NEMICHE DEL CIBO AFFAMATE DI IDENTITA'
 







di Alberto Lucchetti




Una espressione come «il mio corpo» - o una delle tante sue specificazioni: il mio piede, il mio fegato, la mia testa - sembra banale e scontata: non si è forse a casa nel proprio corpo? Non è inseparabile da noi e anzi coincidente con noi stessi? Eppure, la sua ovvietà racchiude spensieratamente problemi che secoli di riflessione filosofica e di ricerca psicologica, psichiatrica e psicoanalitica sembrano avere appena scalfito nonostante illuminanti squarci, e che invece malesseri o malattie impongono nella loro urgente e dolorosa opacità. La supposta evidenza tradisce infatti una strutturale e paradossale alienazione: l'«io» che si attribuisce quel «corpo», più che emergerne vi si insedia mediante una sorta di installazione, cosicché quel corpo che pure ne è una precondizione determinante resta per l'«io» e la psiche fondamentalmente «altro». Lo mostrano con tutta evidenza i cosiddetti disturbi del comportamento alimentare, cioè quell'amplissimavarietà di disturbi centrati sull'assunzione del cibo, ai cui estremi si trovano l'anoressia e la bulimia, come descrive efficacemente e dettagliatamente Laura Dalla Ragione nel suo libro La casa delle bambine che non mangiano. Identità e nuovi disturbi del comportamento alimentare, da poco pubblicato dal Pensiero Scientifico Editore, partendo dall'esperienza ormai biennale sviluppatasi nella prima struttura pubblica, residenziale ed extraospedaliera, dedicata al trattamento dei disturbi del comportamento alimentare in età pediatrica ed evolutiva: quella di Palazzo Francisci a Todi. Qui, in controtendenza a una progressiva restrizione - quando non si tratta di un vero e proprio smantellamento - dei servizi offerti dalle strutture pubbliche specie in ambito psicoterapico, è stata organizzata una nuova struttura per offrire, accanto a una terapia intensiva e specifica, un'esperienza di vita accogliente e ricca che permetta alle sue giovani ospiti di ricostruire, attraverso un rinnovatorapporto con il cibo, un progetto di rapporto con l'altro. Iniziativa tanto più importante considerando che, come ribadisce recisamente Dalla Ragione, nella nostra epoca e nell'emisfero occidentale dove il cibo sembra essersi trasformato in un nemico, i disturbi del comportamento alimentare costituiscono una vera e propria epidemia sociale, che non sembra arginabile. In particolare perché funzionano da imbuto o trafila entro cui si riversano e prendono forma malesseri e disagi di vario genere e varia origine, favoriti da molteplici fattori, anche socio-culturali: l'offerta alimentare sovrabbondante (nel nostro ristretto spicchio di mondo), la spinta a un crescente consumo, un'attenzione estrema all'immagine corporea, l'indebolirsi o vanificarsi dei riferimenti simbolici che complica la ricerca di una propria identità, già costitutivamente incerta e mai acquisita una volta per tutte. Siamo fatti di pezzi di mondo, dice Nozick citato dall'autrice, e con il cibo incorporiamo pezzi dellarealtà esterna nella nostra carne, nel nostro sangue.
Il libro esamina in dettaglio, ma sempre in maniera piana e accessibile, vari aspetti di questo complesso ordine di problemi. A cominciare dai punti di contatto e dalle differenze con le mistiche medioevali, che ricorrevano a pratiche ascetiche di restrizione corporale per mirare alla liberazione dal corpo, vissuto come ostacolo alle esperienze estatiche e alla ricerca dell'assoluto; per le ragazze oggi affette da disturbi alimentari, invece, la mortificazione corporea sembra il fine ultimo della ricerca di identità, per comprimere la propria vita in un corpo idealizzato e irreale, arrivando infine ad essere, con un paradossale rovesciamento, non pura mente ma puro corpo, benché un involucro vuoto da manipolare, controllare e odiare per sentirsi vive.
Nel libro sono chiaramente descritte anche le profonde mutazioni cui è andato incontro questo tipo di disturbo, dal momento che sempre più rare sono le forme per così dire «pure»di anoressia e bulimia, mentre più frequenti sono le forme ibride: forme che vanno dalla bulimia multicompulsiva, in cui l'incontinenza impulsiva riguarda molti altri aspetti della vita quotidiana oltre il cibo (cleptomania, promiscuità, abuso alcolico e di sostanze, shopping compulsivo) al disturbo da alimentazione incontrollata, cioè le crisi di ingurgitamento sfrenato in uno stato quasi di trance; dall'autolesionismo compulsivo o impulsivo, ricercato come una sorta di interruttore per spegnere la sofferenza psichica a alcune forme di evitamento del cibo, di alimentazione selettiva, di disfagia, nonché di «ortoressia nervosa», cioè di estremizzazione e distorsione patologica dell'attenzione al «mangiar sano». Un capitolo è inoltre dedicato alle origini traumatiche rilevate in alcuni casi, specie di bulimia. Non si tratta certo di una relazione causale, precisa Dalla Ragione, tuttavia l'abuso sessuale, «assassinio segreto dell'anima», può rappresentare un fattore di rischio perché sistrutturi un disturbo centrato sull'immagine corporea, con una sintomatologia autosvalutante e autodistruttiva che organizza l'esistenza intorno al nucleo traumatico, come fosse l'unico momento degno di essere vissuto.
I metodi utilizzati a Palazzo Francisci, una villa cinquecentesca tra alberi secolari nel cuore di Todi, sono essenzialmente basati sull'idea che terapia e riabilitazione siano inseparabili e che sia necessario offrire un habitat, un vero e proprio «luogo per l'anima», e una vita scandita da attività che sollecitino lo scambio con gli altri e restituiscano, ripristinando un rapporto equilibrato con il cibo, una nuova percezione del proprio corpo e di sé. Sono perciò utilizzati approcci e competenze diverse: nutrizionali, di terapia familiare, di rilassamento e lavoro sul corpo, di psicoterapia, di ricorso a medicine non convenzionali, evitando gli psicofarmaci.
Il lavoro che si configura è dunque necessariamente collettivo e si fonda sul senso di appartenenza a unprogetto comune che esige uno stile di lavoro «ad alto consumo affettivo e organizzativo». Perché ciò che è in gioco nei disturbi del comportamento alimentare è «la ricerca continua, disperata, affannosa e affamata di identità». Questi disturbi permettono dunque di cogliere, sottolinea Laura Dalla Ragione, oltre le difficoltà cui in generale va incontro l'Io per costruirsi, «i processi faticosi della costituzione dell'identità in un mondo globalizzato e dalla mitologia incerta». Il senso del vuoto che pervade le persone che ne soffrono equivale infatti a uno svuotamento della propria identità e a una conseguente perdita dei confini di sé, alla difficoltà di trovare un proprio posto, da qualche parte nel mondo, tra gli altri.da Il Manifesto

 









   
 



 
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