli squilibri economici tra i tanti nord e sud del pianeta, cosa contribuisce di più ad alimentare ciò che lei definisce come "l’odio per l’Occidente"?
Le rispondo citando un esempio. In gennaio il parlamento algerino ha iniziato a discutere una legge che potrà permettere in futuro di perseguire anche a livello internazionale coloro che si sono resi responsabili di violenze e crimini, ad esempio la tortura che sappiamo fu praticata su larga scala, durante gli anni del dominio coloniale francese sul paese. Quindi questa lotta per la riconquista della memoria si fa sempre più concreta. Allo stesso tempo, come dice Régis Debray, "mai come oggi la memoria è diventata rivoluzionaria", nel senso che incide direttamente sull’agenda politica dei paesi del sud del mondo. E’ la memoria ritrovata degli indios dell’America latina che consente oggi a Evo Morales, rieletto alla guida della Bolivia, di celebrare questoavvenimento esclusivamente con una cerimonia tradizionale che rimanda alla cosmogonia maya: è da quella storia, non dalla cultura occidentale, che il presidente boliviano trae la propria legittimità. Allo stesso modo, ciò che definisco come "l’ordine cannibale del mondo", visto che le cifre della fame sul pianeta non smettono di crescere, continua a evidenziare il ruolo giocato dall’economia occidentale nell’impoverimento di un gran numero dei paesi. Perciò la mia risposta è che questi due elementi concorrono quasi allo stesso modo a definire l’odio e il raconcore nei confronti dell’Occidente.
Ma nell’era della globalizzazione, in un mondo sempre più interconnesso e con élite nazionali che si formano negli stessi luoghi e secondo dottrine politiche e economiche simili, si può ancora parlare in questi termini di "Occidente"? Al conflitto verticale tra nord e sud, non se ne è sostituto uno orizzontale all’interno di ciascun paese e società?
La domanda è di quelle che non si puòevitare di porsi. E’ chiaro che questa frattura è prima di tutto all’interno di ogni società. Nei paesi occidentali, dove a dettar legge è il capitale finanziario, si esercita quello che nel libro ho chiamato "il fascismo esteriore", riprendendo una formula di Maurice Duverger: in paesi come l’Italia o la Francia, ad esempio, regole e diritti dell’uomo valgono solo per i cittadini autoctoni. La democrazia si ferma alle frontiere come sanno molto bene i milioni di immigrati che cercano ogni anno di entrare in Europa. Allo stesso tempo, questi stessi paesi europei praticano verso la sponda sud del Mediterraneo un vero e proprio "capitalismo della giungla", senza regole né limitazioni. Quindi se a livello di rapporti tra gli stati il conflitto si può ancora immaginare come "verticale", quelli del nord contro quelli del sud, all’interno di molti paesi, e in particolare di quelli europei, è emerso anche un conflitto orizzontale, tra le espressioni della società civile e i governi e leoligarchie dominanti. Non solo, in molte società del nord del mondo è cresciuta nel corso del tempo una vera solidarietà con i popoli del sud.
Non le sembra che conflitti di tipo orizzontale stiano emergendo anche nei paesi del sud, ad esempio nel mondo arabo e in alcuni stati africani dove si combatte una particolare battaglia per la democrazia contro i regimi locali?
In effetti le cose stanno evolvendo in questa direzione in molte parti del mondo: più che con l’Occidente i popoli si misurano con le élite locali che ne fanno a tutti gli effetti le veci. Nel libro mi occupo ad esempio del caso della Nigeria dove una serie di giunte militari si succedono al potere dalla metà degli anni Sessanta: al di là delle loro differenze, alcuni sono cristiani del sud, altri musulmani del nord, questi militari hanno però fatto sempre gli stessi interessi, vale a dire quelli delle compagnie petrolifere multinazionali, come Texaco, Exxon, British Petroleum che detengono il monopolio sulleriserve di questo paese che è l’ottavo produttore di "oro nero" al mondo. Nel frattempo la maggioranza del popolo nigeriano, oltre l’80% degli abitanti, ha continuato a vivere al di sotto della soglia della povertà. Perciò sono dei nigeriani che garantiscono in questo caso gli enormi proventi dell’Occidente a scapito di altri nigeriani costretti a fare i conti con la prostituzione infantile, le malattie e, talvolta, la morte per fame.

 









   
 



 
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