Michela Murgia, la nuova letteratura italiana che nasce nei call center
 











-La precarietà non consiste nel fatto che non hai un contratto a tempo indeterminato e ne hai invece uno a progetto, la precarietà è quando il tipo di lavoro che svolgi, con qualunque contratto, ha il potere di influire negativamente, precarizzandole, su tutte le altre tue realtà di vita. Per cui quando tutte le scelte di vita sono subordinate alla situazione lavorativa, tu stai vivendo uno stato di precarietà, anche se hai un contratto a tempo indeterminato. Guadagnare 1200 euro da insegnante a Roma, per esempio, in maniera stabile e pagarne 1000 di affitto significa appartenere alla categoria dei working poors, dei poveri lavoratori, ed è una situazione che trent’anni fa non esisteva».
Parola di Michela Murgia, la giovane scrittrice sarda, è nata a Cabras nel 1972, vincitrice con Accabadora, Einaudi (pp. 166, euro 18,00) dell’ultima edizione del Campiello, dopo aver pubblicato, sempre per Einaudi Viaggio in Sardegna (2008). Ma se la sua piùrecente prova narrativa indaga la Sardegna degli anni Cinquanta e la ricerca della maternità, Murgia si è fatta largo nella nostra letteratura raccontando, insieme alle trasformazioni e alla memoria della sua isola, l’orizzonte del lavoro e del precariato. Lei stessa ha del resto, prima di riuscire a vivere dei suoi libri, lavorato come venditrice di multiproprietà, come operatrice fiscale, come dirigente amministrativo in una centrale termoelettrica e come portiere di notte.
Pubblicato nel 2006 da Isbn Edizioni, che lo ha riproposto lo scorso anno con una nuova postfazione dell’autrice, Il mondo deve sapere, "Romanzo tragicomico di una telefonista precaria" (pp. 158, euro 9,00), il debutto letterario di Michela Murgia descriveva con terribile ironia la vita di un’operatrice del call center della multinazionale americana Kirby, produttrice del "mostro", l’oggetto di culto e devozione di una squadra di centinaia di telefoniste e venditori: un aspirapolvere da tremila euro,"brevettato dalla Nasa". Il libro raccontava sia le condizioni di vita e di lavoro della generazione precaria che le stesse innovazioni introdotte dal "telemarketing" e dal ruolo crescente dei call center non solo nelle attività commerciali su grande scala ma anche in molti altri aspetti delle nostre società. Mentre, per trenta interminabili giorni, si specializza nelle tecniche del telemarcheting e della persuasione occulta della casalinga ignara, l’autrice apre un blog dove riporta quel che succede nel call center: metodi motivazionali, raggiri psicologici, castighi aziendali, dando vita alla grottesca rappresentazione di un modello lavorativo a metà tra berlusconismo e Scientology. Quel libro, diventato rapidamente una sorta di classico della nuova letteratura sociale, o più semplicemente della nuova letteratura italiana tout court, è stato poi portato a teatro e ha quindi ispirato la sceneggiatura del film Tutta la vita davanti di Paolo Virzì, interpretato, tra gli altri, daIsabella Ragonese, Sabrina Ferilli, Elio Germano, Valerio Mastandrea e Massimo Ghini.
«Io non descrivo il mondo dei call center - ha spiegato la stessa Murgia a proposito di Il mondo deve sapere -, ma prendo spunto da un’esperienza nel call center di una ditta di cui faccio il nome per raccontare un metodo che in realtà può essere utilizzato a tantissimi livelli (...). Quanto è facile in un mondo in cui sei contrattualmente ricattabile cedere cose molto preziose della tua vita, anche intime, la tua capacità relazionale per scopi commerciali. Il libro aveva come intento raccontare la manipolazione delle relazioni e della capacità di instaurare nuove relazioni». Insomma, il call center come una sorta di metafora delle forme più estreme di precarizzazione non solo del lavoro ma dell’esistenza stessa. Al punto che nella postfazione che Michela Murgia ha scritto per la nuova edizione di quel suo primo, fortunato, libro, spiega: «Va bene, lo ammetto, Il mondo deve sapere è anche un librodivertente, ma mi si perdonerà se io proprio non riesco a ridere quando lo rileggo. Non dipende dal fatto che lo conosco a memoria. (...) Credo che non mi diverta perché quell’ironia resta per me la voce della rabbia che provavo, l’unico modo che avevo per ridimensionare l’assurdità della situazione di cui ero diventata involontaria testimone». «Per questo - aggiunge Murgia -, ogni volta che mi capita di rileggerne qualche pezzo, riconosco che la scelta di quel registro era e rimane un atto di impotenza, molto più vicino alla rabbia che allo spasso, magari anche spiritoso nella sua ferocia, ma comunque nato per fungere da sfiato alla mia indignazione, altrimenti patogena. E’ sorprendente quanto spesso ci si dimentichi che la grammatica del sarcasmo è la stessa della minaccia, eppure il sorriso che scopre i denti è lo stesso che evoca il morso».
Il mondo deve sapere scava infatti a fondo nei meccanismi di quella costruzione simbolica dell’organizzazione produttiva che si presentacome una nuova "etica del lavoro" e che finisce, come spiega la scrittrice sarda, a spingere il lavoratore, specie se precario, a identificarsi totalmente con l’orizzonte di chi lo impiega, fino al punto che «l’obiettivo dell’azienda viene fatto coincidere con il tuo obiettivo personale e se tu non lo raggiungi non sei un cattivo lavoratore, ma una cattiva madre, perché non riesci a pagare la retta dell’asilo, o un cattivo pagatore perché non riesci a pagare la rata della macchina. Quando cioè il fallimento professionale viene trasferito sul piano umano e tu lo vivi come un fallimento personale». L’orizzonte di un lavoro senza tempo e senza diritti che chiede a chi lo svolge di attingere alle proprie risorse emotive e affettive, oltre che pratiche e intellettuali, finisce così per dominare completamente la vita degli individui. Precarie sono perciò le condizioni del lavoro, molto nette e definite invece quelle dello sfruttamento.  Guido Caldiron









   
 



 
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