Allarme attentato per Di Matteo super scorta per il magistrato
 











Al palazzo di giustizia sono arrivate le teste di cuoio, i carabinieri del Gruppo d’intervento speciale. Da qualche giorno, hanno una missione molto particolare: proteggere il sostituto procuratore Nino Di Matteo, uno dei protagonisti dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia. Una missione delicata, perché all’inizio di luglio un confidente ha svelato alla squadra mobile di Palermo che Cosa nostra starebbe preparando un attentato nei confronti del magistrato. Il confidente ha parlato di una riunione fra capimafia di città e alcuni "paesani", in cui qualcuno avrebbe addirittura sollecitato l’esecuzione dell’attentato. In quell’incontro, ha aggiunto il confidente, "si è anche detto che l’esplosivo è già arrivato".
Tre fonti  -  investigative e giudiziarie  -  hanno confermato a Repubblica che il confidente non è un mafioso, ma nel passato ha fornito sempre notizie attendibili sul traffico di armi e di droga. Per questa ragione,il primo luglio, la polizia ha subito girato la segnalazione al Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza.
E da Palermo una nota riservata è partita anche per l’Ufficio centrale scorte, organismo istituito presso il ministero dell’Interno. La decisione è arrivata nel giro di poche ore: il livello di protezione per Di Matteo è salito dal secondo al primo. Ovvero, al massimo. In Italia, sono solo una ventina le personalità che hanno questa scorta. Così, adesso, Di Matteo viaggia protetto dentro un corteo composto da tre auto blindate, in cui ci sono nove carabinieri (fra Gis e nucleo scorte di Palermo). Sotto l’abitazione del magistrato c’è invece una vigilanza fissa. Altri carabinieri si occupano di "bonificare" le strade e i luoghi più frequentati dal pm.
Al palazzo di giustizia la tensione è altissima. E non solo attorno a Nino Di Matteo. Due settimane fa, c’è stata una strana irruzione nell’abitazione di un altro dei magistrati del pool trattativa, Roberto Tartaglia: inpieno giorno, qualcuno ha rovistato fra armadi e cassetti e ha portato via solo una pen-drive. Così l’allerta è scattata anche attorno a Tartaglia e agli altri pubblici ministeri che indagano sui misteri del ’92-’93, il sostituto Francesco Del Bene e il procuratore aggiunto Vittorio Teresi. In parallelo al processo trattativa, in corso in corte d’assise, c’è infatti un fascicolo d’inchiesta bis, che sta cercando di accertare eventuali responsabilità di ambienti deviati dei servizi segreti.
Ad aprile, era già arrivata una lettera anonima che parlava della preparazione di un attentato nei confronti di Nino Di Matteo, "autorizzato"  -  così era scritto  -  dal superlatitante Matteo Messina Denaro e da alcuni suoi "amici romani". L’anonimo scriveva pure di alcune prove di esplosivo fatte in provincia di Trapani. Ma non sono soltanto le lettere anonime e le segnalazioni di qualche confidente a preoccupare l’intelligence antimafia. Le ultime indagini su Cosa nostrapalermitana parlano di giovani boss rampanti con la pistola alla cintola, cresciuti col mito di Messina Denaro, il boss condannato per le stragi del 1993 che a giugno ha festeggiato vent’anni di latitanza. Giovani boss in cerca di visibilità anche con gesti eclatanti, questo dicono le microspie che tengono sotto controllo il ventre criminale di Palermo. Salvo Palazzolo-repubblica









   
 



 
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