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Chi scrive ha conosciuto Simona Baldanzi, autrice di "Mugello sottosopra. Tute arancioni nei cantieri delle grandi opere" (Ediesse, pp 273 10 euro) grazie a Pietro Mirabelli, il minatore trucidato sul lavoro un anno fa in una galleria della Svizzera, a cui il libro è dedicato. Più che a presentarmi Simona, incontrata personalmente solo ai funerali di Pietro, a Pagliarelle (provincia di Crotone) lui ci tenne a passarmi la copia personale di un’altra sua opera piena di "colore", "Figli di una vestaglia blu", dove alcuni capitoli, gli ultimi, se la memoria non mi ingana, sono dedicati ai lavoratori "di sotto", cioè agli operai dell’alta velocità. L’intesa era quella di restituirgli il libro dopo averlo letto. Ho da sempre in mente il progetto di riuscire a mettere insieme in qualche modo chi oggi "narra" di lavoro. E quando venni a conoscenza che Simona era così avanti nello sperimentare tutte le contaminazioni possibili tra letteratura,documentazione e denuncia sociale, rimasi molto colpito. Quello di creare occasioni di confronto sarebbe un modo per dare più forza al nostro impegno politico, culturale e sociale. E nello stesso tempo provare a sottrarre un lembo di vita autentica alla spettacolarizzazione che lentamente, nel variegato mondo della rappresentazione moderna, sta rosicchiando ogni contenuto rendendo vana ogni presa di coscienza. Tutte cose che servono più alla gloria che alla vita concreta, per carità. Anche se c’è da sottolineare che Ediesse, grazie ad Angelo Ferracuti, ha coraggiosamente deciso di andare a vedere cosa accade dall’altra parte del muro con la collana "Carta bianca". "Mugello sottosopra" è un libro-documento in cui a fianco alle parole usate per intagliare voci, volti e cuori ci sono le parole che indicano in modo inequivocabile il disastro delle "Grandi Opere", mettendone allo scoperto tutte le contraddizioni e le assurdità. Un disastro umano, civile, sociale e culturalemanifestatosi al confine tra l’Emilia Romagna e la Toscana (Mugello) a partire dalla metà degli anni 90 e che sta per essere ripetuto pari pari, ignorando completamente gli ammonimenti dell’esperienza, in Piemonte. «Secondo le accuse - scrive Baldanzi - a causa dei lavori in galleria e della intercettazione "selvaggia" delle acque di falda, si sono seccati 57 km di fiumi, la portata di altri 24 km di corsi d’acqua si è drasticamente ridotta, sono state prosciugate 37 sorgenti e 5 acquedotti. Un disastro ambientale per il quale la procura contestava il danneggiamento aggravato, un reato volontario (...). I danni complessivi al territorio del Mugello sono stati valutati in almeno 741 milioni di euro». Per il consorzio Cavet è solo una cifra da aggiungere al bilancio. E’ questo, in fondo, l’orrore che chiude la vicenda. L’inchiesta non si limita ai "papielli" dei tribunali e cerca la strada per raccontare la parte umana delle vicende (nel libro si parla anche della Variante divalico). E’ proprio il caso di dire che "scava" una galleria aiutandosi anche attraverso i materiali dell’inchiesta sociologica, a firma della stessa Simona Baldanzi. Ciò che porta allo scoperto è la "banalità della sofferenza" delle tute arancioni, ovvero di chi lavora nelle gallerie vere e proprie, a centinaia di chilometri da casa e dagli affetti, perimetrato nei "campi base", sequestrato da una natura ostile e da comunità locali non proprio orientate alla comprensione, vessato da una gerarchia d’impresa che ha ben poco a che vedere con la produzione e molto con lo sfruttamento. Le testimonianze dirette sono la chiave di volta di "Mugello sottosopra", associate a quella conoscenza del "territorio" che Simona Baldanzi ha maturato in anni di assidua frequentazione dei cantieri. Escono fuori tutti gli aspetti della vita, lavorativa e non, dei minatori; offerti nella forma dei "materiali" che ne fanno, in fondo, un libro ancora da scrivere. «Per i lavoratori che mi hannoraccontato la propria esperienza - scrive Simona Baldanzi - il saper fare un mestiere è fonte di soddisfazione, è un desiderio da perseguire perlomeno fra chi ha più esperienza, fra chi ha avuto modo negli anni di imparare e apprezzare il frutto dell’apprendimento. Quando c’è frustrazione e rabbia è perché quel riconoscimento al loro lavoro, alle caratteristiche del loro lavoro, alla loro fatica e al sacrificio, al loro ruolo nella società, senza l’uso di medaglie o di gloria o di santini, ma semplicemente attraverso diritti, rispetto e dignità, si sgretola ogni giorni di più. Quel malessere poi sembra aggravato dal fatto che non ci sono canali collettivi e organizzati per avanzare proposte e cambiamenti, per perseguire un benessere generale nel lavoro, per agganciare una felicità pubblica del rendersi utile con il lavoro e nel voler bene a quello che si fa. Senza dimenticare che si corre un rischio a perseguire questa strada e dunque non è facile trovare un equilibrio. L’orgoglio delproprio lavoro infatti è una sorta di autoricompensa che spesso riduce la visuale; si vede il lavoro compiuto e la soddisfazione in esso senza ciò che ci gira intorno: la bomba atomica, senza il rischio, la grande opera senza il grande danno ambientale. Il livello di soddisfazione e di felicità dovrebbe essere raggiunto pur guardando alla visione globale, a tutti gli effetti e conseguenze del proprio lavoro. Indagando e ascoltando i lavoratori dopo tutti questi anni ho potuto sentier e vedere molto bene certi effetti negativi del sistema produttivo occidentale su di loro: muoiono sul lavoro, si ammalano, si deprimono, emigrano, si isolano, bevono, si sentono soli ecc. Le tute arancione, così come altri operai, sono spie di cosa va o non va nella nostra società. Per questo spaventano o vengono ignorati. I loro malesseri sono sintomi di malessere generale, che riguarda tutto il sistema, che riguarda noi».Fabio Sebastiani
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