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Di Giuseppe Vetromile, vincitore di numerosi premi letterari e capacissimo operatore culturale, conosciamo la produzione poetica; eccolo ora tentare la prosa con “Il signor Attilio Cìndramo…e altri perdenti” (Kairòs Edizioni, pagine 140, € 14.00), volume di racconti pregno di ogni inventiva e di stranissime avventure. Già la semplicità, che appare nella scrittura e nella lettura del primo capitolo (che dà il titolo a tutto il volume), danno la misura di tutto il testo, supportato da una elasticità di affabulazione tale da rendere scorrevole ogni pagina. Una morte annunziata questa della moglie così acerbamente trascurata per soggiacere involontariamente alla fobia. Così la fragranza, quel sapore inconfondibile che scopre in bocca il vignaiolo, attirato piacevolmente dal colore ambra della sua raccolta luminosa, si offre anche a noi per una deliziosa corsa tra le staccionate che separano il sogno dalla disperazione, la fatalità dallarassegnazione. Qui, nel secondo racconto, mi sembra che ci si accosti proprio ad una favola, per quella sospensione degli aventi, che portano, purtroppo ancora, verso una morte prevista e accettata come fatalità. Ed ancora la morte è presente nel terzo e nel quarto racconto, una sensazione strana di amaro destino sembra perseguitare i vari personaggi che si alternano nella ben delineata solitudine che li avvolge. Finire sotto un treno della metropolitana dopo un alterco con un mezzo drogato, o finire affogata nelle limpide acque del mare, dopo essere stata oggetto, deriso e sfigurato, di una cattiva e semplice scommessa, giocata dai alcuni ragazzi a lei coetanei, sono gli epiloghi di storie narrate per lasciare un vuoto da riempire da parte del lettore . Capace di segreti suggerimenti, di magnifici chiaroscuri, Vetromile chiede al lettore una partecipazione da co-regista, aprendo una lieta combinazione valida per gioire o per soffrire con i protagonisti, sue creature, tutteimmerse in uno spaesamento che rende la vita contorta e realisticamente insicura. Per tentare una qualsivoglia uscita ci si accorge che tutti vengono impigliati in uno strano tormento che insiste in descrizioni abilmente proposte, nulla di banale o di pigramente passivo, nulla di indecifrabile, quale puro strumento di occasione, nella inafferrabile libertà che incarna residui della banalità. Molto evidente appare la ricerca del se nella inconsistenza di esistenze che sembrano essere destinate comunque allo sbaraglio, ove appunto il rapido venir meno della fortuna sprofonda in un convulso itinerario della incompiutezza umana. Un pizzico di filosofia spicciola si affaccia nel quinto racconto. I dubbi, le domande che ci torturano nel chiederci cosa mai sia l’aldilà, affiorano in compagnia di un cagnolino randagio, un bastardino che accetta le carezze di don Pascale, vedovo in pensione e corroso dal desiderio di sapere cosa mai ci aspetta dopo il trapasso. La domanda la rivolgeripetutamente al suo bastardino….e anche questa volta Vetromile conclude con la morte che malignamente si è nascosta al di là di una strada bagnata. Definire la nebbia che ci circonda giorno dopo giorno nelle vicissitudini è come sfilacciare il disegno di ogni singola esistenza, colpa di scompensi,mancanza di coraggio e forza per reagire. Ecco che alcune idee fisse, alcune idee ossessive ci vengono descritte con una tale arguzie nel racconto numero sei che quasi quasi un dubbio potrebbe assalirci, e cioè che il Vetromile si sia documentato con puntualità intorno alle nevrosi che disturbano il personaggio Giuseppe Mandò, che egli stesso abbia sperimentato attraverso contatti vari cosa mai possa essere una psicosi, che costringe un paziente a focalizzare il suo cervello su di momentanei abbrutimenti della volontà. Anche questo Mandò, dopo strani conteggi , si avvia inesorabilmente verso una inaspettata morte, nel constatare che i suoi battiti cardiaci erano giunti senza pietà a ben197 al minuto. Ma la morte ci insegue ancora nel racconto successivo, colpendo lo sprovveduto Giuffrè nel mentre si avvia alla sua auto dopo aver sperato invano in un segno benevolo di amore da parte della giovanissima Ermelinda, dispensatrice allegra del caffè….. I racconti sono tutti rapidi e veloci, modulati da dialoghi che sfiorano il chiaroscuro, il frammento, l’ammicco, l’intreccio sottile dei fatti, in una palese ambiguità della vita quotidiana, che si sfoglia in pagine affascinanti per la loro semplicità. Il libro cresce intorno ad una morale che si cela per quel tema unitario ricercato sulla morte di quasi tutti i personaggi. Ogni avventura si spende per quella febbre di correre verso la conclusione unica che si abbandona al gioco funereo della fine ad ogni costo. Di certo la sospensione è e rimane nel dubbio di una purificazione che non appare evidente, perché ci si chiede come mai l’autore abbia preferito scegliere come motivo dominante il sopraggiungereinesorabile della morte, presente come castigo finale o addirittura come soluzione liberatoria dagli inganni ed affanni della quotidianità più banale. Storie di amore e di contrasti, di inconsuete seduzioni, o il drammatico rapporto con una ambigua diversità, un prevalere delle ossessioni, che condiziona il sopravvivere di alcuni personaggi. Ancora e sempre eguale sorte tocca al prete Don Felice Omodeo, il quale si reca febbricitante , stordito, impaurito, verso la sua chiesa, malgrado un temporale violento. Vuole e deve dire messa ad ogni costo, ma nello stordimento causato dalla malattia si reca fori tempo e muore recitando i versetti sacri. Altro cadavere , questa volta suicida è il giovane signor Saverio, crapulone a tutti i costi e preda di allucinazioni per diversi e ricorrenti ricordi di fanciullezza. Sazio, da crepapelle, si ferisce mortalmente con il coltello da cucina. L’assurdità delle farse sociali vengono considerate come occasioni chepotrebbero cambiare l’esistenza, o per elaborarne un personale concetto, quando come in tutti i casi descritti la fortuna volta le spalle, e abbandona gli attori allo sbaraglio senza pietà. Forse Vetromile non troverà mai una risposta concreta a queste sue ipotesi tutte rivolte ad uno specchio paradosso che riflette le figure in maniera inestricabile, ma il suo continuo sfogliare pagine che dichiarano una certa filosofia di vita lo lasciano sempre in attesa di una catarsi che purtroppo non giungerà mai, perché la vita è avara e non riesce facilmente a donare nulla . A conclusione di questa rassegna di personaggi perdenti incontriamo due ricoveri in ospedale psichiatrico, una morte solitaria del vedovo Ludovico, ed in fine un accenno leopardiano per il signor Cardamone e l’alter ego, che nel suo candore ingenuo non riesce a ragionare, illuso, dice Vetromile, come tutti i poeti che cercano di scacciare i fantasmi e alla fine vengono proprio da essi schiacciati senza pietà. Ilsegreto che ognuno cerca di tacere tradotto in scarne e significative parole, un dialogo fra sé e sé, uno scandaglio minuzioso quasi quasi arricchito da una lieve introspezione psicologica, sottende queste pagine gustose propongono storie trascinate con sobrietà di capitolo in capitolo. Su tutte grava una fatalità, un destino segnato e irrimediabile, tuttavia senza che questi implichi una tragicità che volge al pianto. Direi invece che sembra una strana abitudine, una cadenza, per cui tutto ciò che è vissuto è poi subito scontato, travolto da una lievità onirica che si incastra e si intreccia dissolvendo appena una sua traccia amara. Non possiamo parlare di pessimismo , tanto profondo da farsi cantilena, ma probabilmente il confine tra condanna e illusione ha la capacità di stupire per quella sua penetrante delusione che dipinge molto bene alcuni aspetti di una borghesia intellettuale realmente sconfitta e incapace di sfumare le emozioni. Le emozioni, una doglianzaerratica, per un andare e venire di ferite a volte folgoranti, a volte perturbanti, senza quella crudeltà che tra fatalità e acredine adombra ogni fallimento umano storicamente intriso nella melanconia. Vetromile quindi, elaborando una prosa asciutta, rivolta all’essenziale o all’implicito assoluto, che organizza un obiettivo ben preciso ed esplicito, propone con molta sapienza avvenimenti che rispecchiano la saggezza di alcuni personaggi scelti con chiarezza quasi lapidaria, avvolti sempre da una nube contraria che li trascina inesorabilmente verso il fallimento. L’inquietudine e la tragedia incombono nel fantastico di ogni racconto, inevitabilmente, perché la vita stessa è una faccenda pericolosa ed è una sfida molto dura contro il fato , che affronta anche il nodo di qualche mistero. La paura qui stranamente è taciuta, ed ha una dimensione plasmata dagli eventi, ed il suo potenziale, che comunque è dentro di noi, non esplode , per lasciare il passo alla speranzaimpertinente, inspiegabile, sconfinata nell’ordinario che non ha nulla di misterioso. Una realtà che si dilata persino nella dimensione cronologica , fondendo i vari orizzonti in una interpretazione che lascia sospeso, racconto dopo racconto, il lettore che, nelle modalità espressive, riesce a sorprendere le prospettive di ogni singolo pensatore, a livello individuale e sovra-individuale . Non manca in tutto il libro quel minimo di improbabile e di irreale che dilata all’infinito i colpi di scena , l’incantesimo del non previsto, l’ingranaggio del racconto stesso , dentro il quale ognuno sogna di essere possibilmente un altro, in uno spaesamento per un incerto confine tra memoria e fantasticheria in una contraddizione esistenziale limpida e rasserenata. Lettura rapida e accattivante, per queste sue pagine stilate con lucida semplicità, per quel simbolo ignaro e indifeso, misteriosamente ammonitore, che tocca di volta in volta la sconfitta inattesa e al tempostesso il cerchio magico della metafora ammonitrice di sopravvivenze sempre lontane dalla disperazione.
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