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“Partenope pandemonium. Storie stregate all’ombra del Vesuvio” a cura di Giuseppe Cozzolino (Larcher Editore, 2007) è un libro da treno di notte, specialmente dopo averne conosciuto il curatore. Il padre di questa gustosa antologia, infatti, è uno di quei personaggi che fanno da cammeo nei film in bianco e neri degli anni cinquanta, quelli che si svolgevano interamente nei treni in movimento. La sua postura fisica è quella dello scrittore o detective, o semplicemente del viaggiatore fintamente distratto che entra ed esce dalla scena mentre il dramma si dipana, ma ne è comunque “quinta colonna” o voce narrante. “Partenope Pandemonium” è articolato in tre sezioni narrative quasi classiche per un’ambientazione napoletana: “ Ieri, Oggi e Domani” e gioca tutto sul senso d’angosciache si è instaurato in questa città dal terremoto dell’80; una sensazione di tormento larvale che pervade questo territorio da centinaia di anni, emerso lievemente dalle pagine de “La Pelle” di Malaparte e scoppiato in senso letterale e fisico dopo il “23 novembre” con i fogli della “nera” dei giornali che, rilegati insieme, avrebbero potuto diventare una tragica antologia. Nella sezione “Ieri” i temi degli antichi misteri napoletani sono indagati e presi a pretesto quasi tutti per narrazioni accattivanti, dal divertente O’ Munaciello di B. Pezone alla classica e torbida seduta spiritica de “Il demone maggiore” di L. Leone, ma, se siamo in treno e stiamo attraversando gli appennini nel buio della galleria San Benedetto Val di Sambro, in quei dieci minuti vanno gustate le due perle di questa sezione: “La canzone di Filomena” di Maurizio de Giovanni che con la sua riconosciuta bravura riesce a inserire un lieve lieto fine in un noir e “Confessioni di un’apprendista di bottega”della figlia nera dell’horror italiano Simonetta Santamaria, due narrazioni da manuale. Per la categoria “Oggi” non deve essere stato facile per Cozzolino selezionare i brani perché troviamo estremamente difficile raccontare il surrealismo napoletano che calpestiamo ogni giorno. Da “Quella sera” della De Martino dove il suo Paolo entra in un mondo parallelo e Kafkiano, al surreale, agreable, attimo di paradiso di Aldo Putignano, passando per “Il Dipartimento” dove la giovane mano di Natangelo ci introduce con bravura in un incidente di cronaca, un serendipity noir. “Domani” è l’angoscia moltiplicata, l’immondizia ideologizzata, che assurge a bandiera di una Napoli senza futuro. Anche qui, comunque, l’inquietudine delle pagine è attrattiva, è da “Pendolino” in corsa nella notte, treno ultramoderno che violenta col suo vento le piccole stazioncine del Lazio con i vecchi e arrugginiti piloni decò. L’impatto barocco del “Cappuccetto rosso...” di Diana Lama èsuggestivo e fa il paio con la brillante intuizione di “Only One” della delicata Monica Florio, in tutti e due i racconti la realtà rovesciata, di pirandelliana memoria, fa, oltre che rabbrividire, anche sorridere. Una specie di “Indiana Jones” della spazzatura è lo stimolante racconto di Brancato come “Il tunnel”, il Blade Runner di Chierchia; poi gli altri “futuri”, dove i domani sono sovrastati dalla tecnologia assassina che si autoriproduce come i virus dei pc e dai rifiuti che invadono l’immaginario collettivo degli scrittori, oltrechè fisicamente anche noi tutti. Per quelli che non abbiamo citato potremmo usare la frase dei recensori teatrali: “Bene gli altri”, ma gli faremmo un torto. Anzi, ci resta un’allegra invidia, quella di non aver partecipato a questa simpatica avventura di Giuseppe Cozzolino e del coraggioso editore bresciano Fabio Larcher (ma tu guarda, uno di Brescia).
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