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Dopo aver analizzato le difficoltà nel rapporto di coppia in “Adamo” (Kairòs Edizioni), a metà strada tra l’autobiografia e lo spaccato realistico della società odierna, Marco Liber ha ritratto la dura vita nei vicoli della Napoli del dopoguerra nel romanzo “Il ragno sotto il soffitto” (Kairós Edizioni, pagg.128, € 14,00). Protagonista del libro è un ventenne abituato a vivere alla giornata, diviso tra l’amore per due donne e incamminatosi sulla strada del crimine. Nel riscatto di Gennaro è possibile cogliere una nota di speranza verso una città a cui lo scrittore è profondamente legato, pur essendo nativo di Avellino. - Da cosa è scaturito il suo bisogno di scrivere su Napoli? - “Questo mio libro ha la peculiarità di non essere stato scritto oggi per raccontare una storia antica, ma all’epoca dei fatti che racconta, per cui non è frutto della maturità dei miei anni, ma di una giovinezza che era stata, anche per me, abbastanza tormentatadagli eventi della guerra. Pur trattandosi, dunque, di un racconto di fantasia, esso fu scritto da un giovane studente, qual ero io allora, testimone oculare dello scenario reale che questa città offriva negli anni del dopoguerra, con le suggestioni e le preoccupazioni che colpivano chi, non essendo di Napoli, vi si trovava occasionalmente, ma anche con la limpidezza e la semplicità di un ventenne. In tal senso la scrittura di questo libro fu certamente un atto d’amore verso questa città, all’epoca ancora prostrata dalla miseria di una guerra, dall’onda devastante di un’occupazione straniera, dalla tragica necessità di trovare comunque una ragione di vita. Ovviamente suggestioni e preoccupazioni soggettive, che potrebbero anche non essere condivise, ma che allora erano sicuramente accomunate dalla speranza che quelle condizioni potessero normalizzarsi e migliorare. Anche la decisione di pubblicarlo è stato un atto d’amore per Napoli e per i napoletani; pur non essendo“napoletano verace”, sono stato io stesso affascinato da quella “napoletanità” problematica che comunque traspare dalle pagine di questo libro e non è caratteristica contingente di quell’epoca, ma l’eterna carta d’identità di questa terra e questo popolo”. - Che cosa intende per “napoletanità”? - “Certamente delle sicure positività, come l’amore per la battuta salace ma piena di arguzia e di saggezza, lo sberleffo, la sostanziale bontà d’animo, la singolare filosofia della vita che privilegia il desiderio di vivere nonostante le ristrettezze e le difficoltà, la capacità di inventare espedienti e modalità di vita unici al mondo, la religiosità che parte dal cuore, la passione per l’amore, per il canto, per il sole, per il mare; ma anche molte negatività, come la considerazione del lavoro come “fatica” e non come strumento necessario per stare meglio, l’incapacità di adeguarsi rapidamente al mondo che si rinnova, la permanenza di un sottobosco di piccola e grande criminalità,l’accettazione passiva della fatalità e delle credenze superstiziose. Parlando di queste ambivalenti caratteristiche di Napoli, in particolare della Napoli del dopoguerra, mi viene in mente, per differenza, il libro di Anna Maria Ortese “Il mare non bagna Napoli”, nel quale invece l’autrice ha rilevato, certo con grande acume critico, soltanto le enormi negatività della città in quel particolare periodo, senza trovare, per non averle neppure più cercate, le innegabili positività che pure dovevano esserci nella realtà di allora, offrendo il quadro di una Napoli desolata, senza amore e senza speranza, tanto distrutta da non potersi più risollevare, così gravemente malata da non poter più guarire. Un libro, quello, che mi ha molto intristito ma che viene smentito dal fatto che Napoli, pur con i suoi grandissimi problemi, è ancora viva e certamente migliore di quella del dopoguerra. Non so se, in quegli anni della mia giovinezza, io sia riuscito a cogliere, oltre alle innegabilinegatività di quel momento particolare, anche le positività che, a mio giudizio, hanno sempre contraddistinto la Napoli di tutti i tempi, tra le quali va sicuramente annoverata la speranza, spesso tradita, di una vita meno problematica. Quanta di questa napoletanità io abbia saputo infondere in questo libro, lo giudicherà il lettore”.
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