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Un male oscuro chiamato felicità |
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di Monica Florio
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Specchio di quest’epoca disagiata, afflitta da colpe e da rimorsi, è l’inquietante “Non conosco il tuo nome” di Joshua Ferris (Neri Pozza Editore, pp. 349, euro 16.50) in cui una malattia di origini ignote si insinua nella tranquilla esistenza di un uomo finendo per sconvolgerla. Più insidioso di un cancro, il male che spinge il protagonista a correre fino allo sfinimento rappresenta nella sua singolarità una sconfitta del progresso e della medicina. Inesorabile come la morte, esso incarna la vendetta dell’irrazionale che prende il sopravvento sull’individuo privandolo prima dei suoi affetti (la moglie e la figlia, ridotte al rango di infermiere e poi abbandonate) e trascinandolo successivamente sull’orlo della follia. Come la depressione, la malattia di Tim può scomparire per ripresentarsi anche a distanza di anni quando l’unica barriera in grado di acquietarla momentaneamente è il sonno perché solo con l’oblio l’equilibrio interiorecompromesso si ricompone magicamente. Nell’introdurre una pista secondaria – il caso del cliente accusato ingiustamente di omicidio e suicidatosi in carcere – il talentuoso Ferris, più che conferire alla vicenda l’andamento di un thriller, sembra voler esasperare il tono già drammatico del plot: l’episodio diviene, allora, un’ulteriore sfida impossibile per Tim che si imbatte due volte nell’assassino senza riuscire mai ad assicurarlo alla Giustizia. Coraggioso nel frustrare le aspettative da parte del lettore comune di una possibile guarigione che decreti la fine del calvario, Ferris sembra suggerire come la crisi dell’uomo moderno, ossessionato dal benessere e col BlackBerry sempre acceso, sia ormai irreversibile. Meglio di un asettico trattato di psicologia, il libro illustra l’inconoscibilità dell’essere umano, il peggior nemico di se stesso: poco o nulla rimane dell’avvocato di successo che, ridotto ad un relitto, si appresta faticosamente, con lo zainetto sulle spallescheletriche, a raggiungere il capezzale della moglie morente.
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