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Il tema del libro di Antonino Infranca, I filosofi e le donne (Manifestolibri, Roma 2010, pp. 143, euro 18) offre un contributo originale alla ricerca filosofica perché mette al centro un’altra modalità o tonalità del pensare che rimanda agli affetti, alle emozioni, ai ricordi; la cosa curiosa e paradossale è che la filosofia implicata sin dalla stessa sua origine nelle cose d’amore si sia poi privata, lungo la sua storia millenaria, della sua dimensione, per così dire, affettiva e pulsionale. L’autore racconta quattro esemplari vicende d’amore che hanno segnato in maniera indelebile la vita di alcuni grandi pensatori dell’Occidente (Abelardo ed Eloisa, Lukàcs e Seidler, Heidegger e Arendt, Sartre e De Beauvoir) chiarendo preliminarmente nell’introduzione che le donne coinvolte in queste storie sono state vittime, talvolta anche consenzienti, dei sistemi di pensiero elaborati dai filosofi che le hanno amate con intensità e passione; pertanto sesi vuole dare un futuro alla filosofia o comunque avviare una nuova tradizione di pensiero occorre «avere una concezione femminile della filosofia e per averla cominciamo a pensarla dal luogo delle vittime dei filosofi, le donne». Al di là di questa premessa non sempre condivisibile o comunque poco esplicitata nei suoi snodi teorici, il libro si struttura come un vibrante romanzo passionale che esplora, in termini rilkiani, il motivo dell’amore che è tale solo nell’abbandono. Ne è la riprova il carteggio tra Abelardo ed Eloisa, un documento straordinario dell’intero Medioevo cristiano che continua ad affascinare attraverso i secoli intere generazioni. La vicenda, come è noto, si svolge nel cuore del XII secolo tra il 1114 e il 1164: Eloisa è la giovane allieva e amante del più brillante filosofo dell’Università di Parigi, Pietro Abelardo. Il loro è un amore contrastato, travagliato, impossibile che finisce con la clausura per entrambi in monastero ma ad unirli ancora una voltaviene in soccorso la scrittura che evoca in contrappunto la passione carnale e l’amore per Dio. I sentimenti di Eloisa sono quelli di una donna moderna in quanto rivendica il suo ruolo di donna innamorata, ma allo stesso tempo cosciente di essere una vittima sacrificale dell’amore di Abelardo. E’ femminile la voluttà di obbedienza all’amato e il dichiararglielo poi in una confessione diventa un gesto di seduzione; parimenti è sincera la sua autoanalisi che mescola la dolcezza del ricordo al disincanto di un casto presente da badessa. Sette secoli dopo, anche Irma Seidler, la pittrice ungherese amata dal giovane Lukàcs negli anni tra il 1907 e il 1911, desidera, come Eloisa, di essere riconosciuta come donna e amante, abbandonarsi alla vita e dinanzi a tale impossibilità, si uccide. Per il giovane Lukàcs solo l’esperienza tragica è forma dell’esistenza autentica. L’intera stesura de L’anima e le forme, la sua opera giovanile pubblicata nel 1911, è attraversata dall’ombra di Irmatravolta dal lucido e devastante cortocircuito tra la vita e l’opera. L’uomo dell’opera non può vivere una vita normale poiché «la vita è casualità e l’opera è necessità». Per questo Lukàcs ha rinunciato ad Irma ma, adesso, ella con il suo suicidio, è tutta dentro l’opera. Ne L’Anima e le forme c’è un saggio che ripropone il rapporto con Irma per una evidente affinità di eventi e di gesti simbolici dal titolo "Quando la forma si frange sugli scogli dell’esistenza: Soren Kierkegaard e Regina Olsen". Una per una sfilano davanti alla riflessione di Lukàcs le vicende biografiche e le esperienze intellettuali di Kierkegaard che gli appaiono rigorosamente costruite su un gesto che toglie al caso la decisione e la restituisce all’ordine rigoroso della necessità. Regina, come Irma, è la vittima sacrificale che va offerta sull’altare dell’Assoluto ma, a differenza di Irma, ella sopravviverà a lungo sposando un suo antico pretendente. La terza storia del libro, forse la più difficile dacapire, riguarda due grandi protagonisti della scena filosofica novecentesca: Hannah Arendt e Martin Heidegger, lei ebrea e giovane studentessa di filosofia, lui professore di sicura fede nazista, sposato ed avviato ad una brillante carriera accademica che culminerà con la nomina di rettore all’Università di Friburgo nel 1933. I due si conoscono a Marburgo nel 1924, intrecciano una relazione d’amore clandestina che dura qualche anno fino a quando le loro strade si separeranno definitivamente. Hannah lascia la Germania nel 1933, va in esilio a Parigi e da lì emigra negli Stati Uniti; Martin continuerà indisturbato il suo insegnamento dopo le dimissioni da rettore nel 1934 mentre la tempesta nazista comincia ad abbattersi sull’Europa. Eppure Hannah non ha dimenticato il suo professore e lo rivede nel 1950 dopo la guerra. Continueranno a scriversi e ad incontrarsi fino alla morte di lei nel 1975. Infranca esamina e commenta con rigore filologico il carteggio tra i due (Arendt e Heidegger,Lettere 1924-1975, Edizioni di Comunità 2001) privilegiando però una lettura di matrice hegeliana perché «in fondo Hannah cercava solo il riconoscimento dall’inizio della loro storia: il riconoscimento della sua facoltà di comprenhensio». Essere riconosciuta come pensatrice soprattutto dal suo antico maestro era ciò che la ossessionava di più. Su questa linea mi pare si attesti anche la recente pièce teatrale La banalità dell’amore. Hannah Arendt e Martin Heidegger. Storia di un sentimento mai sopito della scrittrice israeliana di origine tedesca Savyon Liebrecht pubblicata dalle edizioni e/o. Infine, quella tra Jean Paul Sartre e Simone De Beauvoir è l’ultima storia che chiude il volume, una relazione simbiotica, come la definisce l’autore, che iniziata nel 1929 si scioglierà soltanto nel 1980 con la morte del filosofo francese. Non c’è matrimonio tra i due, ma un contratto a termine con una clausola bene definita: quella dell’infedeltà intesa come un dovere reciproco, una sortadi assicurazione contro le menzogne, i sotterfugi, le ipocrisie del matrimonio borghese. Uno degli elementi costitutivi della simbiosi Sartre-Beauvoir è il reciproco riconoscimento di partner alla pari; Sartre non avrebbe potuto fare a meno di soddisfare il suo desiderio di conquiste mentre Simone per prima teorizza la necessità per le donne di ribellarsi al loro destino biologico perché non nascono né inferiori né subordinate all’uomo, sono uguali all’uomo, e in questo è severa pioniera del femminismo. I due per tutta la vita distinguono l’amore necessario, dunque inevitabile, dagli amori contingenti e senza importanza. Paradossalmente, nella tela di ragno dei loro amori contingenti, Sartre e Simone prendono consapevolezza della necessità del loro rapporto, verificano in ogni momento il loro inossidabile amore. Cosa hanno in comune Eloisa, Irma, Hannah e Simone? Sono donne, intellettuali, amanti, scrittrici che hanno sofferto certamente e patito anche la loro condizione, riscattatadall’uso liberatorio della scrittura come etica e come salvezza. Ma, quello che non convince dell’itinerario proposto dall’autore è che le quattro vicende raccontate siano inglobate nella dialettica emancipazione/oppressione per quanto l’operazione sia certamente legittima e funzionale all’ipotesi di una ricerca che coniughi donne e potere maschile della filosofia. Infatti, più ci s’inoltra in queste vicende e più si perfora la consistenza dell’involucro in cui si cela il mistero intraducibile dei sentimenti (e in specie, dell’amore).
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