Luigini contro contadini, il lato oscuro della Questione Settentrionale
 











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capitolo:la proposta
Recuperiamo qui la traccia dell’analisi svolta nelle pagine precedenti. Abbiamo identificato un insieme di soggetti che partecipa al sistema di raccolta e redistribuzione delle risorse in Italia. Tali soggetti li abbiamo voluti chiamare «Luigini», «Palazzo», «Assistiti» e Mafie; quel sistema, il «Patto». I circuiti di alimentazione del «Patto» sono garantiti in via esclusiva da quei soggetti che abbiamo incluso nella categoria dei «Contadini». I Luigini, attraverso una più o meno intensa cattura del legislatore, si assicurano la possibilità di estrarre dai Contadini extra-profitti. Palazzo, Assistiti e Mafie sostengono le loro crescenti necessità finanziarie attraverso risorse fiscali che in Italia vengono garantite in maniera preponderante dai Contadini. Il carico che grava sui Contadini ha raggiunto un livello tale da pregiudicare la loro capacità di produzione di ricchezza, come ben evidenziato dai bassitassi di crescita del Ni. degli ultimi anni. Inoltre, il fatto che i Contadini siano geograficamente concentrati in poche aree del Paese, produce un disequilibrio territoriale particolarmente accentuato nella raccolta e redistribuzione delle risorse pubbliche, che può essere definito in prima battuta dalla misura del residuo fiscale delle regioni.
Dai primi anni Novanta, la politica italiana interpreta il disequilibrio nei flussi di spesa in termini territoriali, e non sociali e produttivi. Tale approccio ha definito la progressiva tendenza alla territorializzazione della raccolta del consenso; il che sta conducendo il sistema verso la costituzione di due blocchi che, per quanto confusamente, rappresentano il Nord e il Sud del Paese. L’essenziale oggetto del contendere tra i due blocchi è rappresentato dalla volontà, o meno, di introdurre correttivi nel sistema di raccolta e redistribuzione delle risorse. Il consolidarsi di questo sistema — in mancanza di un soggetto politico capacedi riarticolare la vera natura del conflitto, che non è in sé territoriale — sta conducendo alla paralisi decisionale del Paese, in quanto i due blocchi hanno consistenza elettorale sostanzialmente equivalente.
In assenza di cambiamenti radicali e rapidi, dinnanzi all’Italia si aprono due soli scenari possibili: la prosecuzione della traiettoria di declino già in atto o la secessione. I due scenari «inerziali» — declino e secessione — condividono una serie di presupposti, alcuni dei quali di carattere economico e fiscale, altri di natura politica e istituzionale. Tra i primi, bassi tassi di crescita economica, il mantenimento o l’incremento del carico fiscale gravante sui Contadini. Tra i secondi, il mantenimento dei meccanismi interni di funzionamento del «Patto» e una sempre maggiore ingovernabilità.
Il declino
Di fronte alla progressiva riduzione delle risorse complessivamente disponibili, i produttori di ricchezza, e il Paese nel suo complesso, non reagiscono. L’Italia siadatta, pur con dolorose conseguenze sociali, a una rassegnata parabola discendente, forse resa più sopportabile dal parallelo processo di marginalizzazione del resto degli Stati membri dell’Unione Europea. È il definitivo trionfo della cultura corporativa e dei suoi assetti di potere costituiti che portano al mantenimento dello status quo. Messi di fronte alla scelta tra mantenimento delle proprie rendite di posizione e una riforma incisiva degli assetti di potere capace di dare nuovo slancio all’Italia, gli attori del «Patto» optano per la prima soluzione. I Contadini, privi di una coerente rappresentanza politica, non hanno strumenti per potersi sostituire come classe di governo, subendo passivamente decisioni prese da altri e da loro pagate.
Il carico fiscale sempre più pesante sopportato dai produttori conduce a un progressivo impoverimento collettivo e a una tendenziale «desertificazione» del tessuto produttivo e delle competenze. Si realizza quello che Vilfredo Pareto avevaprevisto nel 1902, come ricordatoci da Luca Ricolfi: «La spoliazione non incon tra spesso una resistenza molto efficace da parte degli spogliati: ciò che finisce talvolta per arrestarla è la distruzione di ricchezza che ne consegue e che può portare alla rovina del Paese. La storia ci insegna che più di una volta la spoliazione ha finito con l’uccidere la gallina dalle uova d’oro»’. In questo senso la questione fiscale diventa direttamente questione produttiva perché rende insostenibile l’iniziativa privata «contadina». Depauperati dagli extra-costi imposti dalle imprese «luigine» e prosciugati dal prelievo fiscale, i Contadini, come le vacche cui si munge troppo latte, collassano. In questo scenario saranno sempre più numerose le imprese che usciranno dal mercato e quelle che cercheranno migliori condizioni di competitività all’estero; crescerà l’emigrazione di lavoratori qualificati verso Stati in grado di garantire migliori condizioni d’impiego e quelli che cercheranno di rifugiarsiin qualche forma di rendita. L’evasione fiscale, come fonte di possibile recupero di reddito, tenderà ad aumentare. Si tratta dunque di un declino che colpisce i Contadini, l’ultima parte sana e produttiva su cui possa ancora contare l’Italia. Questo «massacro» crea nel contempo le condizioni migliori per un rafforzamento dell’infiltrazione di capitali mafiosi e iniziative criminali nel tessuto produttivo. Una società civile depressa e un sistema di impresa impoverito rappresentano, infatti, le condizioni migliori per lo sviluppo della metastasi mafiosa che può contare su un’enorme liquidità finanziaria e su un ricorso sistematico alla violenza e all’intimidazione. Il declino significa il dispiegarsi di un processo di «deriva mediterranea» dell’Italia, della sua definitiva uscita dal novero delle economie avanzate e della sua espulsione dal cuore civile dell’Europa.
Allo stato attuale, questo ci sembra essere lo scenario più probabile, perché il problema della crescita economica inItalia non è una questione di profilo produttivo. L’Italia, pur con tutti i suoi limiti, dispone, infatti, di una base economica solida, caratterizzata da alto risparmio e basso indebitamento privato, una consistente base manifatturiera (la seconda in Europa dopo quella tedesca), una forte capacità di proiezione internazionale e un alto grado di innovazione. Il problema della bassa crescita è, invece, una questione eminentemente politica e sociale, connessa all’enorme prelievo di risorse operato ai danni dei produttori che ne sta compromettendo la capacità di espansione. Il problema della crescita italiana è connesso con il ruolo e la centralità delle nuove classi subalterne, i Contadini, nella vita del Paese. In questo senso, hanno quasi del miracoloso fenomeni, tutti imputabili allo spontaneo attivismo del sistema produttivo, quali la rincorsa sull’export e un tasso di crescita che per quanto «anemico» resta pur sempre positivo.
La Secessione
«Basta guardare i dati suistruzione, occupazione, sanità, PIL, risparmio, criminalità e servizi pubblici in generale per capire che di Italie ne esistono già quantomeno due. E non è più possibile tenerle unite svalutando la lira e aumentando il debito pubblico come è stato fatto durante i primi cinquant’anni di storia repubblicana. Per cui, ammette Cossiga, «tenendo conto dell’ormai evidente residualità del potere politico centrale, non è assurdo pensare che quantomeno due possano essere infine gli Stati: col Nord che magari si ispira alla Baviera e il Sud alla Macedonia». Col Nord dunque nell’orbita tedesca e il Sud anche formalmente in mano alla criminalità organizzata»2. In questo scenario, l’acuirsi delle tensioni connesse a un progressivo «strangolamento» dei produttori di ricchezza produce una reazione: il Nord si incammina verso la rivolta fiscale.
Il brodo di coltura di una rivolta fiscale in queste terre esiste da tempo, soprattutto in Veneto. Una regione che negli ultimi vent’anni ha conosciutouna crescita esponenziale di iniziative e movimenti che, con modalità e misura diverse, hanno mirato a una profonda autonomia territoriale da ottenersi innanzitutto mediante la rottura del patto fiscale con lo Stato italiano. Molto più che in Lombardia e altre regioni del Nord Italia, in Veneto fenomeni come la LIFE (Liberi Imprenditori Federalisti Europei), episodi come il «raid» indipendentista con la «conquista» del Campanile di San Marco a Venezia, iniziative come Veneto Serenissimo Governo o Veneto Stato hanno segnato la cronaca politica locale e nazionale.
Il tendenziale prosciugamento dei flussi di risorse pubbliche si traduce nelle regioni beneficiarie nette, particolarmente al Sud, nella compressione del reddito spendibile dei cittadini di quei territori, generando rivolta sociale. Senza disponibilità delle risorse versate dalla regioni pagatrici, la Calabria non potrebbe mantenere a lungo la pletora di operai forestali di cui dispone. Le forti proteste che si sonosuccedute da molti anni a questa parte, degenerate in blocchi stradali e scontri con le forze dell’ordine e spesso accompagnate dall’esplosione degli incendi boschivi dolosi, sono un esempio piccolo e su scala locale di rivolta sociale da parte degli «Assistiti».
Le due rivolte parallele portano a esasperare il movimento di «trazione» di «un Paese troppo lungo». L’intensificazione dei conflitti tra territori, nel quadro di una politica incapace di mediarli perché anch’essa territorializzata, logora a tal punto le residue strutture dello Stato storico da comprometterne il funzionamento. A questo punto l’impensabile diventa pensabile: il Nord, di fronte a una situazione di insostenibile stallo passa dalla rivolta fiscale all’opzione separatista. Un’opzione che, per avere un qualche senso politico effettivo, dovrebbe prevedere una cessione di sovranità — auspicabile allo stato attuale delle cose — in favore del blocco tedesco, da cui derivare protezione, regole, legislazioni, prassi eproiezione internazionale.
Non si tratterebbe quindi di «riprendere in mano le redini del nostro destino», quanto di trovarsi un nuovo padrone, migliore, più onesto e meno esoso di quanto non sia stata Roma. Per quanto improbabile la spaccatura dell’Italia rappresenta un’ipotesi molto meno «fantascientifica» di quanto possa apparire, perché il Nord davanti all’alternativa tra morire e sopravvivere, ha le risorse economiche, fiscali e demografiche per poter compiere una scelta. Del resto anche le autorità politiche e monetarie europee e americane potrebbero decidere che la costituzione di uno Stato indipendente nel Nord Italia capace di garantire una sezione largamente maggioritaria del debito pubblico italiano, rappresenti un vantaggio comparativamente maggiore rispetto alla spaventosa prospettiva del default della Repubblica Italiana, nonostante l’incubo geopolitico di autorizzare la costituzione di uno Stato-Mafia nel cuore del Mediterraneo.
Per parafrasare Mao, «La secessionenon è un pranzo di gala». Benché possibile, la spaccatura del Paese rappresenterebbe una tale fonte di sofferenza umana, di violenza, di contenziosi e produrrebbe un’onda d’urto di tali proporzioni sullo scenario europeo che responsabilmente i Contadini sono chiamati a trovare un’alternativa.
La Proposta
La progressiva caratterizzazione su base territoriale dei partiti, da una parte, tradisce la vera natura del conflitto, dall’altra conduce inesorabilmente verso uno dei due scenari descritti, entrambi per ragioni diverse, irricevibili. Definire un esito alternativo significa pertanto aggregare il consenso su nuove basi. In qualunque contesto democratico tale operazione si attua attraverso la costituzione di un nuovo soggetto politico. In Italia è venuto il momento di costituire il «Partito dei Contadini». Nessuna alternativa credibile può fare a meno di mettere i produttori al centro di una nuova piattaforma politica e programmatica, attribuendo alla protezione dei loro interessiuna primazia assoluta. Questo nuovo percorso politico non può che fondarsi a partire da un’irrinunciabile considerazione valoriale: ben prima che in ragione di qualunque valutazione di sostenibilità economica, non è GIUSTO, e quindi non è più accettabile, che i Contadini mantengano da soli tutto il resto del Paese.
Potrebbe sembrare naturale affiancare la questione dei Contadini al vecchio «Patto tra produttori» ciclicamente riproposto nell’ambito del dibattito politico italiano. Tale accostamento è tuttavia fuorviante. Innanzitutto perché il «Patto tra produttori» coinvolgeva due «classi» storiche distinte, ben definite e fortemente strutturate: padroni e operai; mentre i Contadini, così come tratteggiati in queste pagine, sono un insieme composito di soggetti ancora alla ricerca di un’identità stabile. In secondo luogo, il «Patto tra produttori» comportava una convergenza tattica su un obiettivo specifico, l’abbattimento della rendita in vista dell’aumento complessivo dellerisorse la cui distribuzione era demandata al conflitto tra capitale e lavoro nell’ambito della fabbrica. Differentemente, il costituirsi dei Contadini come soggetto non vuole avere alcuna valenza tattica, ma intende rappresentare una categoria non occasionale della politica. Infine, i contraenti del «Patto tra produttori» erano tutti e interamente definiti entro la sfera della produzione industriale (detentori di capitale industriale e detentori di forza lavoro); mentre i Contadini si definiscono sulla base della loro condizione di «pagatori». In altre parole, l’ambito produttivo o sociale entro cui si trova il Contadino è irrilevante ai fini della sua identità, perché i Contadini sono coloro che alimentano il «Patto» tra Luigini, Palazzo, Assistiti e Mafie. In questo senso i Contadini sono davvero una categoria post-novecentesca.
Per guadagnare agli interessi dei Contadini una speranza di successo è necessario depotenziare la capacità di condizionamento del «Patto» sugliorientamenti politici generali, costituendo così uno spazio di opportunità e di manovra autonoma. In altre parole, costituire un potere autonomo, consapevole e dotato di sufficienti leve per contrapporsi dialetticamente ai singoli componenti del «Patto», per modificare nel profondo gli equilibri di potere su cui si regge l’Italia.
La politica moderna è una guerra feroce ma incruenta, regolamentata dal consenso popolare. Non si scende in battaglia senza un esercito, soprattutto quando la battaglia si annuncia particolarmente violenta come quella per modificare realmente gli assetti di potere in Italia. Pertanto la costituzione di un soggetto politico «contadino» vuol dire innanzitutto costruire i Contadini, ovvero renderli consapevoli del loro ruolo di pagatori solitari e capaci di riconoscimento reciproco.
Qui, tra i moltissimi, va affrontato un problema assolutamente iniziale: la capacità di auto-riconoscimento dei Contadini non può nascere spontaneamente. In primo luogo perchélo spettro di categorie incluse nella definizione di Contadini è estremamente ampio e differenziato. I Contadini operano in settori produttivi diversi, con diverse competenze, diversi ruoli e responsabilità. Il che si traduce in esperienze, condizioni materiali e pratiche di vita altrettanto diverse. In altre parole, un piccolo imprenditore non riconoscerà spontaneamente che i suoi interessi fondamentali coincidono con quelli dell’operatore di cali center con contratto atipico: occupano posti diversi nella scala sociale, i loro redditi sono profondamente distanti, le loro pratiche quotidiane sono strutturalmente disomogenee, i loro orizzonti esistenziali sono differenti.
In secondo luogo perché i Contadini sono dispersi sul territorio, non condividono spazi fisici. In questo senso, la frammentazione produttiva e sociale trova un suo corrispettivo in una dispersione territoriale, principalmente lungo gli assi della «città infinita» della Pianura Padana. E qui, più che altrove, cheproliferano i capannoni delle piccole unità produttive, dei magazzini e dei laboratori artigiani frutto della «esplosione» della fabbrica fordista; è qui, prima che altrove, che si moltiplicano le forme atipiche d’impiego, dal lavoro temporaneo alle partite IVA, dagli impieghi dequalificati e precari nel settore dei servizi alle professioni «alte» del lavoro autonomo «di seconda generazione» altrettanto precarie; è sempre qui che compaiono con maggior frequenza i capannelli di pensionati inchiodati alle vetrine delle banche e ai loro monitor con le quotazioni dei titoli Borsa in tempo reale, manifestazione concreta della crescita del piccolo azionariato diffuso prima dell’avvento di Internet; è anche questa la terra dei piccoli coltivatori e allevatori scaraventati nel ciclo dell’economia globale dal fluttuare dei prezzi dei loro prodotti, dalla perdita di potere negoziale nei confronti di clienti sempre più grandi e lontani, dalla pressione delle banche all’utilizzo di prodottifinanziari funzionali alle loro attività; ed è qui che il fenomeno della crescita incontrollata compone paesaggi entro i quali saltano le dimensioni tradizionali del vivere urbano dando luogo, appunto, alla «città infinita».
L’unico tratto che spesso accomuna i Contadini — soprattutto quelli più direttamente coinvolti nella produzione — è la cronica mancanza di tempo da dedicare ad altro che non sia il mantenersi a galla. Il problema della disponibilità di tempo è essenzialmente spiegato dal peso e dall’intensità dell’estrazione di risorse cui è quasi quotidianamente sottoposto ogni singolo Contadino. Se devi mantenere da solo una famiglia numerosa, non hai il tempo per fare altro. Il piccolo imprenditore e la Partita IVA individuale devono svolgere da soli quasi l’intera gamma delle funzioni d’impresa: controllo, amministrazione, risorse umane, finanza, produzione ecc.; il lavoratore atipico e precario è ossessionato da una continua ricerca di un nuovo contratto; il lavoratoretipico sotto-pagato utilizza il tempo libero per svolgere funzioni di riproduzione che non può acquistare sul mercato né trova più all’interno della famiglia (crescere i figli, curare gli anziani, gestire la casa ecc.) o per arrotondare un salario troppo basso.
Frammentazione, dispersione e scarsità di tempo impediscono ai Contadini di riconoscersi spontaneamente come detentori di interessi comuni. Per questo il processo deve essere politicamente indotto e costruito. Solo un’analisi nuova può rifondare la politica e conferirle gli strumenti per il cambiamento e il senso della propria funzione.
La costituzione della piattaforma programmatica di un nuovo soggetto politico che si ponga come obiettivo la sistematica riduzione del saccheggio cui i Contadini sono sottoposti, nasce solo da un processo collettivo di confronto, non dalle pagine di un libro. Un obiettivo che non può non tener conto di una considerazione di ordine generale: il «Patto» si nutre di solidi legami centrati sureciproche convenienze e determina gli esiti della distribuzione delle vere risorse del Paese. Gli interessi in gioco sono dunque colossali e cementati dalla consapevolezza di ciascun soggetto del «Patto» che, per quanto solido, l’attuale equilibrio è vincolato alla stabilità del ruolo di tutti gli altri attori, nonché dal mantenimento dei Contadini nella loro funzione di solitari pagatori esterni. Agire contro il «Patto» significa suscitare reazioni feroci e confrontarsi con potentissime leve di contrasto al cambiamento. Bisogna prepararsi quindi a tempi duri e a lotte intense.
La scommessa di un nuovo soggetto politico è resa ancora più ardua da alcune «condizioni al contorno» che sfuggono al controllo della politica nazionale. In primo luogo gli obblighi contratti a livello comunitario sottrarranno ulteriori quote di risorse pubbliche spendibili al fine di riportare il rapporto debito/Pm sotto il 60% nei prossimi vent’anni. In secondo luogo qualsiasi processo di riforma dovràattuarsi in una prospettiva di crescente instabilità delle relazioni politiche, economiche e commerciali a livello mondiale, basti pensare alla più recente destabilizzazione in atto nel Mediterraneo e in Medio Oriente. Tutto questo, infine, accade nel pieno di una fase storica che vede in atto un colossale processo di trasferimento di centralità politica ed economica da Occidente a Oriente.
La costruzione di un nuovo programma politico deve trovare risposte credibili a una pluralità di domande di diversa natura, teorica, organizzativa, operativa. Coerentemente con quanto scritto in queste pagine, la domanda che, prima di altre, aspetta di ricevere risposta riguarda come indebolire la centralità del «Patto». In questo senso è urgente avviare una riflessione che tocchi almeno le seguenti questioni.
Quali sono le politiche più efficaci per alleviare il carico rappresentato dagli extra-costi pagati dai Contadini al parassitismo dei Luigini? È possibile conferire un senso realmenteprogressista alle vecchie politiche liberiste in ambiti quali anti-trust, diritti dei consumatori, governante societaria, democrazia economica? E come rimodulare gli strumenti di welfare state conciliando le esigenze delle famiglie, delle imprese e dei lavoratori «contadini» senza cadere nel conservatorismo novecentesco e senza cedere al suo opposto, il liberismo reazionario?
Quali sono gli strumenti più adatti a spezzare il flusso di capitali mafiosi che dal Mezzogiorno sale al Nord per essere «pulito» tramite la sua immissione nel circuito dell’economia produttiva? E quali gli strumenti per ridurre il controllo capillare del territorio da parte della criminalità organizzata al Sud e, sempre più, anche al Nord?
È possibile, e come, indurre dal centro percorsi di crescita economica autoalimentata in bassa Italia capaci di portare quei territori in un lasso di tempo ragionevole almeno a indici di sviluppo della Grecia o del Portogallo? Solo fonti di reddito di mercato e unaconseguente riduzione della consistenza degli «Assistiti» potranno, infatti, porre le condizioni per la praticabilità di un taglio radicale dei trasferimenti.
Quali percorsi politici e istituzionali è ragionevolmente possibile attivare per rifondare l’assetto costituzionale, il profilo e il senso delle Istituzioni repubblicane per renderli coerenti con nuovi rapporti di forza economici e sociali?
Infine, come mettere in atto un processo di così radicale cambiamento con una tanto manifesta debolezza delle classi dirigenti del Nord e in presenza di un’obiettiva evaporazione del tessuto civile e sociale in ampie aree del Mezzogiorno? Se le energie di cui è ancora ricca l’Italia sapranno validamente confrontarsi con questi nodi e dare vita a una vera ridefinizione degli assetti di potere, il Paese potrà ancora avere una speranza. Diversamente non sembra sussistere altra alternativa alla necessità di prepararsi a gestire «al meglio» il declino definitivo o la secessione. E a pagarneil conto.
Luigini contro contadini, il lato oscuro della Questione Settentrionale
di Gabrio Casati
Edizione Guerini e Associati
159 pagg, 16,50 euro









   
 



 
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