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Dal compleanno di Noemi alle immagini di Abu Ghraib, alla ricerca di qualcosa che sembra non appartenere più al nostro spazio di senso, alla nostra idea del mondo, alle forme che cerchiamo di inventare per raccontarlo. Dopo aver descritto ne Il corpo del capo (Guanda, 2009) la progressiva sacralizzazione dell’eroe populista, nella sua variante berlusconiana, Marco Belpoliti analizza ora il tramonto di un sentimento la cui crisi indica bene la forma assunta oggi dal nostro rapporto con gli altri, ma anche con noi stessi, all’interno di società segnate dalla cultura del narcisismo e dal dominio delle immagini. Il suo Senza vergogna , appena pubblicato da Guanda, (pp. 254, euro 16.00), si snoda come un romanzo tra istantanee di questa crisi, le esibizioni del Cavaliere come la pornografia di guerra immortalata nel carcere iracheno, e le letture che scandiscono la progressiva scomparsa della vergogna dal nostro orizzonte: i romanzi di Coetzee, lepolaroid di Andy Warhol, le cronache di David Foster Wallace dai festival del porno di Las Vegas. Un viaggio costruito sulla mappa indicata nelle loro opere da Primo Levi e Franz Kafka, testimoni di una vergogna che è in realtà profondo senso etico. -La vergogna non c’è più. Quel sentimento che ci suggerisce di provare un turbamento, oppure un senso d’indegnità di fronte alle conseguenze di una nostra frase o azione, che c’induce a chinare il capo, abbassare gli occhi, evitare lo sguardo dell’altro, a farci piccoli e timorosi, sembra scomparso. Oggi la vergogna, ma anche il pudore, suo fratello gemello, non costituisce più un freno al trionfo dell’esibizionismo, al voyeurismo, sia tra la gente comune come tra le classi dirigenti. - scrive Belpoliti, prima di aggiungre - La perdita di valore della vergogna è contestuale a un altro singolare fenomeno: l’idealizzazione del banale e dell’insignificante. Lo sguardo ammirato di molti non si rivolge più a persone di notevole rilievo moraleo intellettuale, bensì a uomini e donne modesti, anonimi, assolutamente identici all’uomo della strada o alla donna della porta accanto». Un’analisi che, tradotta nel linguaggio della politica, sembra accompagnare la scomparsa della vergogna al trionfo del populismo, a quella perversa, ma vincente, capacità di trasformare "le chiacchiere da bar" in un programma elettorale. Non a caso Belpoliti introduce la sua indagine con una vicenda che ha segnato, anche simbolicamente, il discorso pubblico nel nostro paese e che meglio non potrebbe descrivere il nuovo volto della politica: -Nell’aprile del 2009 un uomo politico di settantadue anni, l’uomo più ricco del Paese, nonché Presidente del consiglio in carica, si presenta in un ristorante della periferia di Napoli per partecipare ai festeggiamenti dei diciotto anni di una ragazza. La notizia, corredata di foto, sarà riportata su tutti i giornali. Dovrebbe essere "scandalo", e invece nessuno, o quasi, parla di vergogna. Perché?-. Larisposta al quesito che l’autore di Senza vergogna pone all’origine del suo viaggio, si compone di alcune tappe intermedie. «Nel suo celebre saggio sul narcisismo Christopher Lasch ( La cultura del narcisismo , Bompiani 2001, nda), alla fine degli anni Settanta - spiega Belpoliti -, ha messo a fuoco la società americana: in quel periodo gli invidui scriveva Lasch, apparivano in progressiva e accelerata fuga dal sociale, ripiegati in una visione fortemente individualistica del mondo, di cui una nuova forma di narcisismo forniva una plausibile spiegazione. (...) Gli uomini e le donne della fine del XX secolo si trovano a proiettare un’immagine attraente di se stessi e contemporaneamente devono "interpretare un ruolo dimostarndo una conoscenza approfondita della propria interpretazione". Da allora le cose sono andate molto avanti anche nei paesi europei, coniugandosi con la "corsa al successo dirigenziale" (...) il potere non è più rappresentato dal denaro o dall’autorità, bensì dalla"immagine vincente": il potere risiede negli occhi di chi guarda». L’epilogo, scorre invece ancora oggi sotto i nostri occhi: -Viviamo da almeno cinquant’anni, per quanto riguarda il neocapitalismo di marca americana, nel regno dell’autenticità e del sentimento che hanno privatizzato la sfera pubblica e condotto, come ha scritto Richard Sennett, al "declino dell’uomo pubblico" ( Il declino dell’uomo pubblico , Bompiani 1982). Le emozioni divenute - il caso italiano della neotelevisione commerciale e della politica pop modellata sui palinsesti tv è eclatante - il motore stesso dell’agire politico, strumento dei sistemi di consumo e dello spettacolo, modello imperante di semplificazione oltre che motore della passività e del voyeurismo di massa dagli anni Ottanta in qua-. La lente attraverso cui Senza vergogna ripercorre la storia recente dell’Occidente, fino all’approdo tutto italiano di questa vicenda, finisce per interrogare la stessa possibilità di vivere davvero "insieme",definendo la sfida che attende oggi cultura e civiltà. -La vergogna è il sentimento che i tedeschi non provarono , scrive Levi, che -"non conobbero" (...) E subito aggiunge: è la vergogna che "il giusto prova davanti alla colpa commessa da altri, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa"-. Per questo per Marco Belpoliti: -La vergogna costituisce un affetto fondamentale per descrivere la condizione contemporanea, un fattore decisivo per comprendere a che punto siamo arrivati nella distruzione dei valori e della singolarità. E questo non solo per la sua valenza annichilente - la vergogna distruttrice -, ma anche per l’aspetto importante che questa emozione riveste nella formazione dell’identità personale, come regolatore del sé, come strumento attraverso cui si prende coscienza, anche in modo doloroso, di ciò che si è rispetto agli altri. Con lasua ambivalenza la vergogna è infatti uno dei segnali che indicano la nostra irrinuciabile umanità-.
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