Berlusconi "ai vertici dell’illecito"
 











Berlusconi? Ai vertici dell’illecito anche da premier. Questo in sintesi quanto sostengono i giudici anche della Corte d’appello di Milano che hanno confermato la condanna a 4 anni e l’interdizione dai pubblici uffici per il Cavaliere nell’ambito del processo Mediaset condannandolo per frode fiscale.
Le motivazioni sono cristalline: il Cavaliere avrebbe portato avanti "un sistema per molti anni proseguito nonostante i ruoli pubblici assunti. E condotto in posizione di assoluto vertice”. Il leader del Pdl è considerato, quindi, tra i “responsabili di vertice di tale illecita complessiva operazione”. Non basta, perché a questa si aggiunge anche la decisione giunta, invece, dalla Cassazione sul "no" al trasferimento dei processi Ruby a Brescia con qualche maggior dettaglio. La Cassazione, infatti, sostiene ancora che dall’ex premier sono state rivolte «accuse infamanti sulle toghe di Milano».
Due macigni che dovrebbero far scuotere almeno un po’l’estenuante atteggiamento ai limiti dell’imbarazzo della dirigenza Pd. Anche perché se la Cassazione confermerà il verdetto della Corte d’appello di Milano tutto si trasferirà nelle aule del Senato. E la cosa che fa più paura all’ex premier non è tanto l’accusa di frode quanto l’interdizione dai pubblici uffici che comporterebbe come prima conseguenza la sua carica da senatore come prevede la legge. Eppure, purtroppo, non basterà la decisione della Cassazione a far decadere dalle sue funzioni il Cavaliere, se e quando dovesse venire confermata la sentenza, questo atto verrà deciso dalla Camera di rappresentanza e, quindi, dalla Giunta per le elezioni e le immunità del Senato. Giunta di cui non è stato ancora nominato il presidente, come noto, a cui spetta la calendarizzazione dei dibattiti. E’ a quest’organismo che spetterà, una volta avviata la "Procedura di contestazione dell’elezione", decidere o meno le sorti o meglio l’espulsione di Berlusconi dalle aule parlamentari.
Nellemotivazioni i giudici si esprimono in modo netto. “Era assolutamente ovvio – scrivono – che la gestione dei diritti, il principale costo sostenuto dal gruppo, fosse una questione strategica e quindi fosse di interesse della proprietà, di una proprietà che, appunto, rimaneva interessata e coinvolta nelle scelte gestionali, pur abbandonando l’operatività giornaliera”. I magistrati, presieduti da Alessandra Galli, sottolineano ancora che “almeno fino al 1998 e, quindi, fino a quando ai vertici della gestione dell’acquisto dei diritti vi era stato Bernasconi, vi erano state anche le riunioni per decidere le strategie del gruppo, riunioni con il proprietario del gruppo, con Berlusconi”. “Ad agire - continuano - era una ristrettissima cerchia di persone che non erano affatto collocate nella lontana periferia del gruppo ma che erano vicine, tanto da frequentarlo tutti (da Bernasconi ad Agrama, da Cuomo a Lorenzano) personalmente, al sostanziale proprietario (rimasto certamente tale in tuttiquegli anni) del medesimo, l’odierno imputato Berlusconi. Un imputato – sostengono – un imprenditore che pertanto avrebbe dovuto essere così sprovveduto da non avvedersi del fatto che avrebbe potuto notevolmente ridurre il budget di quello che era il maggior costo per le sue aziende e che tutti questi personaggi, che a lui facevano diretto riferimento, non solo gli occultavano tale fondamentale opportunità ma che, su questo, lucravano ingenti somme, sostanzialmente a lui, oltre che a Mediaset, sottraendole”.
In base alle testimonianze rese in aula nel processo di primo grado, secondo il giudice d’appello “Berlusconi rimane infatti al vertice della gestione dei diritti, posto che (…) Bernasconi rispondeva a Berlusconi senza nemmeno passare per il cda”. Inoltre, si legge nelle motivazioni, tra il Cavaliere e l’ex manager morto nel 2001 non c’era “altro soggetto con poteri decisionali nel settore dei diritti, neppure dopo la quotazione in borsa e la cosidetta ‘discesa in campo’, nellapolitica, di Berlusconi”.
Per queste motivazioni non sarà possibile concedere alcuna attenuante. Mediaset si è, infatti, resa protagonista di una gestione dei diritti tv ”del tutto incomprensibile dal punto di vista societario”.
Il collegio sottolinea ancora che ”non aveva alcun senso acquistare ad un determinato prezzo quel che si era già individuato acquistabile ed effettivamente acquistato ad un prezzo molto minore”. Il riferimento e’ alle numerose società schermo che – stando all’ipotesi accusatoria – sarebbero servite a Berlusconi per far lievitare il prezzo dei diritti televisivi e cinematografici acquistati da Mediaset presso le principali majors statunitensi e, per questo, a creare fondi neri all’estero per frodare il fisco italiano. La Corte d’Appello di Milano proprio su questo punto ritiene, dunque, che ”in relazione alla oggettiva gravità del reato, è ben chiara l’impossibilità di concedere le attenuanti generiche”.
In definitivi, i magistrati di Milano non hannodubbi. Berlusconi è a capo di un imponente sistema di evasione fiscale protratto per anni. ”Non è verosimile – scrivono a questo proposito nelle motivazioni – che qualche dirigente di Fininvest o Mediaset abbia organizzato un sistema come quello accertato e, soprattutto, che la società abbia subito per 20 anni truffe per milioni di euro senza accorgersene”. Il sistema delle società off shore è stato ideato ”per il duplice fine di realizzare un’imponente evasione fiscale e di consentire la fuoriuscita di denaro dal patrimonio di Fininvest e Mediaset a beneficio di Berlusconi”.
Per questo la pena viena confermata. I magistrati si sono espressi. La parola passa alla Cassazione. In seguito, se questa dovesse confermare la condanna, si esprimerà la politica. L’auspicio è che, in qualche modo, la legge, alla fine, sia uguale per tutti. Ora? «Ci auguriamo - conclude Paolo Ferrero (segreatario Prc) - che si vada avanti con la proposta di ineleggibilità». Castalda Musacchio










   
 



 
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