|
-Scavare una buca". L’ultima fatica letteraria di Cristiano Cavina (Marcos y Marcos) è il primo romanzo in cui l’autore prende distanze dalla sua vita, tuttavia consegna al lettore una storia che riesce a coinvolgere e interessare sino all’ultima pagina. Una prova di scrittura ben riuscita che racconta il lavoro in una cava di gesso trovando anche la capacità e l’equilibro per affrontare la tematica della famiglia attraverso i personaggi che danno vita alla storia. Luciano finisce a lavorare in una cava di gesso. Non è il suo mestiere, ma è quello del padre che in passato nella cava ha perso entrambe le braccia. Un uomo che ha amato il suo lavoro, per questo dell’incidente che l’ha reso invalido ha scelto di assumersene le colpe evitando la chiusura della cava e il licenziamento i tutti i suoi colleghi. Ma Luciano, il protagonista, non è solo lavoro: ha una moglie e dei figli, tra cui Nicoletta, l’adolescente che si vergogna del lavorodei genitori. Una famiglia che il protagonista cerca di viversi tenendola separata dalla sua vita lavorativa. Sempre. «Io sono nato e cresciuto sotto una delle più grandi cave di gesso d’Europa - racconta Cristiano Cavina -. La vedo ogni mattina, dietro ai tetti di Casola, il mio paese. Non ci ho mai lavorato, ma è qualcosa che ho sempre avuto sotto gli occhi. Un giorno ho sentito al bar un vecchietto che commentava la solita esplosione della dinamite a mezzogiorno e cinque. "A furia di scavare arriveranno all’inferno", disse. Ogni tanto questa frase mi tornava in mente. Poi - sorride - altre cose si mischiano con questa: il mio bimbo di tre anni va matto per gli escavatori. Un giorno ho sentito al bar un vecchietto che commentava la solita esplosione della dinamite a mezzogiorno e cinque. "A furia di scavare arriveranno all’inferno", disse. Ogni tanto questa frase mi tornava in mente. Così è nato questo romanzo». Una storia che oggi sembra necessaria, l’occasione peraffrontare la dura realtà "degli uomini e il lavoro" e "degli uomini e la famiglia". «La dignità della famiglia?», si interroga l’autore. «E’ molto semplice e fruttuoso raccontare sempre storie in cui le famiglie si disintegrano. Però nella maggior parte dei casi molte persone continuano a volersi bene nonostante le difficoltà. La dignità del tuo lavoro è il modo in cui lo fai», ammette Cavina. «Credo che buona parte del libro stia tutto nella lotta tra chi fa un mestiere, chi ama il proprio lavoro e chi pensa che questo sia soltanto un modo per portare a casa i soldi a fine mese». La battaglia di Luciano, il protagonista del romanzo, e il valore del lavoro restano due elementi fondamentali. Si ha sempre l’idea che Luciano, con la sua lotta, restituisca dignità al lavoro. «Luciano è un bravissimo ragazzo - conferma Cavina-, aiuta la sua famiglia obbedendo agli ordini di suo padre, ma sbaglia, perché certi lavori non puoi farli se non con passione e attenzione». «E non perché sonopiù difficili o peggiori di altri - aggiunge- ma perché rischi di morire. Luciano avrebbe dovuto fare un altro mestiere se quello che cercava era semplicemente uno stipendio. Solo che certi mestieri oggi non li vuole più fare nessuno». «In fondo - spiega con consapevolezza e un certo rammarico - mandare un diciannovenne alle prime armi a costruire un palazzo, senza spiegargli niente, senza capire se può fare quel lavoro o no, è rischioso. Diventa molto probabile che possa volare giù da un’impalcatura. Succede ogni giorno. E sembra che la colpa sia del lavoro. Ma come dice qualcuno nel libro: il lavoro non ammazza la gente. Sono le persone che si ammazzano tra di loro». "Scavare una buca" è anche una storia in cui i rapporti umani non sono mai marginali e hanno sempre il loro spessore. Cavina racconta di persone che si vogliono bene, fatte a modo loro, che non sanno dirsi le cose in modo perfetto, ma sanno farsi capire bene coi gesti. E questo romanzo è anche quello che ha vistol’autore. «Sono stato nella cava - racconta - ho guardato le fasi della lavorazione del minerale, ho studiato un po’ i macchinari (è bellissimo scrivere di macchinari, di come funzionano, a volta chi scrive si perde e racconta solo dei mal di pancia e delle paranoie dei suoi personaggi, dimenticandosi di fargli fare qualcosa e dimenticando pure che per fare qualcosa servono macchine). Ho sognato a occhi aperti che è forse la parte più importante per uno che racconta storie». Nicoletta, la figlia di Luciano, si vergogna del lavoro della madre e non si rende conto dei suoi sacrifici. «La maggior parte degli adolescenti che conosco o sento parlare - spiega l’autore - odia gli albanesi o i marocchini, così, li vede tornare dai campi, li sente parlare tra di loro con una lingua diversa, li osserva mentre stanno in un angolo del bar e li disprezza. Vestono in modo diverso, non saprei, guidano motorini e macchine usate». «Non lo so - aggiunge-, immagino siano il contrario di quello che perloro deve essere una persona normale, vestita di marca, con una bella Audi sotto il sedere. Si lamentano che rubano il lavoro. Quando io e i miei amici eravamo adolescenti facevamo i lavori che adesso fanno gli albanesi e i marocchini. Nessun genitore manda più i propri figli a raccogliere le pesche: sono diventati delicati vasi di porcellana, che devono stare lontani dal fango e dalla polvere del mondo». «E’ per questo - conclude Cavina - che Nicoletta si vergogna di sua madre. Una donna che lavora negli orti ed è l’unica italiana tra tanti extracomunitari». «Io non so se era meglio una volta - riflette ad alta voce Cavina- ma nella povertà avevamo una grande dignità: l’abbiamo venduta per due cianfrusaglie, qualche canale tv e il sogno di poter diventare tutti come Briatore». E c’è ben da sperare se riuscissimo tutti a sposare il pensiero dello scrittore, quando nel romanzo scrive che «fare un mestiere non c’entra un accidente con il guadagnare dei soldi» e «i soldi - confessal’autore - dovrebbero essere una parte della tua vita, importante quanto vuoi, ma non lo scopo finale». Un romanzo intelligente alla ricerca di lettori curiosi e interessati alle storie degli altri.Isabella Borghese
|