|
In poche parti del mondo il passaggio fra tradizione e modernità è avvenuto così repentinamente e drammaticamente come in Corea. Costretto a cannonate ad aprirsi all'estero, nella seconda metà del XIX secolo, il paese si trovò ben presto colonizzato dai giapponesi che ne fecero scempio per trentacinque lunghissimi anni, dal 1910 al 1945. Finita la dominazione nipponica, la Corea divenne presto vittima della guerra fredda, conoscendo prima la divisione, poi lo spaventoso conflitto civile del 1950-53. Gli effetti della brutalità con la quale questo paese piccolo e pacifico è stato trattato sono ancora atrocemente visibili, con una partizione dolorosa e ingiusta che continua a rimanere senza concrete prospettive di soluzione. E pochi sono i paesi dove il passaggio dalla letteratura classica a quella contemporanea sia avvenuto in modo così improvviso come in Corea. Non si esagera, anzi, se si afferma che la letteratura coreana contemporanea venneletteralmente inventata da un manipolo di letterati giovani o giovanissimi nutriti solo di poche opere occidentali pervenute loro, per lo più, attraverso traduzioni in giapponese. Ciò del resto non sarebbe stato possibile se il popolo coreano non avesse posseduto un Dna straordinario che l'aveva portato nei secoli ad attribuire alla conoscenza dei classici e al talento letterario un'importanza primaria e un posto superiore a quello di qualunque altra branca dello scibile umano. È comunque impressionante vedere l'età di quei primi pionieri della letteratura contemporanea in un paese che, sull'onda della tradizione confuciana, a tutt'oggi antepone spesso l'anzianità al valore degli individui. Ch'oe Namson (1890-1957) aveva diciotto anni quando, nel 1908, pubblicò sulla propria rivista letteraria Dal mare ai ragazzi, ossia quella che è considerata la prima poesia a verso libero della letteratura coreana. A venticinque anni Yi Kwangsu (1892-1950) pubblicava Senza cuore, unanimementericonosciuto come il primo, vero romanzo moderno della Corea. Kim Sowol (1902-1934) produsse tutta la sua opera poetica tra i diciotto e i ventitré anni e Yi Sang (1910-1937) riuscì a conquistarsi fama imperitura nella storia letteraria nazionale pur essendo deceduto a soli ventisette anni. Sviluppatasi all'ombra della spietata dominazione giapponese, la produzione letteraria di questi autori fu connotata dalla fuga, dalla resistenza, dalla disperazione, condotta fra censure e difficoltà economiche, affidata a una vera e propria vita da bohémien con tanto di finale tragico: Kim Sowol morì suicida, travolto dai debiti e dai problemi esistenziali, Yi Sang finì stroncato dalla tubercolosi. Non mancarono letterati morti nelle carceri dell'oppressore, come Yi Yuksa (1904-1944) e Yun Tongju (1917-1945). Nel periodo della dominazione giapponese, detto in coreano Ilche sidae, predomina nelle opere un crudo realismo dove i personaggi sono spesso dei «vinti», tragicamente accomunatinell'abbrutimento alla sorte infelice della patria perduta; ma c'è anche tanto «crepuscolarimo» e qualche appello a modernizzare (anche mentalmente) il paese al fine di metterlo in condizione di potersi affrancare dalla schiavitù. Alcune associazioni letterarie sorsero sotto l'egida del pensiero socialista: fu il caso del Kapf (Korean Artists' Proletarian Federation), fondato nel 1925 e sciolto d'autorità dai giapponesi dieci anni dopo.li anni fra il 1945 e il 1953 furono drammatici e le passioni politiche prevalsero nettamente sulla produzione letteraria, pur se scrittori come Yom Sangsop (1897-1963) non mancarono di dipingere mirabilmente la tragedia del conflitto fratricida. Dopo la divisione del paese e la terribile guerra civile, durante la quale molti letterati scelsero la «propria» Corea in base alle convinzioni politiche, la letteratura ha percorso strade diverse. Nel nord, essa è stata posta al servizio dell'ideologia a rappresentare il lato intellettuale della «coreanità»ritrovata. Al sud, pesantemente americanizzato, pur tra le dittature militari e l'eterno problema della censura, la letteratura ha certamente conosciuto aspetti più vari. Dopo l'emozione per i recenti eventi luttuosi percepibile nelle opere degli anni `50, un diffuso dolore di vivere si fa strada negli autori del decennio successivo. Dopo Ch'oe Inhun che, nato nel `36, aprì di fatto la strada al nuovo corso con il romanzo La piazza (1960), i due scrittori più rappresentativi di questa tendenza sono forse Yi Ch'ongjun e Kim Sungok: dalle loro opere traspare una società che la dittatura ha privato di motivazioni, stimoli e ideali, e i cui personaggi, consci dell'impossibilità di raggiungere i propri obiettivi, finiscono con lo scegliere la strada del nichilismo. Ancora oggi fra gli autori più amati, Yi Ch'ongjun (i cui Interno coreano con sequestro e Enigmi coreani sono pubblicati in Italia da ObarraO) è fra i migliori esploratori di quella «coscienza urbana» affermatasidisordinatamente, con tutte le sue contraddizioni, proprio a partire dagli anni `60, con il progressivo abbandono e impoverimento delle campagne. Kim Sungok (autore fra l'altro di Diario di un viaggio a Mujin, edito da Argo), giunto al successo giovanissimo, non scrive più dal 1981, dopo una profonda crisi religiosa. Rimane comunque uno degli scrittori più importanti della Corea contemporanea e forse il più grande nel trattare il tema dell'erotismo come croce e delizia della vita quotidiana. Gli anni `70 sono quelli del boom industriale della Corea del Sud, ottenuto però al prezzo di una totale alienazione dell'individuo e dello sfruttamento spietato della classe lavoratrice. L'eco del profondo rivolgimento sociale e del conseguente, diffuso malessere è riscontrabile nelle opere di autori come Cho Sehui, Kim Wonil e Hwang Sogyong, per non citarne che alcuni. Cho Sehui è autore poco prolifico, ma il suo La pallina lanciata dal nano (1978), amara denuncia delle terribili condizioni divita dell'operaio coreano (e di ogni diseredato in genere), è divenuto un'autentica Bibbia del lavoratore salariato. Kim Wonil è l'autore che più di ogni altro ha portato all'attenzione del pubblico i disastri ambientali causati dalla massiccia industrializzazione degli anni `70, soffermandosi sulle responsabilità avute dalle autorità governative, spesso corrotte e comunque insensibili di fronte ai pericoli per la collettività. Hwang Sogyong, reduce del Vietnam, ha scelto una posizione contestataria nei confronti del regime di Seoul che l'ha portato a trascorrere vari anni in galera per aver compiuto un viaggio clandestino in Corea del Nord. È un autore che con estrema fermezza ha reclamato l'importanza della dignità umana, insistendo sull'illusorietà della ricchezza materiale. Gli anni `80, apertisi con il massacro di Kwangju e cruciali in Corea del Sud per il passaggio dalla dittatura militare a un sistema più libero, fanno registrare, accanto a nomi già affermati, l'esordio dimolti autori della generazione postbellica. Le lotte per la libertà e la conseguente repressione, le istanze (di intellettuali e non) per una normalizzazione dei rapporti con la controparte nordcoreana e l'abbandono dello sterile anticomunismo di principio fino ad allora imposto alle masse come un autentico dogma, trovano puntuale riscontro negli scrittori di quegli anni. Ricordiamo fra gli autori particolarmente attivi in questo delicato periodo il sempre discusso ma grandissimo Yi Munyol, ancora Yi Ch'ongjun, e poi Cho Chongnae, insieme a tanti altri. Yi Munyol, senz'altro lo scrittore coreano più tradotto all'estero (tre suoi romanzi sono editi da Giunti e ora per Bompiani esce Il figlio dell'uomo), si distingue per una diffidenza nelle istituzioni, in favore della ricerca personale del sé. All'età di tre anni, in piena guerra civile, venne abbandonato dal padre che scelse la Corea del Nord, e per questo egli crebbe in una atmosfera di sospetto che lo costrinse in gioventù acambiare continuamente domicilio. Personaggio scomodo, è stato spesso accusato di qualunquismo e opportunismo e il suo recente allineamento politico su posizioni di destra gli ha alienato molte delle residue simpatie di cui godeva nel mondo intellettuale. Rimane comunque autore di una forza narrativa rara, vero scrittore di parabole universali. Cho Chongnae (ancora edito in Italia per Giunti) ha profuso nelle sue opere tutto il suo impegno in favore del recupero dell'anima originaria coreana grazie al superamento delle barriere ideologiche, viste come qualcosa di secondario e artificiale, e per questo ha avuto guai giudiziari. È scrittore dai toni forti e appassionati, che rifugge volentieri dal compromesso. Fra gli autori nati nel dopoguerra merita di essere ricordata, per la sua attenzione verso il «popolo della periferia», la scrittrice Yang Kwija. Tradizionalmente legate a temi più intimi, come l'ambiente familiare, le scrittrici e le poetesse coreane - eredi di un passato che,pur in una società decisamente maschilista, ha visto sempre le donne cimentarsi, spesso con grande successo, nel campo delle lettere - rappresentano oggi una parte importante della letteratura coreana: oltre a Yang Kwija, non dovremmo dimenticare le scrittrici Pak Wanso, detta la «signora della porta accanto» per la semplicità del suo stile, O Chonghui, maestra della psicologia domestica, Han Malsuk (il cui Cantico di frontiera è uscito per ObarraO), esaltatrice come pochi del fascino del quotidiano, oltre alle poetesse Kim Namjo, Kim Huran e Mo Yunsuk, per non fare che pochi nomi. Abbiamo parlato poco dei poeti, che invece in Corea rappresentano il letterato per eccellenza: sono legioni, dato che con la poesia i coreani si cimentano a migliaia, a prescindere dal loro lavoro e dal loro ruolo. La poesia che nella Corea classica era quella scritta dal sovrano, dal funzionario, dal generale, oggi è quella del docente universitario, del giornalista, del bancario. Due nomi per tutti, fraquelli più vicini a noi: So Chongju (1915-2000) e Ko Un (1933-). Quest'ultimo, ex prigioniero politico e perenne anticonformista (pur se talora all'insegna di una improbabile e patetica «coreanitudine»), è ormai da anni il candidato della Corea del Sud al Nobel per la letteratura. Tutti gli autori citati (ma ne abbiamo tralasciati tanti altri, validissimi) hanno ancora oggi, nel bel mezzo di un lento e difficile cambio generazionale, appassionate schiere di lettori. In Corea del Sud, paese che pur se ipertecnologico presenta uno straordinario numero di editori e uno smisurato amore per la lettura del materiale cartaceo, quando un romanzo va «così così» vende duecentomila copie, quando va bene più di un milione. Una vera lezione per un Occidente spesso pieno di supponenza e arroganza. da Il Manifesto
|