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Uno dei bersagli del “pensiero unico politicamente corretto”, che Julien Freund preferiva chiamare “razioide” (per la precisione riferendo il neologismo alla parte più “sofisticata” dello stesso), è l’autore di un agile libretto L’euro contro l’Europa, (Solfanelli editore), Roberto De Mattei. Di fronte alle smentite clamorose e ai “tonfi” storici che ha avuto la (principale) illusione della sinistra, cioè il comunismo (ma non solo quello) si ha motivo di considerare critiche di tale provenienza un punto d’onore e una garanzia di serietà scientifica. E lo stesso mutatis mutandis succede con questo breve volume, che comprende una lettera ai parlamentari europei del 1992, un saggio del 1998 comparso sulla rivista “Percorsi” e tre articoli pubblicati lo scorso inverno. Va da sé che De Mattei è stato tra i molti che ha previsto con chiarezza, come provano gli scritti degli anni ’90 inseriti nel volume, i pericoli e i costi dell’unificazionemonetaria e, in genere, del trattato di Maastricht. Il tutto tra un coro di politici (e menestrelli dell’informazione e della cultura) che ne esaltavano benefici e profitti. Si è visto come è andata, e come era facile prevedere che andasse: l’unione monetaria di paesi ancora assai diversi (per l’Italia il connotato peggiore è l’inefficienza della burocrazia e degli apparati pubblici in genere) ha incentivato la delocalizzazione e il dumping dei prodotti dei paesi in via di sviluppo (con la perdita di posti di lavoro). Poi si è visto che non è servita ad arginare la crisi – e anzi probabilmente, almeno per i paesi dell’Europa del sud, l’ha aggravata. Che conforto alla lungimiranza di quei tecnopolitici che tanto avevano parlato per convincersi delle straordinarie opportunità offerteci dall’euro! E che ne hanno ricavato per se carriere interminabili, fino alla soglia dei novant’anni. Tant’è e se i risultati sono – come sono - questi, la prima conclusione da trarne è che il problemamaggiore per l’Italia è una classe dirigente del tutto inadeguata e inaffidabile, al punto di essere premiata per i propri errori. Va da se che quanto è successo era stato previsto – da pochi, tra cui De Mattei – per la ragione che, contrariamente alle vestali del pensiero unico – non hanno dimenticato alcuni insegnamenti del pensiero occidentale. Ne ricordiamo due, alla base delle critiche dell’autore a Maastricht e all’euro. La prima è che si possa arrivare a una unione politica, attraverso una (previa e progressiva) unificazione economica, monetaria e giuridica. Come tutti gli errori, più pericolosi, esprime una parziale verità. Ovvero: che l’unità politica possa essere agevolata dalla “somiglianza” delle economie e delle legislazioni è vero: ma che possa poi provocarla da se, è senz’altro falso. Lo prova è sia diretta, che contraria: popolazioni differenti per lingua, etnia, religione, diritto, costume hanno in (relativa) tranquillità convissuto per secoli in imperisovranazionali come quello asburgico, zarista, ottomano (solo per limitarci alla storia moderna). Di converso né il rublo (o il dinaro), né l’unità legislativa, né la propaganda né altro hanno potuto tenere insieme Jugoslavia, Cecoslovacchia e Unione Sovietica una volta crollato il potere politico totalitario dei partiti comunisti. Cosa che aveva capito benissimo (tra gli altri) il giovane Hegel nella Verfassung deucthlands, laddove scriveva “Una moltitudine di uomini si può chiamare uno Stato soltanto se è unita per la comune difesa della sua proprietà in generale… L’allestimento di questa effettiva difesa è la potenza dello Stato; esso deve da un lato essere sufficiente a difendere lo Stato contro i nemici interni ed esterni, dall’altro a mantenere se stesso contro l’impeto universale dei singoli… L’unità della potenza statale per lo scopo comune della difesa è l’essenziale di uno Stato. Tutti gli altri scopi ed effetti della riunione possono esistere in un modo sommamente vario eprivo di unità”; mentre “Riguardo alle leggi propriamente civili e alla amministrazione della giustizia, né l’uguaglianza delle leggi e della procedura giuridica potrebbero rendere l’Europa uno Stato (tanto poco quanto l’uguaglianza dei pesi, delle misure e della moneta), né la loro diversità impedisce l’unità di uno Stato”. Se i politici eurodipendenti l’avessero (letto e) meditato, forse avrebbero evitato, ad usare la terminologia hegeliana, di unificare l’accidentale, perché poco o punto influente sull’essenziale. Secondo (tra i molti) idola teatri sfruttati dagli eurodogmatici: che l’unità economica avrebbe attenuato i conflitti ed eliminato la possibilità di guerra tra europei. Si tratta di un’attualizzazione/applicazione (e deformazione , almeno parziale) del pensiero di Benjamin Constant. Questi riteneva che l’Europa (dall’inizio ‘800) era giunta “all’epoca del commercio, epoca che deve necessariamente sostituire quella della guerra, come quella della guerra ha dovutonecessariamente precederla”. Anche qua, se è vero che lo spirito mercantile è tendenzialmente pacifico (e comunque meno belligeno di quello militare), la storia successiva ha dimostrato che non è sempre così. Anzi l’abbondanza di guerre scoppiate dalla Restaurazione in poi per motivi economici dimostrano quanto le eccezioni sono numerose. Tutta la letteratura sull’imperialismo (da Hobson e Lenin) è volta a ricordare (o dimostrare) il contrario: che è lo sviluppo commerciale ed industriale (su scala mondiale) a provocare guerre e occupazioni (a mano armata). Quindi anche in tal caso si tratta se non di una totale illusione, di una commendevole aspirazione; ma non di realtà, di costante necessaria. De Mattei si chiede perché non si sia spiegato ai cittadini degli Stati europei che, essendo l’unità politica la meta cui giungere (attraverso l’unificazione economico-monetaria e, in larga parte, anche giuridica), il tutto comportava dei costi. E risponde così “Non è difficile avanzare larisposta. Perché manca quel consenso dell’opinione pubblica che agli uomini politici è necessario per governare. Il consenso manca perché l’Europa politica non unifica i cittadini della stessa lingua, della stessa tradizione storica e culturale”. Sicuramente questa spiegazione contiene una parte di verità. Ma, ad avviso di chi scrive, le ragioni esternate dagli euroentusiasti al posto di quella, hanno il grande pregio (a fini di propaganda) di essere conformi agli idola, cioè ad alcuni pre-giudizi, della modernità. Ad un’opinione pubblica a cui è stato predicato da decenni – spesso da secoli – che la tecnica e l’economia rendono inutile la politica, che l’economia è “buona” e la politica “cattiva” (soprattutto lo è quella degli altri) è più agevole far credere che l’Europa unita nascerà senza doglie, perché conforme alle aspirazioni della modernità, e lo si può fare anche prescindendo dalle radici profonde della stessa (cioè da quelle giudaico-cristiane): da Roma, Atene eGerusalemme, sostituite da spread, “amministrazione delle cose”, fase industriale (e stadio positivo) e loro aggiornamenti e adattamenti. L’autore opportunamente si chiede “se non esista un parallelismo e una connessione tra quel relativismo morale che dissolve le frontiere ideali, ossia i principi e le verità, e quel relativismo geopolitico, economico, che dissolve le frontiere statuali”; Un problema simile se lo poneva Hauriou, oltre un secolo fa, affermando che spirito critico (ésprit critique) ed egemonia del denaro sono i fattori dissolventi le istituzioni; prevedendo che le istituzioni della modernità sarebbero finite per la prevalenza dell’economia e dello spirito critico. E per le migrazioni dei popoli (vi ricorda qualcosa di attuale?) accompagnata da un rinnovamento religioso, base necessaria a nuove istituzioni. Roberto De Mattei, L’euro contro l’Europa, Solfanelli editore (www.edizionisolfanelli.it) Chieti 2012, pp. 71. Teodoro Klitsche de la Grange
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