Lettera a D.
di Andrè Gorz
 







Luigi Alviggi




cover

Stai per compiere ottantadue anni. Sei rimpicciolita di sei centimetri, non pesi che quarantacinque chili e sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo piú che mai. Porto di nuovo in fondo al petto un vuoto divorante che solo il calore del tuo corpo contro il mio riempie.”
È questo il folgorante inizio del breve romanzo “Lettera a D.” – il racconto di un amore coniugale immenso – di Andrè Gorz (Sellerio, 2009 – pp. 82, € 9,00). Il libro è del 2006, scritto in un paio di mesi, e D. è Dorine, la moglie dell’Autore. Amico di Sartre e Marcuse, filosofo e giornalista, cofondatore del giornale “Le noveul observateur” nel 1964, Gortz - nato a Vienna nel 1923 e scomparso nel 2007 - è più che altro un saggista, teorico della sinistra francese e ideologo precorritore dello studentesco famoso Maggio Parigino del ’68.
Eppure giustamente Adriano Sofri, nella Prefazione, afferma:
“Non si tratta di unadichiarazione d’amore senza fine ripetuta ... ma di un rimorso e un tentato risarcimento. A questo amore non è stata riconosciuta la verità, la sovranità. Anzi, è stato misconosciuto e quasi rinnegato, sfigurato”
Il primo passo nell’animo dell’Autore è il prendere atto che, già nella sua opera, non ha saputo riconoscere l’importanza via via crescente che la compagna andava acquisendo nel suo mondo spirituale. Il saggio/romanzo con spunti autobiografici “Il traditore” - suo primo libro pubblicato nel 1958, prefato da Sartre e più volte citato nel presente lavoro - ne è la prova. Ed il rimpianto per aver bistrattato il suo amore, adombrato nel personaggio femminile di Kay, la protagonista, è il primo passo verso la redenzione che guida all’espiazione di dover confessare in tutta verità l’intrinseca forza vitale di questo legame. Anche se poi il nome stesso del libro (non tradotto in italiano) sembra in un certo qual modo riconoscere quanto negato a parole.
Solo adesso, dunque, inetà avanzata e quando ormai il cammino è prossimo al termine, la mente appare squarciarsi e iniziare a comprendere che, sull’affetto incondizionato che gli è stato accanto per lunghi decenni, è imperniata la svolta che ha saputo dare il miglior indirizzo ai tanti anni che hanno fatto seguito all’incontro. Di più, che ha saputo assicurargli la volontà di vivere.
“ti scrivo per capire quel che ho vissuto, quel che abbiamo vissuto insieme”
E, per meglio capire, Gorz costruisce il diario di questo amore, dal suo nascere incerto all’affermarsi prepotente, al di fuori di ogni logica e specificazione. Investigatore alla ricerca delle radici nascoste, indaga nella storia di D. precedente il conoscersi, perché gli è diventato indispensabile spiegare e spiegarsi. Due esseri profondamente diversi si incrociano per caso, e tuttavia - come solo forse succede negli amori destinati a divenire giganteschi - c’è al fondo qualcosa che li spinge l’uno verso l’altro, al di là di diversità diabitudini, di divergenze di interessi, di cognizioni opposte, di amicizie scompagnate. Questa storia pregressa, con una coppia di genitori conflittuale, una madre poco presente, una precaria realtà di vita, affonda nell’intimo di lei le basi di un’incompiutezza personale senza rimedio, di una indispensabilità del trovarsi con chi possa sanare tutto ciò che la vita ha ferito dentro, un chi capace di far risuonare in entrambi la stessa corda di approccio ad un differente modo di essere.
Trovarsi, però, non è che la prima tappa, la più banale, in un percorso lungo e complesso. Gorz riconosce alla compagna l’aver saputo realizzare insieme la cosa di maggior importanza: costruirsi una vita; accomodarsi, giorno dopo giorno, l’uno all’ottica dell’altro; crescere nell’unione. Il percorso è in ripida salita ma la volontà è forte, riuscendo a superare anche lo scoglio dell’avversione profonda della madre di lui per lei, gli anni delle difficoltà economiche, i disagi sociali.
Il meritomaggiore, a lungo ignorato e infine confessato a Dorine, è quello di avergli stravolto, in senso del tutto positivo, la vita. Di lei è stato il fargli riconoscere i propri confini, le limitate architetture entro cui aveva racchiuso il suo progetto di vita. Acquistando maggior coscienza reciproca e fortificandosi nel legame, D. arriva a fornire al marito le chiavi perché quanto egli al momento sa solo immaginare si trasfonda nel reale. Una vita più piena e compiuta è quella che li attende alla fine della metamorfosi. E il raggiungimento dei primi obiettivi non può che moltiplicare l’ardente amore già presente.
In lei, l’aver saputo accettare le debolezze del marito, i suoi orari impossibili, la sua esigenza di scrivere in modi disordinati, il femminile rendersi complementare rispetto alla sregolata figura al fianco, testimoniano una statura intellettiva fuor dal comune ed uno spirito di dedizione assoluta, offuscati in lui dalle difficoltà disseminate lungo il cammino.
“eri laroccia sulla quale la nostra coppia poteva edificarsi”
“tu ti sei data tutta per aiutarmi a diventare me stesso”
Passati gli anni bui, D. gli sarà accanto nel lavoro, un aiuto sotterraneo ma indispensabile, e poi operosa nell’affermarlo in una qualificata cerchia di amici. Certo è da pochi avere simili fortune nella vita ma è anche vero che il fortunato spesso non sa apprezzare l’enorme tesoro scovato. È che troppe volte il frastuono insolente della vita esterna soffoca quello sommesso dell’interno.
Per un uomo poi che ha scelto lo scrivere come professione, il culmine del riconoscimento, alla persona e alle sue doti, sarà quando Gorz sentirà il bisogno di sottoporle ogni suo scritto prima della pubblicazione. La chiusa del libro non è da meno dell’incipit:
“Hai appena compiuto ottantadue anni. Sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo piú che mai. Recentemente mi sono innamorato di te un’altra volta e porto di nuovo inme un vuoto divorante che solo il tuo corpo stretto contro il mio riempie.”
È un Amore che, nato nella carne, cresce smisuratamente nella testa, impregna il cuore, e condiziona ogni iniziativa di vita. E proprio la vertigine dei tanti anni trascorsi nella sfida quotidiana di questa passione avvolgente dona, a chi si volge indietro ad analizzarla, il fascino delle grandi cose vissute senza rendersene conto, quasi scorrendoci attraverso, fino a far credere che la limitata stagione delle umane cose possa attingere alla sorgente dell’eterno.
Andrè Gorz – pseudonimo dell’ebreo austriaco Gerhard Hirsch - e Doreen Keir, inglese, colpita negli ultimi anni da una malattia degenerativa cerebrale causata da un farmaco tossico utilizzato anni prima per un intervento, hanno posto fine ai loro giorni con un’iniezione letale il 22 settembre 2007:
“Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo una seconda vita, vorremmo trascorrerla insieme.”

 


 









   
 



 
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