Londra dei cospiratori
di Enrico Verdecchia
 











-Non c’è stata negli ultimi due anni in Europa una sola cospirazione o un solo tentativo di rivoluzione che non abbia gettato qualcuno sui nostri lidi» spiegava nel 1821 il ministro degli Interni Peel chiedendo al Parlamento inglese di rinnovare l’Alien Act che regolava l’ingresso degli stranieri nel paese. Londra non voleva rinunciare alla propria tradizione di accoglienza ma, allo stesso tempo, «evitare - come sosteneva ancora il responsabile della sicurezza interna - che questo paese diventi il rifugio di quanti vogliono creare complotti contro la pace degli Stati con i quali l’Inghilterra ha rapporti di amicizia-.
In realtà la Corona britannica cercava un difficile equilibrio tra la tolleranza nei confronti dei gruppi di rivoluzionari che organizzavano dal loro esilio londinese "cospirazioni politiche" e rivolte armate contro i regimi dei loro paesi e la repressione verso ogni possibilità che quel virus di cambiamento contagiasse anche laGran Bretagna. Così, tra intrighi, spie e riunioni clandestine, personaggi come Garibaldi e Mazzini, ma anche Marx, Engels, Bakunin e i nazionalisti corsi o irlandesi, o i leader dei movimenti latinoamericani in esilio, fecero per tutto l’Ottocento di Londra una vera "capitale della rivoluzione". Lungo le sponde del Tamigi, tra taverne fumose e alberghi, salotti aristocratici e quartieri popolari, si dipanarono le esistenze in fuga dei protagonisti del Risorgimento italiano e del movimento socialista. -Patrioti, avventurieri e massoni, propugnatori dell’indipendenza nazionale o di una società utopistica, furono accolti nel grembo di una città che offrì libertà e anonimato, ma produsse anche isolamento e povertà-.
Ricostruito come in un feuilleton d’avventura questo capitolo della storia della capitale britannica è oggi proposto da Enrico Verdecchia nel volume Londra dei cospiratori, pubblicato da Tropea (pp. 696, euro 32,00). Trasferitosi in Inghilterra nel 1972, Verdecchia halavorato per la Bbc e la Rai ed è stato a lungo corrispondente da Londra per Panorama, sviluppando un interesse per la storia inglese dell’Ottocento. Per realizzare questo studio ha svolto circa due anni di ricerche, in particolare su testi dell’epoca.
Perché Londra e l’Inghilterra diventarono nel corso dell’Ottocento il rifugio più ambito e sicuro per i protagonisti delle rivoluzioni che si andavano preparando nei diversi paesi d’Europa?
All’epoca l’Inghilterra era l’unico paese d’Europa che accoglieva rifugiati, esuli e immigrati indipendentemente dal luogo e dai motivi che li avevano portati lì: quelli inglesi erano i confini più aperti del continente. La legge inglese non permetteva inoltre alle autorità di arrestare o espellere uno straniero se non perché aveva commesso un grave reato. Lo stesso atteggiamento era tenuto nei confronti dellle richieste o delle pressioni degli altri Stati europei che chiedevano che Londra cacciasse i loro oppositori politicheche vi avevano trovato rifugio. Tutto questo fece del paese, e della sua capitale in particolare, un rifugio ideale per rivoluzionari e "cospiratori" di ogni sorta.
Ma quali potevano essere i tratti comuni a questi cospiratori che affluivano a Londra da tutta l’Europa e che provenivano da storie e culture tra loro molto diverse?
Oggi parleremmo di un tessuto connettivo preciso per descrivere il clima che si respirava in questi ambienti a Londra: era quello costituito dalla carboneria e dalle società segrete cui erano affiliati buona parte di questi personaggi. Nell’Europa dell’epoca la rete dei gruppi carbonari era piuttosto estesa e ramificata anche al di là dei singoli confini nazionali. Dall’Italia alla Russia, passando per Francia e Germania, si poteva appartenere a una società segreta che contava su cellule attive e pronte ad offrire il proprio sostegno ad un membro in difficoltà, anche se proveniente da un altro paese. Alle riunioni che organizzava GiuseppeMazzini partecipavano abitualmente polacchi, tedeschi e francesi che condividevano gli obiettivi di quella che veniva chiamata "Rivoluzione italiana" e che per noi è poi diventato il Risorgimento.
Nel suo libro la carboneria è descritta come una società segreta molto vicina alla massoneria. Nel nostro paese dopo la vicenda della P2 è molto difficile evocare la battaglia per la libertà combattuta da simili gruppi nell’Ottocento, può dirci qualcosa in proposito?
Intanto si deve chiarire come le società segrete carbonare dell’epoca, che avevano quasi ovunque l’obiettivo di liberare il proprio paese dall’occupazione straniera - gli austriaci in Italia, i russi in Polonia e via dicendo -, utilizzavano delle formule dei rituali e dell’organizzazione massonica pur non appartenendo direttamente alla massoneria. I carbonari volevano mantenere segreti i propri gruppi e per questo si ispirarono alla maggiore organizzazione segreta che era esistita fino a quel momento cheera proprio quella dei massoni. Tra le fila dei carbonari c’erano uomini che si battevano per la libertà e contro i regimi e le monarchie dell’epoca pur essendo tra loro anche molto diversi visto che si andava dai repubblicani ai socialisti.
Tra i "padri del Risorgimento" che vivevano da esuli a Londra lei sembra preferire, come ha fatto anche Giancarlo De Cataldo nel suo recente "I traditori" (Einaudi), la figura di Giuseppe Mazzini. Perché questa scelta?
In realtà quando ho iniziato a lavorare a questo libro non conoscevo molto della figura di Mazzini. Poi, nel corso dell’anno e mezzo di ricerche che mi hanno impegnato prima che passassi alla stesura del testo, mi sono reso conto che la sua figura era quella che meglio racchiudeva lo spirito di quella stagione: si trattava di un rivoluzionario di professione che non si limitava ad analizzare le cose da un punto di vista regionale o nazionale, muovendosi invece in una prospettiva esplicitamente europea einternazionale. Questa sua caratteristica gli aveva fatto acquisire una grande popolarità negli ambienti degli esuli londinesi che lo consideravano un punto di riferimento per l’intero movimento europeo. Per molto tempo la fama di Giuseppe Mazzini è stata decisamente superiore a quella di Karl Marx. Nessun altro politico italiano dell’epoca aveva avuto un tale influsso sul resto del continente e sarà così fino alla fine dell’Ottocento.
Ma se le autorità inglesi si limitavano spesso solo a tenere sotto controllo questi rivoluzionari stranieri, cosa fecere per impedire che le loro idee facessero proseliti proprio a Londra?
Il rapporto dell’Inghilterra con questi esuli del resto d’Europa fu contraddittorio. Da un lato la società vittoriana sembrò non temere particolarmente la loro presenza a Londra: vi furono anche ambienti aristocratici in cui alcune di queste figure trovarono appoggi, mentre alcuni di loro furono talmente isolati da essere ridotti quasi allafame. Dall’altro i servizi di sicurezza cercavano di evitare che i rivoluzionari stranieri entrassero troppo a contatto con gli inglesi. Insomma, li tolleravano purché restassero tra loro, senza mescolarsi troppo con la politica del posto. Malgrado questi sforzi delle autorità non si può però dimenticare come proprio il ruolo assunto da questi ambienti nella Londra dell’epoca abbia influenzato la formazione del movimento sindacale britannico e le prime battaglie socialiste nel paese. Guido Caldiron










   
 



 
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