Mobilità sanitaria -3-
 


INCHIESTA: NO STOP









Oggetto:INCHIESTA "OSPEDALI..."

Con la presente,
siamo a comunicare che  la rivista Zapping pubblicherà servizi dedicati agli:
                “Ospedali - ASL"
Per poterci agevolare nel nostro lavoro, chiediamo di fornirci dati utili
sull’argomento, in particolare riferenti agli anni pregressi nei
metodi e criteri della gestione della struttura e quant’altro
possa risultare utile ai fini della nostra mirata ed attenta inchiesta.
Distinti saluti   Laredazione                                                                                             Corte dei conti. In sanità moltiplicazione centri di spesa e irrazionale distribuzione risorse

Medicina generale. Tutte le carenze della formazione
Offerta formativa e qualità della didattica, retribuzione e tutela del medico in formazione, riforma del sistema formativo per la sostenibilità del Ssn.
Questi i temi al centro dell’incontro, al ministero di Lungotevere Ripa, tra il ministro della Salute, BeatriceLorenzin e i giovani rappresentanti di Fimmg Formazione. Sul tappeto le criticità del corso di formazione specifica in medicina generale raccolte in un dossier stilato dal sindacato e consegnato al ministro. Un percorso a ostacoli che rende la medicina generale sempre meno appetibile per i neo laureati.
Problematiche che il Ministro, come hanno raccontato i rappresentanti della Fimmg Formazione, ha ascoltato con attenzione e competenza, ragionando concretamente su possibili soluzioni. Per questo ha dato mandato alla struttura ministeriale di mettere in atto i necessari approfondimenti subito dopo la pausa estiva. Non solo, si è convenuto sulla necessità di una maggiore professionalizzazione del corso di formazione individuando modalità d’inserimento dei medici in formazione in attività lavorative nell’ambito delle cure primarie, già durante il corso.
“Sono soddisfatta del lavoro svolto – ha detto Giulia Zonno, coordinatrice nazionale Fimmg Formazione – che ha permesso, attraversoil lavoro di squadra, la creazione del dossier presentato, che ben descrive le innumerevoli criticità legate al nostro percorso formativo. Chiediamo attenzione nell’investimento sulla formazione specifica in medicina generale perché formare un buon medico oggi significa avere un professionista di qualità che domani curerà in maniera efficiente ed efficace 1.500 pazienti”.
Le criticità. Sono molti gli ostacoli che i giovani camici bianchi devono affrontare per accedere alla carriera di medico di medicina generale. Criticità messe nero su bianco nel dossier consegnato al ministro Lorenzin.
Si parte dalle differenze tra Regione e Regione. Ogni realtà locale ha realizzato programmi didattici e strutture delle scuole guardando alla normativa nazionale, ma con diverse interpretazioni.
Soprattutto la medicina generale ha poco appeal sul medico neolaureato. I motivi? Tanti. Una scarsa retribuzione: appena 966 euro/lordi al mese, non sufficienti per potersi dedicare esclusivamente allapropria formazione. La percezione di minus rispetto al percorso formativo di specializzazione, a causa della situazione di disparità economica e all’assenza del titolo di “specialista” in medicina generale. A questo si aggiungono tempi lunghissimi. La reale durata del percorso di formazione in Medicina generale supera i tre anni di formazione: dalla laurea all’accesso alla professione di Mmg, attraverso l’ottenimento della Convenzione, possono passare anche 7 anni e 2 mesi. Persino nelle Regioni in cui vi è carenza di medici. Lungaggini, sottolineano i medici della Fimmg, essenzialmente legato a tempi burocratici di pubblicazione delle graduatorie, alla necessità del possesso di titoli già al momento dell’iscrizione ai concorsi, alla rigidità dei piani di studio di recupero per chi effettua sospensione del corso per maternità o malattia al di sopra dei 40 giorni.
Le proposte Fimmg. Non solo criticità, nel dossier il sindacato ha indicato anche le coordinate per uscire dall’impasse.Sono state proposte, tra le molte soluzioni, tirocini decentralizzati sul territorio, nella direzione di una rimodulazione dell’offerta formativa ospedale versus territorio; la redazione di un documento che contenga un Core curriculum nazionale delle competenze e delle conoscenze da acquisire per poter diventare Mmg;la possibilità di scegliere il tutor in relazione alle proprie esigenze formative, come già definito dalla regione Lombardia. E ancora, una giusta retribuzione o, in alternativa, la possibilità di integrare il corso con esperienze lavorative professionalizzanti, definite a livello normativo, nell’area delle cure primarie. Ed anche l’individuazione delle risorse necessarie per rivalutare la borsa di studio secondo gli adeguamenti Istat.
Muore dopo aver girato tre ospedali indagati in sei, tra medici e infermieri
Un’odissea di sette ore, attraverso tre diversi ospedali del Salento, e un’inchiesta che dovrà accertare le cause della morte e leresponsabilità delle persone che dovevano assistirlo. Sei tra medici e infermieri in servizio negli ospedali di Tricase, Poggiardo e Scorrano, nel Leccese, sono stati iscritti sul registro degli indagati per omicidio colposo in relazione alla morte di Giorgio Lanzilao, il 68enne di Ortelle morto nell’ospedale ’Panico’ di Tricase il 22 agosto scorso, dopo sette ore trascorse nei tre diversi ospedali.
Il sostituto procuratore di Lecce, Roberta Licci, ha conferito al medico legale Alberto Tortorella l’incarico per l’autopsia, che sarà eseguita domani. Sono ancora molti infatti i dubbi da chiarire. L’anziano, secondo quanto ricostruito, lo scorso giovedì sarebbe uscito da casa per andare in campagna. Dopo alcune ore il figlio, non vedendolo rincasare, lo andò a cercare e lo trovò in riverso per terra in un terreno non suo, colto da malore. Sul dito di una mano del pensionato fu trovata una bolla (la cui natura dovrà essere accertata con un esame tossicologico) e su un braccio avevaalcune escoriazioni.                                                                                                   Il ministro Lorenzin: "Pronto il documento che riorganizza i piccoli ospedali"
"La riconversione di piccoli ospedali che non sono in grado di fornire un’assistenza di qualità, il potenziamento del trasporto di emergenza per spostare in tempi rapidissimi i pazienti verso le strutture di eccellenza, una rete telematica per far viaggiare in tempo reale i dati dei rilievitra i piccoli ospedali e le strutture dove sono presenti specialisti capaci di riconoscere anche le patologie più rare, è l’obiettivo che ci siamo dati". Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, in una lettera indirizzata al quotidiano napoletano ‘Il Mattino’, indica la rotta da seguire per garantire un sistema ospedaliero di qualità. Il ministro fa riferimento a un intervento sullo stesso giornale di Silvio Garattini, direttore del Mario Negri, che aveva affrontato la questione dei piccoli ospedali dopo la tragica morte della diciassettenne a Orbetello. E assicura che "è pronto il documento che ridisegna la sanità in Italia".
Secondo Lorenzin, per realizzare un nuovo modello, "tagliando sprechi e reinvestendo in qualità", è innanzitutto necessario "vincere una grande sfida che è prima di tutto culturale, perché nonostante l’evidenza dei dati c’è chi crede che ancora che chiudere un piccolo ospedale di cui i pazienti stessi diffidano sia una perdita per il territorio".
E,invece, per invertire questa tendenza il ministro rivela di confidare soprattutto "nella responsabilità degli amministratori locali, affinché spendano generosamente la loro esperienza politica mediando contrapposizioni sul territorio che non fanno bene a nessuno. Dai costi standard alla riconversione delle strutture troppo piccole in centri poli ambulatoriali o in strutture intermedie, la rete di interventi è già sul tavolo e presente a macchia di leopardo sui territori".
Il ministro ha poi sottolineato che il documento tramite cui si sta tentando di ridisegnare la sanità italiana "sta trovando ampia condivisione con i rappresentanti delle Regioni, che stanno mostrando una grande sensibilità, ed è insieme a loro che spero di condividere questo grande progetto nel nuovo Patto per la Salute". In relazione alla tragedia di Valentina, Lorenzin sottolinea che è avvenuta "non sappiamo se per colpa o per destino. Sappiamo però – conclude – che una sanità migliore è possibile ed è quellache deve essere realizzata".
Lorenzin: “Voglio chiudere il Patto per la Salute prima della legge di stabilità"
Il tavolo sul Patto della Salute si riapre il 9 settembre. Spero che riusciremo a chiudere questo Patto anche prima che cominci la discussione sulla Legge di Stabilità, così da mettere in campo una reale programmazione degli interventi che le Regioni dovranno fare nei prossimi anni”.
L’annuncio è arrivato ieri sera al dibattito sulla salute nell’ambito della Festa nazionale del Pd in corso a Genova. A darlo il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, sul palco insieme a Catiuscia Marini, Lionello Cosentino, Emilia De Biasi e Claudio Montaldo.
Per Catiuscia Marini, presidente della regione Umbria e membro della segretaria nazionale del Pd con delega alla sanità, “questo governo ha dimostrato volontà di dialogare”. “In questi anni – dice - il tema si è affrontato con la testa al ministero dell’Economia. È necessaria un’alternativaall’attuale compartecipazione dei cittadini, perché adesso chi ha più bisogno paga di più”.
A questo proposito Lorenzin, sottolinea che “gli sprechi sono intollerabili nella sanità. La nostra società tende a invecchiare e questo è un problema che incide anche sul sistema sanitario, dobbiamo costruire un sistema di welfare che regga nel futuro, ridurre la spesa ospedaliera riconvertendo le strutture. Le regioni devono essere più autonome nel garantire il servizio. Dobbiamo superare la concorrenza regionale e fare marketing sulla buona sanità italiana, per valorizzare quello che di buono c’è”.
Per garantire una pianificazione attenta ai bisogni dei cittadini serve un’analisi approfondita. Lionello Cosentino, responsabile del Forum Salute del Pd, propone di istituire degli indicatori che misurino la qualità del servizio e i tempi d’attesa, perché “spesso – annuncia Cosentino - la differenza tra la vita e la morte sta proprio nei tempi d’attesa per le cure necessarie”.
Lasenatrice del Pd e presidente della Commissione Igiene e Sanità, Emilia de Biasi, introduce il tema della prevenzione “In questi anni la prevenzione è passata in secondo piano rispetto a un’idea di sanità troppo istituzionale. Il primo obiettivo è far tornare negli italiani la fiducia di curarsi. Dobbiamo legiferare per avvicinare le istituzioni ai problemi effettivi delle persone, per riconoscere le varie professionalità e riconoscere e curare le malattie rare”.
“Mi piacerebbe che si introducesse una modifica nella governance – chiude Claudio Montaldo, assessore alla salute della regione Liguria - che il ministero della salute si assuma vincoli economici per non lasciare che le regioni in difficoltà si confrontino con il ministerodell’economia”.                                                                                Test diagnostici. Migliorano risultati clinici, sicurezza dei pazienti e riducono la spesa sanitaria
“Una diagnostica accurata e affidabile fornisce informazioni fondamentale a medici e professionisti della salute affinché vengano adottate decisioni terapeutiche e chirurgiche per trattare al meglio il paziente”.
Lo ha detto Roland Diggelman capo mondiale della Roche Diagnostics, presente in 130 paesi con circa 28mila dipendenti e un fatturato di 10,3 milioni di franchi svizzeri, inoccasione del Roche Diagnostics Day organizzato a Rotkreuz ( Svizzera).
“Con i sistemi CoaguChek – ha sottolineato James Creeden, Chief Medical Officer Roche Professional Diagnostics – è possibile ridurre del 60% il tasso di mortalità in pazienti con fibrillazione atriale sottoposti a terapia anticoagulante”. Si tratta di device utilizzabili dal paziente e/o dal medico (quindi senza ricorso all’ospedale) per monitorare il livello di coagulazione e di modificare la dose di farmaco per raggiungere l’ottimale range terapeutico.
Nel mondo ogni anno vengono colpite da infarto 15 milioni di persone, di queste ne muoiono 5 milioni l’anno e altrettante subiscono invalidità permanente. Studi internazionali hanno dimostrato nel 2004, che sarebbe stato possibile risparmiare 1,3 miliardi di dollari se solo la metà di coloro che soffrivano di fibrillazione atriale avessero effettuato l’automonitoraggio. Dati confermati da un altro studio tedesco in cui era evidenziato un risparmio di un terzodella spesa sanitaria dovuto alle complicanze cardiovascolari se fosse stato utilizzato uno dei sistemi coaguChek.
Un altro settore a forte impatto socio-sanitario è la prevenzione del tumore del collo dell’utero. L’Oms stima che ogni anno nel mondo mezzo milione di donne vengono colpite da questa neoplasia la cui mortalità raggiunge il 50per cento. Il tumore della cervice uterina è la seconda neoplasia per incidenza e mortalità nella popolazione femminile tra i 15-44 anni. Un diagnosi precoce e tempestiva aumenterebbe del 90 per cento il tasso di sopravvivenza nelle donne colpite.
Pap-test e più recentemente Hpv test o test del Dna gli strumenti per la diagnosi precoce. Purtroppo non sempre il pap-test è affidabile: uno studio internazionale ha dimostrato che un terzo delle donne che si erano sottoposte al pap-test con esito negativo, avevano poi sviluppato il tumore.
La Roche Diagnostics sta mettendo a punto un nuovo Hpv test più sensibile e veloce per identificare le donnead alto rischio ma che non necessitano di colposcopia, anche se sono positive ai 12 genotipi più pericolosi nello sviluppare il tumore. Con questo test si riducono del 50 per cento gli interventi e i relativi costi.
Nuovo e interessante campo di applicazione dei test diagnostici è nel settore della chirurgia.
Nel mondo ogni anno duecento milioni di persone affrontano interventi chirurgici non cardiaci. Di questi oltre un milione muore per complicanze a trenta giorni dall’operazione e un terzo per attacchi di cuore. Lo studio Vision effettuato su oltre 15 mila pazienti ha usato il test di Roche Diagnostics basato sulla misurazione della Troponina T. Il livello di questa proteina rilasciata dal muscolo cardiaco indica che si è verificato di un danno al cuore. L’importanza di effettuare nei primi tre giorni dall’intervento questa misurazione può aiutare i medici a individuare i malati a più elevato rischio di morte nei trenta giorni successivil’operazione.                              Carcinoma metastatico del colon-retto. L’EU approva regorafenib
Buone notizie per i pazienti adulti con carcinoma metastatico del colon-retto (mCRC): arriva l’ok della Commissione europea per la commercializzazione di regorafenib compresse, per il trattamento di una popolazione difficile da trattare come quella di persone precedentemente sottoposte senza successo alle terapie disponibili o ad esse non candidabili al trattamento con le terapie disponibili. Queste includono chemioterapie a base di fluoropirimidine, terapie anti -VEGF e terapie anti-EGFR.
Il carcinoma del colon-retto (CRC) è il terzo tipo di tumore più comune in tutto il mondo, con oltre un milione di casi all’anno. La stima di sopravvivenza a cinque anni per il CRC in media è del 55 per cento, ma è altamentevariabile e dipendente dallo stadio della malattia (dal 74 per cento per i pazienti con malattia in stadio I a solo il 6 per cento per i pazienti in stadio IV).
L’approvazione di regorafenib si è basata sui dati dello studio registrativo di fase III CORRECT (carcinoma del COlon-Retto trattato con REgorafenib o plaCebo dopo fallimento della Terapia standard). I risultati dello studio CORRECT sono stati presentati al 48 ° Meeting Annuale della American Society of Clinical Oncology nel giugno 2012 e pubblicati on-line il 22 novembre 2012 sulla rivista The Lancet. "Il carcinoma metastatico del colon-retto è uno dei tipi di tumori più diffusi e per il quale vi è una reale necessità non soddisfatta di nuove opzioni di trattamento. Attualmente  il  tumore del colon-retto in uno stadio precoce, può essere trattato con  l’intervento chirurgico preceduto o seguito da radioterapia e /o chemioterapia per evitare l’insorgenza di recidive eppure, per molti pazienti la malattiametastatizza in altre parti del corpo, riducendo drasticamente la possibilità di guarigione", ha detto Eric Van Cutsem, coordinatore dello studio CORRECT, University Hospital Gasthuisberg di Leuven, Belgio. "L’azione multi-bersaglio di regorafenib fornisce una nuova opzione contro il carcinoma metastatico del colon-retto. Nello studio CORRECT, regorafenib ha migliorato significativamente sia la sopravvivenza globale che la sopravvivenza libera da progressione di malattia in una popolazione di pazienti  difficile da trattare. Questi dati mostrano che regorafenib può fornire una nuova opzione di trattamento per i pazienti con carcinoma metastatico del colon-retto, " ha concluso van Cutsem.
Grande la soddisfazione dell’azienda produttrice, Bayer Health Care. "A seguito dell’approvazione di regorafenib per il trattamento del mCRC in diversi paesi in tutto il mondo, tra cui Stati Uniti e Giappone, siamo lieti di offrire ai pazienti in Europa una nuova opzione di trattamento", hadetto Kemal Malik, Membro del Comitato Esecutivo Bayer HealthCare e responsabile dello sviluppo globale.                            Scompenso cardiaco. Una cura dall’ormone della crescita
L’insufficienza cardiaca cronica, meglio conosciuta come scompenso cardiaco, è una patologia molto frequente che coinvolge circa un individuo su dieci tra le persone con più di 65 anni. Una patologia che da oggi presto potrebbe vedere una nuova opzione terapeutica: questo emerge da uno studio realizzato presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli e pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale, Journal of American College of Cardiology.
Nelle prime fasi della vita, l’ormone della crescita (GH) promuove l’accrescimento osseo e lo sviluppo fisico dell’organismo, mentre nell’età adulta, tra le numerose azioni svolte,contribuisce al corretto funzionamento del sistema cardiovascolare. Nello studio, coordinato da Luigi Saccà, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Medicina Interna III, e da Antonio Cittadini, entrambi afferenti al Dipartimento ad Attività Integrata (DAI) di Medicina Interna, Patologia Clinica dell’AOU Federico II, sono stati valutati gli effetti della terapia ormonale con ormone della crescita nei pazienti con scompenso cardiaco.
In precedenti ricerche, gli scienziati avevano già dimostrato come il 30-40% dei pazienti affetti da scompenso cardiaco cronico presenti un deficit di GH, probabilmente determinato dalla stessa malattia cardiaca secondo meccanismi non ancora identificati. Lo studio condotto dall’equipe dell’Azienda federiciana ha valutato se la somministrazione di GH ai pazienti affetti da insufficienza cardiaca cronica, i quali risultassero contemporaneamente anche affetti da deficit di GH dell’adulto, potesse avere degli effetti benefici.
Il gruppo di ricerca hasomministrato la terapia con GH a 28 pazienti mentre altri 28 hanno rappresentato il gruppo di controllo. Lo studio ha mostrato risultati molto incoraggianti dopo un periodo di osservazione di 4 anni. I pazienti che hanno assunto il GH hanno mostrato un aumento della capacità di esercizio fisico pari a circa il 50% (il più importante indice di sopravvivenza di questa popolazione di pazienti) misurata con test cardiopolmonare, mentre nel gruppo di controllo si è assistito ad una riduzione di circa il 15% della capacità fisica. I pazienti che hanno assunto GH, inoltre, hanno ottenuto un miglioramento della funzione di pompa cardiaca di circa il 33% mentre nel gruppo di controllo si è manifestato un peggioramento del 5% rispetto alla popolazione di controllo. In sintesi, mentre nel gruppo di controllo si è assistito al consueto aggravamento della malattia, gli altri non solo non sono stati colpiti dalla naturale progressione della malattia, ma addirittura hanno mostrato un inaspettato eincoraggiante miglioramento delle proprie condizioni cliniche.
Inoltre, i pazienti che hanno assunto GH sono ricorsi di meno all’ospedalizzazione rispetto al gruppo di controllo e, a differenza di questi ultimi, hanno riferito un miglioramento della propria qualità di vita e del benessere fisico, parametri entrambi valutati secondo la compilazione anonima di questionari.La somministrazione di GH si è mostrata sicura e non ha causato effetti collaterali.
La sperimentazione è stata interamente condotta all’interno dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli, sebbene costituisca solo uno studio preliminare, rappresenta senza dubbio un importante passo in avanti verso l’utilizzo di un nuovo farmaco nella pratica clinica dello scompenso cardiaco. “Se i dati presentati risultassero confermati su casistiche internazionali più ampie si aprirebbe una nuova prospettiva di miglioramento delle condizioni cliniche dei pazienti con scompenso cardiaco cronico”, ha commentatoCittadini.
Allo studio hanno partecipato Annamaria Colao, responsabile della UOC di Patologia Neuroendocrina dell’AOU Federico II, Alberto M. Marra, Michele Arcopinto, Emanuele Bobbio, Andrea Salzano, Domenico Sirico e Raffaele Napoli afferenti all’UOC Medicina Interna III dell’Azienda, Salvatore Longobardi della Merck Serono S.p.A. di Roma, Ragavendra R. Baliga della Divisione di Medicina Cardiovascolare della Ohio State University, Eduardo Bossone della Divisione di Cardiologia, Cava dei Tirreni – Ospedale di Costa d’Amalfi, Torre Cuore, Università di Salerno.(...)
Sequestrati nel Nord Italia oltre 300.000 prodotti pericolosi per la salute
Circa 300.000 tra occhiali da vista, sigarette elettroniche, orologi, giocattoli, torce, batterie per cellulari, lampade elettriche, ecc. non regolari e potenzialmente pericolosi per la salute dei consumatori sequestrati dai Carabinieri del Nas di Milano presso un deposito all’ingrosso di Novate Milanese gestito da unacittadina cinese.
Nel corso del controllo, spiega una nota dei Nas, “i militari del Nucleo, in collaborazione con personale della Polizia Locale, hanno accertato che i prodotti erano privi del marchio “CE”, della dichiarazione di conformità e delle indicazioni obbligatorie sulla sicurezza”.
In particolare, gli oltre 150.000 occhiali da vista premontati (valore commerciale circa 460.000,00 euro) per la correzione della presbiopia (occhiali da lettura) erano muniti di lenti con potere diottrico superiore a +3.50 diottrie, sprovvisti della marcatura “CE” e destinati presumibilmente alla vendita presso i mercati rionali.
Al legale responsabile, segnalato all’Autorità Amministrativa, sono state contestate sanzioni amministrative per un ammontare di 95mila euro. 
Inoltre, i Carabinieri del Nas di Treviso, presso un deposito doganale privato del veneziano, hanno sequestrato 31.000 spade spara bolle di sapone risultate, alle analisi microbiologiche eseguite dall’IstitutoSuperiore di Sanità, contaminate dal batterio pseudomonas aeruginosa, “microorganismo responsabile di infezioni in considerazione del contatto con bocca, mani e occhi durante il gioco”, affermano i Nas spiegando che “nell’ambito dei primi accertamenti, i militari del Nucleo unitamente a personale dell’Ufficio Dogane di Venezia, avevano sottoposto al vincolo cautelativo l’intera partita dei suddetti giocattoli proveniente dalla Cina ed importata da una ditta padovana, procedendo al prelievo di campioni per la verifica dei valori microbiologici del liquido in essi contenuto”.
Il valore della merce sequestrata ammonta a circa 12.000 euro, mentre il legale rappresentate della ditta è stato segnalato all’Autorità giudiziaria.                            Def 2013. Cgil: “No a sanità ‘selettiva’. Basta tagli e ticket”
“Bisogna fermaretagli e ticket e considerare la sanità e il sociale preziosi investimenti per garantire diritti, creare buona occupazione e sostenere la ripresa economica”. Ad affermarlo è il segretario confederale della Cgil, Vera Lamonica, in merito alla nota di aggiornamento del Def che prevede per i prossimi anni, ricorda, “una progressiva ma inesorabile riduzione della spesa sanitaria in rapporto al Pil che passerebbe dall’attuale 7,1% al 6,7% nel 2017”.
Secondo la dirigente sindacale “il governo propone di rendere sostenibile il Sistema sanitario nazionale riorganizzando l’assistenza sanitaria in modo appropriato: più prevenzione e più assistenza territoriale. Questa è una scelta giusta, per la quale siamo pronti ad un confronto per il nuovo ’Patto per la Salute’, che punti decisamente a riqualificare e a potenziare i servizi per i cittadini”.
Purtroppo, precisa Lamonica, “il governo subito dopo si smentisce quando parla di sistema sanitario selettivo, cioè di ridisegnare il perimetro deiLea, ovvero le prestazioni cui hanno diritto i cittadini. Perché questo vuol dire, viste le previsioni di spesa scritte nella nota di aggiornamento del Def, ancora tagli ai servizi e al personale. Si confermano così le politiche di austerità di questi anni che stanno paralizzando l’Italia”. Inoltre, continua, “dopo anni di tagli lineari, milioni di persone rinunciano a curarsi per motivi economici, anche per il continuo aumento dei ticket. La tutela della salute non è garantita a tutti i cittadini, soprattutto in alcune regioni. Insistiamo - conclude Lamonica - bisogna fermare tagli e ticket e considerare la sanità e il sociale preziosi investimenti, per garantire diritti, creare buona occupazione e sostenere la ripresaeconomica”. (...)                                                                 Quando la salute è senza contratto Medici e infermieri con la partita Iva
Entrano al lavoro e timbrano il cartellino, fanno turni, notti, reperibilità come fossero dipendenti, ma in realtà a fine mese emettono una fattura e pagano più contributi previdenziali dei loro colleghi a tempo indeterminato. L’assicurazione è a loro carico, non hanno ferie e le loro "consulenze" o "collaborazioni" sono perennemente appese al filo del rinnovo del loro rapporto con la Asl. Da questi camici bianchi atipici però dipendono anche la salute e la vita di molti pazienti. Questimedici, infermieri e tecnici, infatti hanno spesso alte specializzazioni, sono impiegati in reparti particolarmente delicati come la Neonatologia intensiva dell’Umberto I di Roma (in cui sono la metà del personale), il Pronto soccorso pediatrico, ma anche la Cardiochirurgia, le ambulanze, la Radiologia. I camici bianchi a partita Iva sono in tutti i settori della sanità pubblica. sono tanti e difficili da calcolare, da Nord a Sud, il loro orizzonte di speranza si chiama "assunzione", ma ogni volta che viene promesso un nuovo concorso il concetto sembra non riuscire a emergere dalle semplici promesse elettorali dei governatori locali o dai proclami di politici di qualsiasi schieramento. Loro sono lì e portano avanti la macchina della salute assieme ai colleghi assunti, lavorando esattamente allo stesso modo ma con un gap di diritti notevole.
Duecento all’Umberto I. Al Policlinico Umberto I di Roma sono più di duecento, il direttore generale Domenico Alessio con una lettera allaRegione Lazio inviata lo scorso 20 febbraio chiedeva di "indire un concorso pubblico per l’assunzione diretta degli infermieri con un punteggio che tenga conto degli anni già prestati al Policlinico" e poi "attivare procedure per l’assunzione diretta del personale ausiliario già in servizio al Policlinico, così da preservare la professionalità acquisita, il diritto di assistenza nelle strutture sanitarie pubbliche, la dignità e sicurezza dei lavoratori super sfruttati per far ingrassare i padroni di ditte e cooperative". I mesi sono passati siamo ancora allo stesso punto.
Oltre il danno la beffa. Un medico che lavora in ospedale, ma è considerato lavoratore "autonomo" paga anche una percentuale più alta di contributi all’Empam (ente previdenziale della categoria) cui versa ogni anno il 12,5 per cento dello "stipendio", mentre i colleghi assunti regolarmente pagano soltanto la percentuale su quanto guadagnato effettivamente con prestazioni fuori dal settore pubblico.
Il colpo digrazia. I falsi "liberi professionisti" di libero hanno ben poco. E la riforma Fornero ha dato il colpo di grazia. Molte Aziende sanitarie, per sopperire alla carenza degli organici, aumentata esponenzialmente a causa del blocco del turn over, si sono avvalse della disciplina contenuta nell’articolo 7 del Decreto legislativo 165 del 2001 per stipulare contratti libero professionali con medici, biologi, farmacisti e psicologi. Secondo la norma infatti:  "Per esigenze cui non possono far fronte con personale in servizio, le amministrazioni pubbliche possono conferire incarichi individuali, con contratti di lavoro autonomo, di natura occasionale o coordinata e continuativa, a esperti di particolare e comprovata specializzazione anche universitaria, in presenza degli" specifici "presupposti di legittimità".
Lavorare senza contratto. Un’anestesista, che preferisce rimanere anonima per evitare guai, ci racconta: "Ho lavorato anche tra un contratto e l’altro, senza sapere cosa sarebbestato di me e senza assicurazione. L’ho fatto per senso del dovere, nel mio reparto se scioperi i pazienti non rimangono in attesa, muoiono. Se ci fosse stato qualche problema, non so cosa avrei fatto, non avrebbero neanche potuto ipotecarmi la casa, sono in affitto. Lavoriamo in condizioni di stress estremo e il precariato è la fune sulla quale cerchiamo ogni giorno di rimanere in equilibrio".
Dove iniziò Mani Pulite. E a Nord lo scenario non cambia. A Milano il Pio Albergo Trivulzio (quello dove iniziò l’inchiesta Mani Pulite) gestisce tre residenze assistenziali e due istituti di riabilitazione per anziani, oltre a diversi ambulatori specialistici, un hospice per malati incurabili e alcune comunità alloggio. Tutto all’interno di strutture pubbliche, amministrate dal Comune e dalla Regione Lombardia. Come a Roma, anche qui precari e partite Iva si mischiano ai colleghi "strutturati": basta fare un giro nei corridoi di via Trivulzio per vedere decine di "liberi professionisti"strisciare il badge in entrata, uscita e pausa pranzo, come fossero dei dipendenti. Su 1400 lavoratori, circa 200 sono "collaboratori" o partite Iva; difficile, invece, quantificare il personale di cooperativa che si incontra in tutti i reparti. Le gare cui partecipano le cooperative, infatti, prevedono solo la fornitura di un ammontare di ore assistenziali, come richiesto dalla Regione; quanti siano gli operatori sanitari necessari a garantirle non è interesse del Pio Albergo.
Concorsi impossibili. "Semplicemente, non possiamo fare concorsi. E per assumere a tempo indeterminato è necessario bandire un concorso pubblico", spiega Giovanni Maria Soro, direttore generale del Trivulzio. "L’ultimo era stato indetto nel 2011, ma è stato subito bloccato dalla gestione commissariale. Poi è stato decretato il blocco del turn over e non abbiamo assunto più nessuno". In realtà, negli ultimi anni sono stati chiamati a lavorare decine di nuovi infermieri, medici e fisioterapisti. Il paradosso èche sono stati contrattualizzati come "collaboratori" o "liberi professionisti", nonostante siano tenuti a rispettare orari e turni, e a pianificare le ferie proprio come i loro colleghi subordinati. Inoltre, sono stati scelti non tramite concorso pubblico (come la legge impone) ma attraverso una "procedura comparativa", che cerca di salvare almeno la parvenza di una selezione trasparente del personale. Tra gli avvisi affissi nella bacheca del Pio Albergo, infatti, ecco due nuove "procedure comparative" per il conferimento di 21 "incarichi libero professionali": fisioterapisti, logopedisti e assistenti sanitari chiamati a lavorare come dipendenti, ma senza le relative garanzie.
Tasse salatissime. Un infermiere del Trivulzio, anche lui rigorosamente anonimo, racconta: "Lavoro tra le 150 e le 160 ore al mese, con una retribuzione lorda che va dai 2500 ai 2800 euro. Sembra una bella cifra, ma con la partita Iva pago delle tasse salatissime, e devo anche pensare da solo a pensione eassicurazione contro malattia e rischio biologico". In effetti, i lavoratori a partita Iva sono pagati solo per le ore effettivamente lavorate: chi resta a casa perché ammalato o infortunato (magari sul lavoro) non riceve nulla. Su tutto, poi, incombe l’interruzione del rapporto lavorativo, che il Trivulzio può imporre senza particolari preavvisi o spiegazioni. Basta inimicarsi un superiore o un dirigente e lo stipendio rischia di saltare da un mese all’altro. Ecco perché nessuno vuole parlare a viso aperto della propria precarietà: "C’è poco da lamentarsi. Con questi contratti ti possono licenziare quando vogliono".
Procedura comparativa. Giovanni Maria Soro difende comunque le scelte del Trivulzio: "Noi non costringiamo nessuno. Quando facciamo la procedura comparativa diciamo chiaramente che il rapporto è di tipo libero-professionale. Certo, le ore sono quelle e la struttura sanitaria prevede per forza di cose una turistica, ma nessuno ha mai fatto ricorso". In effetti, latentazione di fare causa per l’assunzione a tempo indeterminato passa in fretta. Un fisioterapista, a partita Iva per anni e oggi collaboratore a progetto, racconta di essersi rivolto a un avvocato: "Mi ha sconsigliato di far causa al Pat, perché nessun giudice ha mai costretto un ente pubblico ad assumere a tempo indeterminato. Forse potrei ottenere un indennizzo economico, ma perderei sicuramente il posto di lavoro".
Dirigenti superpagati. Il bilancio del Trivulzio nel 2012 è stato chiuso con un buco di 9 milioni di euro, due in meno rispetto al 2011; un miglioramento relativo, dovuto alla vendita di immobili per un valore di 3 milioni di euro. Il Pio Albergo Trivulzio, infatti, gestisce un patrimonio mobiliare e immobiliare di 400 milioni: ciononostante, i servizi assistenziali per gli anziani - ovvero l’attività principale del Pat, che comprende anche la residenza nelle strutture e la riabilitazione  -  rendono sempre meno, perché gli utenti solventi, a causa dellacrisi, sono in netta diminuzione, e il Comune può coprire sempre meno spese. Difficile, quindi, prevedere uno sblocco delle assunzioni attraverso nuovi concorsi. Particolare curioso, in questo contesto di austerity e sacrifici, sono le retribuzioni dei nove dirigenti del Pat: in media, ognuno di loro percepisce 105mila euro annui. Lo stesso Soro guadagna circa 123mila euro, cui si aggiunge un 20% in più in base ai risultati. Liberi professionisti anche loro, ma con qualche incentivo in più. Vittoria Iacovella - Maria Elena Scandaliato,repubblica          Inchiesta parlamentare su ambiente e salute area VESUVIANA
“Se è vero che allo stato, non vi è ancora certezza scientifica in ordine all’esistenza del nesso causale tra inquinamento ambientale e insorgenza di determinate patologie, la peculiare situazione della regione Campania dovrebbe indurre a nutrire quanto meno un fondato sospetto e per questo è imprescindibilel’effettuazione di un monitoraggio continuo, anche alla luce del principio di precauzione”. A parlare è Vincenzo Viglione, rappresentante del Wwf Campania, davanti i componenti della Commissione Igiene e Sanità del Senato nel corso dell’indagine conoscitiva “Sugli effetti dell’inquinamento ambientale sull’incidenza dei tumori, delle malformazioni feto-neonatali ed epigenetica”.
Se dunque non si può affermare con certezza che l’inquinamento dell’area vesuviana è diretto responsabile di patologie tumorali e malformazioni neo-natali questo non vuol dire che non debbano essere svolte operazioni di monitoraggio anche alla luce del principio di precauzione oltre ad indagini approfondite, anche di tipo epidemiologico, nonché analisi sui prodotti ortofrutticoli. Già perché sempre secondo Viglione “il numero reale di roghi è nella realtà più elevato di quello censito dalle forze dell’ordine e dai Vigili del fuoco, i quali, anche per la povertà dei mezzi a disposizione, riescono adintervenire solo su alcune delle condotte incendiarie”.
Michele Buonomo, presidente di Legambiente, ha riferito i risultati di studi condotti dall’Istituto Superiore di Sanità e da Legambiente, dai quali emerge “la presenza di malattie collegate al fenomeno delle discariche abusive”. Aggiungendo che altra fonte di pericolo è rappresentata dal “fenomeno dei roghi, ulteriore strumento utilizzato nello smaltimento illecito dei rifiuti, che tuttavia sta subendo un decremento grazie all’operato del Commissario straordinario Cafagna, che sta assicurando una maggiore e più costante attività di monitoraggio”.
Oltre a ciò per il presidente di Legambiente è utile “effettuare una mappatura completa dei siti inquinati, procedere ad un campionamento e all’analisi dei prodotti ortofrutticoli, garantire maggiore operatività e collaborazione tra le varie amministrazioni deputate alla tutela dell’ambiente, tutelare la cosiddetta terra dei fuochi come sito di interesse nazionale, bonificare iterreni”. È poi necessario “anche attraverso il ricorso ai fondi comunitari, attivare un registro tumori a livello regionale, sviluppare approfondite indagini epidemiologiche ed introdurre, nel novero dei reati contro l’ambiente, la fattispecie di ecocidio”.
Per conto delle popolazioni e dunque del territorio è intervenuto Franco Matrone, portavoce della Rete dei comitati vesuviani, che ha illustrato le problematiche riguardanti l’area vesuviana, pur facendo rilevare che quello dell’inquinamento ambientale è tema di interesse dell’intera regione Campania. In particolare ha riferito che nell’area ci sono diverse “discariche, sia lecite che illecite, che hanno recato pregiudizio tanto alla salute delle persone, tanto alla tutela della fauna e delle produzioni ortofrutticole, in un territorio a forte vocazione agricola e assoggettato a tutela ambientale”. Questa criticità ha indotto l’Unione europea “ad avviare più di una procedura di infrazione nei riguardi dell’Italia, delle qualiuna si è già conclusa con una sentenza di condanna”. Anche Matrone ha chiesto infine di procedere con la bonifica dei territori e in ogni caso ad una messa in sicurezza degli stessi. (...)                     
I cardiologi: "In Italia farmaci vecchi e pericolosi".
Le nuove linee guida europee per il trattamento dell’ipertensione arteriosa, il più frequente e temibile fattore di rischio per infarto, ictus cerebrale, scompenso cardiaco e fibrillazione atriale, sono state approvate all’inizio dell’estate. Oggi, la Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa discute all’interno del suo XXX Congresso Nazionale su come queste possano aiutare nella cura, ma soprattutto come possa il corretto e completo uso dei farmaci antipertensivi disponibili aiutare il Sistema sanitario nazionale a risparmiare, in periodo di recessione come quello che stiamovivendo oggi.
Nel simposio Le nuove Linee Guida ESH/ESC: i vantaggi delle combinazioni fisse moderato da Massimo Volpe, Presidente della Società, emerge infatti che il nostro Paese, sia pur all’interno di un ammirevole Sistema Sanitario, appare in forte ritardo sul piano della regolamentazione e dispensazione dei farmaci antipertensivi rispetto alla maggior parte dei Paesi Europei. Secondo quanto dicono gli esperti, per ridurre il gap, in primo luogo vanno rivisitati e ammodernati il Prontuario e l’ammissibilità al Rimborso di molte specialità antipertensive ormai obsolete e gravate da effetti collaterali che non sono nemmeno più menzionate nelle Linee Guida Europee.
Inoltre, dato che la semplificazione terapeutica è un caposaldo delle nuove linee guida, secondo gli esperti ha bisogno di essere rafforzata la disponibilità di associazioni precostituite in singola pillola che, in virtù dell’elevata efficacia e sicurezza, stanno dando risultati straordinari in termini di controllodella malattia in tutti i Paesi Europei.
“Nel nostro Paese, per motivi finanziari, anche scarsamente comprensibili, si penalizzano i cittadini con forti limitazioni”, dicono dal Congresso SIIA. “Si paventa persino, da parte dell’ AIFA, di porre alcune di queste associazioni in classe C, cioè di fare in modo che i cittadini si paghino la cura dell’ipertensione, in contrasto con qualsiasi ragionevole politica di prevenzione”.
Per questo, secondo gli esperti presenti all’evento, bisogna promuovere organizzazione e controllo all’impiego dei farmaci equivalenti generici, a più basso costo nell’ipertensione; non occorre, come si verifica oggi avere fino a 32 generici dello stesso preparato, confondendo pazienti e operatori, a danno dell’aderenza alla terapia, in ragione di una presunta e inusuale liberalizzazione. “Meglio averne di meno con maggiori controlli di qualità e soprattutto di efficacia”, dicono. “Una bioequivalenza che consente un’efficacia minore fino al 20% puòrappresentare un più che valido motivo per rendere la terapia inefficace”.
DEF,Sanità rivedere i Lea e razionalizzare gli acquisti
“Riqualificare la spesa pubblica, attraverso un processo di approfondita analisi e monitoraggio di tutte le poste del bilancio pubblico, in ogni singola amministrazione, intervenendo con un approccio volto alla razionalizzazione dei processi gestionali, alla definizione delle priorità di allocazione delle risorse pubbliche superando il criterio della spesa storica, all’individuazione ed aggiornamento dei livelli essenziali delle prestazioni nei singoli settori, alla salvaguardia della spesa in conto capitale, all’aggregazione e razionalizzazione degli acquisti per recuperare le risorse necessarie a sostenere e migliorare i servizi dell’assistenza sanitaria e delle prestazioni sociali”.
Si concentra in queste righe la parte dedicata alla sanità nella risoluzione approvata dal Senato ieri pomeriggio che dà il via libera alla Nota diaggiornamento del Def 2013 varata dal Governo lo scorso 20 settembre.
Nessun riferimento, quindi, a quei rischi derivanti dall’ipotesi di “selettività” negli interventi richiamati l’altro ieri soprattutto dal parere della Commissione Affari Sociali della Camera. Rischi che, del resto, non hanno trovato eco neanche nella risoluzione della Camera approvata anch’essa ieri dove la sanità non è proprio citata.
Eppure nel corso del dibattito al Senato che ha preceduto il voto sia un esponente di spicco del PD, Amedeo Bianco, che del PDL, Luigi D’Ambrosio Lettieri hanno sollevato molti dubbi in proposito come si può leggere dai loro due interventi che qui riproduciamo integralmente. (Bianco, D’Ambrosio Lettieri).
10 OTT - Signora Presidente, credo che a nessuno di noi in questa discussione sfugga l’ampia cornice di complessità, ma nello stesso tempo di unitarietà, nella quale inserire le specifiche questioni connesse a questa discussione sulla Nota di aggiornamento delDEF.
Intervengo sul capitolo della sanità, perfettamente consapevole e anche condividendo quella prospettiva, quell’agenda di priorità che vede nella ripresa dell’economia reale (che vuol dire impresa, lavoro, capacità di spesa dei cittadini) la chiave di volta per uscire da questa terribile spirale di recessione nella quale ormai da qualche anno il nostro Paese annaspa.
Questa consapevolezza non diminuisce, ma esalta la responsabilità morale e civile delle scelte della politica, che vanno comunque sempre orientate a garantire coesione sociale e sollievo dai disagi per i nostri cittadini. La nostra sanità pubblica - attenzione - è nello stesso tempo economia reale, perché è la spina dorsale di quella filiera della salute che registra circa il 12 per cento del prodotto interno lordo, ma è anche un grande presidio di unità morale e civile del Paese.
Questo - vale per la sanità, ma anche per altri settori del welfare - non vuol dire che debbano godere di una posizione di renditaa fronte della complessità dello scenario che affrontiamo. In realtà, non ne ha affatto goduto.
Mi permetto di citare alcuni dati che emergono dal documenti oggi al nostro esame. Negli ultimi due anni la spesa sanitaria tendenziale, così come previsto nei documenti di finanza pubblica, ha subìto riduzioni di grande rilevanza: rispetto al Documento di economia e finanze del 2011, che consideriamo il punto di riferimento (quindi, un DEF di appena due anni fa), nel periodo 2011-2014 la spesa è stata rubricata in diminuzione per cumulativi 34 miliardi di euro (ripeto, in quattro anni). Le restrizioni si sono concentrate soprattutto negli anni più recenti: 11 miliardi di euro per il 2013, 13 miliardi di euro per il 2014. A ciò si aggiungono le riduzioni previste per l’anno 2015, pari a circa 3 miliardi rispetto a quanto previsto solo nel DEF di circa un anno fa, cioè del 2012.
Se passiamo dalla spesa tendenziale a quella effettiva- che forse è un riferimento più utile - va precisatoche il settore sanitario è l’unico all’interno della pubblica amministrazione che, a detta non mia, ma di un soggetto assolutamente terzo ed autorevole (mi riferisco alla Corte dei conti), ha avviato nel corso degli ultimi anni - e cito la relazione - la più completa ed avanzata revisione della spesa. Basta per tutti il dato noto del 2012, anno in cui si è speso in valore assoluto meno dell’anno precedente: 110,8 miliardi, contro i 111,6 miliardi del 2011. Nel 2012 non solo le Regioni hanno realizzato risparmi di spesa addirittura superiori a quelli imposti dalle manovre governative, ma quei risparmi sono stati anche totalmente incorporati nelle previsioni di spesa degli anni successivi.
Tutto ciò è avvenuto, ma dobbiamo stare molto attenti ed alzare la guardia sugli effetti.
Alcuni effetti sono indiscutibilmente positivi e ne siamo orgogliosi. La sanità ha dato un importante contributo al contenimento della spesa pubblica, cresciuta nel 2013 dello 0,2 per cento in questocomparto rispetto all’1,3 per cento di quella della pubblica amministrazione. Bisogna però prestare attenzione, perché i segnali di difficoltà sono chiari ed evidenti.
Concludo sottolineando la crescente difficoltà del sistema a garantire i servizi ai cittadinie degli operatori a reggere la domanda, con elementi di demotivazione.
Prendiamo atto del fatto che la Nota di aggiornamento mantiene il finanziamento; staremo a vedere cosa accadrà nella legge di stabilità. Bisogna fare attenzione, però, agli equivoci sulle varie aggettivazioni dell’universalismo.
L’universalismo non è una scelta ideologica né astratta, ma è una scelta concreta. Sono i sistemi universalistici basati sulla fiscalità generale che garantiscono il miglior rapporto tra risorse impiegate, equità ed efficacia. Insegnano altri sistemi che non vanno in questa direzione in altri Paesi.
Amedeo Bianco (PD), intervento al Senato il 9 ottobre 2010 in occasione della discussione sulla Nota di aggiornamento delDef 2013
- Signora Presidente, gentili colleghe, gentili colleghi, signor rappresentante del Governo, abbiamo grande rispetto per il Ministro della salute, e tuttavia riteniamo di doverci rivolgere oggi a lei, in rappresentanza del Governo, ma in rappresentanza, in particolare, del Ministro dell’economia, ormai consapevoli che da tempo prevale più Via XX Settembre, nella scelta delle politiche sanitarie, che Lungotevere Ripa, poiché abbiamo un’azione, nell’ambito della nostra Sanità, che pare sempre più orientata dalle esigenze di tipo economico: una sorta di commissariamento del Ministero della salute da parte del Ministero dell’economia, poi a sua volta commissariato da parte dell’Europa, che detta le regole alle quali noi dobbiamo necessariamente sottostare nel rispetto dei vincoli del fiscal compact.
Tuttavia, oggi credo che sia l’occasione giusta per chiedere soprattutto una cosa al Governo: parole di verità. Io condividototalmente il titolo dentro il quale nel DEF sono racchiuse le promesse e gli impegni inerenti alle politiche di welfare afferenti alla salute: «Rispondere alle grandi sfide della sanità e dell’assistenza».
Naturalmente, tutti noi abbiamo grande consapevolezza che dentro le politiche di welfare e dentro il Servizio sanitario nazionale che dalla legge n. 833 del 1978 ad oggi abbiamo saputo costruire c’è la cifra distintiva di una sensibilità, di una cultura, vorrei dire di quei principi straordinari di coesione sociale e di solidarietà sociale che sono racchiusi nell’universalità del sistema sanitario. Dobbiamo però uscire dall’equivoco, e il Governo in questo impegno ci deve essere accanto, perché ogniqualvolta si parla la lingua della verità al Paese su un tema delicatissimo (e bene si fa a parlare la lingua della verità nelle sedi istituzionali, in Parlamento e non nei convegni) si aprono polemiche e si creano delle condizioni di contrapposizione anche di tipo ideologico.
Fu,nel mese di settembre del 2012, il primo ministro Monti a dire testualmente: «Il nostro Sistema sanitario nazionale, di cui andiamo fieri, potrebbe non essere garantito se non si individuano nuove modalità di finanziamento». È una dichiarazione che il presidente Monti, con la assoluta autorevolezza della sua funzione e delle sue competenze, rilasciava nell’ambito di un convegno scientifico.
Il ministro della salute Lorenzin, il 25 settembre, riprende quel concettoe afferma che la Sanità ha già dato: dal 2011 al 2015 ha pagato circa 22 miliardi di euro.
Il senatore Bianco, da par suo e con grande puntualità, qualche minuto fa, intervenendo sullo stesso argomento, faceva riferimento a questa politica indiscriminata di tagli, che naturalmente ha determinato non pochi problemi. Quali sono i problemi determinati dalla politica dei tagli, determinati a loro volta dall’esigenza di contenimento della spesa? Liste d’attesa, mobilità passiva extraregionale, ahinoi prevalentemente di un Sudche ancora deve andare a rincorrere il diritto alla salute migrando verso il Nord, con un gap infrastrutturale che non trova riscontro nei criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale, signor Vice Ministro.
Ancora: un quarto della spesa sanitaria è sostenuta direttamente dai cittadini italiani, senza livelli di intermediazione (30 miliardi di euro). Ha affermato inoltre Francesco Massicci, intervenendo l’altro giorno alla Camera dei deputati nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla sostenibilità del sistema (che anche noi in 12a Commissione al Senato stiamo lodevolmente svolgendo), che i cittadini pagano 3 miliardi euro di ticket.
Ancora: gli organici carenti (ne abbiamo parlato anche in questi giorni in sede di esame del provvedimento sulla pubblica amministrazione), il precariato in Sanità, il numero in costante aumento delle persone che in questo Paese non hanno più neanche le risorse economiche per curarsi.
Questo è il bollettino di guerrache - come sappiamo -accompagna i tempi della crisi, ma che in effetti determina una situazione di vulnerazione profonda del principio di universalità che continuiamo a considerare l’elemento distintivo della nostra Sanità.
Allora, nella Nota di aggiornamento del DEF sembra valere il principio: non più una Sanità universale, ma una Sanità ed un welfare selettivi. Leggo testualmente nella Nota: «...occorre ripensare un modello di assistenza finalizzato a garantire prestazioni non incondizionate, rivolte principalmente a chi ne ha effettivamente bisogno» (come se sino ad oggi ci fosse stato qualcuno che ha avuto accesso a prestazioni sanitarie delle quali non aveva bisogno).
Credo che su questi punti il Governo dovrebbe, con maggiore puntualità e precisione, fornire elementi di rassicurazione. Sia chiaro: noi con senso di responsabilità abbiamo espresso un parere positivo in Commissione sanità, perché crediamo che lo sforzo debba essere del Governo e accanto al Governo il Parlamento debba profonderetutte le energie, le risorse e il sostegno per superare i tempi drammatici della crisi. Tuttavia, dobbiamo cercare di dare una risposta puntuale e chiara, almeno per invertire questa tendenza.
Se poi, leggendo le agenzie, scopro che il vice ministro Fassinaproprio ieri ha dichiarato che anche nella legge di stabilità potrebbero esserci ulteriori tagli che riguardano la Sanità, allora la mia preoccupazione diventa una condizione di allarme. E siccome penso che le condizioni di allarme vadano governate con responsabilità, vorrei sapere dal Governo quale tipo di intervento si voglia fare sul versante della Sanità, che rappresenta uno dei terreni a più alto interesse sociale, per evitare che, dall’essere il settore della Sanità un importante caposaldo della nostra democrazia, sul quale abbiamo costruito la coesione sociale, essa divenga il luogo di una situazione di scollamento e di disuguaglianza e faccia registrare situazioni assolutamente insopportabili per un Paese civile.
Questaè la domanda che pongoe il punto intorno al quale credo che abbiamo il dovere di dare rassicurazioni puntuali e precise al Paese, e non soltanto ai pazienti, che sono i primi a dover sopportare il disagio e le difficoltà che si incontrano ai nostri tempi, ma anche a tutta quell’estesa platea di operatori della Sanità che, sul versante della politica della salute, ha trasformato lodevolmente la propria attività professionale in una vera e propria missione e che probabilmente finisce con l’essere anche poco considerata dalle politiche di sostegno ai settori di riferimento.
In questo quadro, credo che valga la pena di recuperare forza per un governo della sanità che combatta corruzioni e sprechi, che punti sui principi della governance per consegnare modelli efficienti, efficaci e appropriati, ma anche equi ed eticamente accettabili, superando la situazione gravissima che registriamo da un po’ di tempo a questa parte.
Lugi d’Ambrosio Lettieri (PDL), intervento al Senato il 9ottobre 2010 in occasione della discussione sulla Nota di aggiornamento del Def 2013                                    
Bisceglie, Casa Divina Provvidenza:spunta lo Ior dietro il crac del gigante sanitario
Tra la Puglia e la Basilicata ci sono 1.500 persone che rischiano un posto di lavoro. Mentre sul conto corrente di una suora ultrasettantenne, dopo un passaggio da un deposito dello Ior, ci sono 27 milioni di euro che, sospetta ora la magistratura, probabilmente non dovevano essere lì. Ma sarebbero dovuti servire per salvare i lavoratori e le loro famiglie. La storia è quella della Casa Divina Provvidenza, un gigante della sanità convenzionata da queste parti con strutture a Foggia, Bisceglie e Potenza. Dopo anni di crisi, di casse integrazioni e ammortizzatorisociali vari finanziati dallo Stato, nonostante i milioni di euro che ogni anno arrivavano da Puglia e Basilicata per l’attività assistenziale svolta, la Cdp non ha potuto fare altro che certificare un buco di bilancio da mezzo miliardo di euro e portare i libri in tribunale. L’amministrazione ha chiesto di accedere a un concordato preventivo per salvare continuità aziendale e posti di lavoro. Ma la questione, dalla giustizia fallimentare, ora si è spostata anche a quella penale.
Analizzando la richiesta del nuovo management dell’ente (il nuovo dg si chiama Giuseppe De Bari, indagato nell’inchiesta del porto di Molfetta), i giudici fallimentari hanno scoperto conti strani, con un’azienda che intascava tanto e spendeva tantissimo. Da qui la decisione di inviare la documentazione alla procura di Trani. Il procuratore Carlo Maria Capristo, l’aggiunto Francesco Giannella e il pm Silvia Curione cominciano gli accertamenti e si imbattono in una serie di strane transazioni: maxi parcellead alcuni professionisti (450mila euro, i due legali sono ora indagati insieme con la madre generale, suor Marcella Cesa) e soprattutto uscite mal documentate. Seguendo il denaro, si arriva così a un conto corrente dello Ior sul quale questi soldi transitano per poi rientrare, in parte con lo scudo fiscale, di nuovo in Italia. Non però sui conti correnti della Casa divina Provvidenza ma su quelli di un altro ente, Casa di Procura, amministrato da una suora settantenne, Assunta Puzzello.
I magistrati chiedono e ottengono il sequestro di quei 27 milioni, nonostante i legali della suora sostengano che la Casa di Procura non sia un ente fittizio e quei soldi non siano il frutto di una struttura finanziaria parallela che serviva a nascondere i soldi dai creditori come invece sospetta la procura. "Quel denaro - insiste la religiosa - arriva dagli accantonamenti dell’attività sanitaria-assistenziale svolta dalle suore". Sono vecchie pensioni e contributi mai pagati, dice. I magistrati perònon ne sono affatto convinti. Tanto che si apprestano a chiedere una rogatoria alla Città del vaticano per capire qualcosa in più su quel conto Ior. Forti anche di una vecchia lettera, appena acquisita agli atti dell’inchiesta, nella quale l’allora vice presidente dell’ente, il commendatore Lorenzo Leone (deceduto negli anni scorsi), scrive al Vaticano parlando di una situazione di benessere della struttura e di una dote di 60 miliardi delle vecchie lire nella disponibilità delle Ancelle della Divina Provvidenza (l’equivalente dei 27 milioni di euro sequestrati ora). Siamo negli anni ’90, poco prima delle richieste di aiuto alle casse pubbliche da parte della Casa che intascava comunque milioni di euro dalla sanità pubblica pugliese e lucana per il lavoro svolto. Leone non è uno qualsiasi in Vaticano: vicinissimo a padre Donato De Bonis, braccio destro di Marcinkus, ha disponibilità su una serie di conti correnti nelle banche del Vaticano. Compreso uno dalla denominazione "SuoreAncelle della Divina Provvidenza-Bisceglie".
In attesa di sciogliere alcuni di questi nodi, la Procura si è opposta al concordato preventivo dell’ente, chiedendone il fallimento. L’udienza decisiva si terrà il 5 novembre.Giuliano Foschini,repubblica
Legge di stabilità. Oggi il varo. Per la sanità l’incognita dei 2 miliardi a copertura dei ticket
Oggi è il grande giorno per il Governo Letta. Con la legge di stabilità si pone il primo consistente mattone della fase due. Quella successiva alla crisi che lo ha portato vicinissimo allo schutdown. Chissà se la notte ha portato consiglio dopo le prime bozze circolate, tutte smentite con decisione dal Governo ma che, nell’impianto sembrerebbero confermate. Almeno sulla sanità dove i tagli si assesterebbero sui 2,65 miliardi in tre anni, di cui 500 nel 2014 (vedi dettaglio).
 In ogni caso, a leggere l’intervista a La Stampa al ministro Saccomanni, che ieri era a Lussemburgo per il Consiglio dei ministri UE, suLa Stampa di oggi, i giochi sembrerebbero fatti. Mancano le limature e la stesura definitiva del testo. “Le trattative – dice il ministro - le abbiamo fatto prima che partissi, domenica sera, sino a tardi. Ieri mattina siamo stati da Napolitano col presidente Letta. Adesso siamo nella fase di stesura dei testi. La legge di stabilità è un disegno di legge la cui stesura è complessa. L’accordo c’è”.
 E sulla sanità? Solo tagli agli sprechi, assicura Saccomannni: “E’ il nostro intendimento. Abbiamo già compiuto i primi passi per avviare una spending review, un meccanismo che permetterà di identificare sia i fabbisogni standard che i costi standard, soprattutto per la sanità. Gli spazi per economie ce ne sono sicuramente”.
 Ma in realtà i problemi restano. Oltre al taglio di 2,65 miliardi che ormai sembra confermato, resta sul tavolo la questione della copertura dei 2 miliardi per la mancata introduzione dei nuovi ticket che sarebbero dovuti scattare nel 2014 in base allavecchia manovra Tremonti. Una misura che, dopo la bocciatura della Corte Costituzionale che rilevò illegittimo lo strumento (un regolamento) per introdurre le nuove compartecipazioni, è rimasta appesa al palo. Niente ticket sì, ma niente copertura dei 2 miliardi. Non a caso ieri Errani ha chiesto esplicitamente che il fondo 2014, per il momento indicato in 107,9 miliardi dalla legge di stabilità di Monti, salga a 109,9 miliardi per onorare gli impegni presi al fine di chiudere il Patto per la Salute.
Ma la certezza che questi 2 miliardi escano finalmente allo scoperto ancora non c’è, tant’è che, lo leggiamo sempre su La Stampa, lo stesso ministro Lorenzin ammette che al momento “non ve n’è traccia”(...)
Degenerazione Maculare. Anche il Parlamento si occupa del caso Avastin
Il caso Avastin vs Lucentis, su cui è intervenuta anche l’Antitrust ipotizzando una possibile intesa restrittiva della concorrenza tra i due gruppi Roche/Novartis che avrebbero concordatol’uscita dal mercato italiano del farmaco Avastin (per disturbi della vista), prodotto da Roche a vantaggio di Lucentis, commercializzato da Novartis a un prezzo più alto arrecando danno allo Stato che ha speso 400 milioni in più, è all’attenzione della Commissione Igiene e Sanità di Palazzo Madama.
Infatti, il senatore Lucio Romano, ScpI, è il primo firmatario di un’interrogazione alla ministra Lorenzin, sottoscritta da tutta la Commissione e presentata ieri, il cui scopo è fare “chiarezza – spiega Romano – in una dialettica che inerisce aspetti di biomedicina, economia sanitaria e regolamentazioni”.
Il testo dell’interrogazione
Al ministro della Salute
premesso che:
la degenerazione maculare senile (DMS) è una patologia che può portare nel tempo ad una completa perdita della visione centrale e rappresenta la principale causa di cecità negli individui al di sopra dei 70 anni che abitano in Paesi industrializzati;
l’unica terapia ad oggiconosciuta è rappresentata dall’utilizzo di farmaci anti-angiogenici somministrati per via intravitreale. Questi farmaci sono: Lucentis (ranibizumab) che ha un costo di circa 902 euro (più IVA) a fiala e l’Avastin (bevacizumab), dal costo di poco meno di 15 euro a fiala. Il primo è un farmaco cosiddetto on-label, il secondo è un farmaco off-label. Altro farmaco in commercio, non rimborsabile, è Eylea (afilibercept).
Ulteriori indicazioni terapeutiche di tali farmaci sono l’edema maculare diabetico, le occlusioni vascolari retiniche e la maculopatia miopica neovascolare;
per farmaci off-label si intende quella categoria di farmaci utilizzati, sotto prescrizione del medico curante, per patologie non previste dalla scheda tecnica e nel foglietto illustrativo che accompagna la confezione;
studi clinici internazionali dimostrano la sostanziale equivalenza tra i due farmaci Lucentis e Avastin, a fronte di un enorme divario del costo di acquisto, motivo della grande diffusione diAvastin nel mondo;
il 23 maggio 2007 l’AIFA (Agenzia italiana del farmaco) inserì l’Avastin nella lista dei farmaci rimborsabili dal Servizio sanitario nazionale ai sensi del decreto legge n. 356/96, convertito, con modificazioni, dalla legge 648/96 successivamente la stessa AIFA, con delibera del 26 settembre 2012, ha escluso Avastin dalla lista dei farmaci rimborsabili dal SSN ai sensi del citato decreto-legge. Questo in base alla legge 296/2006 (legge finanziaria per il 2007), che esclude le prescrizioni off-label in forma diffusa e sistematica (articolo 1, comma 796, lettera z)) e alla legge 244/2007 (legge finanziaria per il 2008), la quale stabilisce che il medico curante, per il trattamento di una patologia, non possa prescrivere ai propri pazienti un farmaco che non abbia favorevoli sperimentazioni cliniche di "fase seconda" (articolo 2, comma 348);
riguardo la DMS, l’Avastin ha diversi studi internazionali a suo favore, come il CATT1, Il CATT2 e IVAN, che attestanol’efficacia e la sostanziale equivalenza con il farmaco Lucentis;
le restrizioni per l’utilizzo dell’Avastin aumenterebbero di certo, e in maniera esponenziale, la spesa a carico del SSN, contravvenendo alle indicazioni di contenimento della spesa pubblica farmaceutica stabilite dal Governo e del Comune buon senso;
l’azione dell’AIFA esclude di fatto circa 100.000 pazienti italiani dalla terapia in quanto i presidi medici convenzionati, alle prese con i tagli di budget imposti, non possono sostenere la spesa del farmaco più costoso; viceversa, significherebbe una spesa di oltre un miliardo di euro;
a luglio 2013 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha inserito, per il trattamento della DMS neovascolare, l’Avastin nell’elenco dei farmaci indispensabili, sezione complementare per cui è necessaria diagnosi e monitoraggio specialistico,
si chiede di sapere come intenda il Ministro in indirizzo risolvere la paradossale situazione che si è venuta a creare fra i duefarmaci equivalenti, ossia fra l’Avastin meno costoso, di fatto escluso dall’utilizzo ospedaliero, e il Lucentis più costoso.                                                                                                       Legge stabilità. I tagli alla sanità ci sono. Colpo alla spesa del personale sanitario: - 540 mln nel 2015 e - 610 nel 2016. Ecco il testo definitivo
E’ confermato: per la sanità nessun taglio. Ma solo nel 2014. Nel bienniosuccessivo la sanità dovrà comunque fare i conti con una riduzione del Fondo sanitario di 1,150 miliardi. La “sorpresa” è scritta nero su bianco nelll’ultima versione del testo del ddl stabilità (anticipata oggi dal Corriere della Sera) ora all’esame finale per la bollinatura della Ragioneria generale dello Stato e che martedì inizierà il suo iter al Senato.
In realtà è una sorpresa per modo di dire. Le misure cassate la notte del 15 ottobre dal Cdm riguardavano infatti solo i tagli sui farmaci e le prestazioni sanitarie acquistate dai privati accreditati. Ma quelle sul personale sono rimaste come erano già state anticipate nella bozza del 14 ottobre. Nel rumore delle dichiarazioni rassicuranti di Letta il giorno dopo in conferenza stampa, "niente tagli alla sanità", quelli al personale erano passati sotto traccia. Ma ci sono e il fondo sanitario sarà quindi comunque ridotto.
I risparmi di 1,150 miliardi in due anni sono infatti tutti imputabili alle norme sul personaledipendente e convenzionato del Ssn e in particolare al blocco dell’indennità di vacanza contrattuale fino al 2017 sui valori in godimento al 31 dicembre 2013 e su una serie di interventi sul trattamento accessorio. Confermato poi il blocco del rinnovo della parte economica del contratto e delle convenzioni fino a tutto il 2014. Il rinnovo di contratti e convenzioni potrà invece essere negoziato ma solo per la parte normativa, senza possibilità di recupero per la parte economica.
Come abbiamo detto le misure si concentrano anche sugli starordinari. In particolare è prevista la proroga fino al 2014 del blocco degli emolumenti sui livelli registrati nel 2010 e poi che, a decorrere dal 1 gennaio 2015, le risorse destinate annualmente al trattamento economico accessorio, siano decurtate di un importo pari alle riduzioni operate nel periodo di vigenza del blocco.
Tra le altre norme riguardanti la sanità spicca la riduzione di un anno (da 5 a 4) della durata dei corsi delle scuole dispecializzazione in medicina e la riduzione al 4% (oggi è al 10) per le prestazioni socio sanitarie erogate dalle cooperative sociali.
Per l’anno 2014 è poi incrementata la spesa di 250 milioni per gli interventi di pertinenza del Fondo per le non autosufficienze, ivi inclusi quelli a sostegno delle persone affette da sclerosi laterale amiotrofica.
Ecco il testo dell’articolo 11 del ddl stabilità sulla "Razionalizzazione della spesa nel pubblico impiego":
1. Per gli anni 2015-2017, l’indennità di vacanza contrattuale da computare quale anticipazione dei benefici complessivi che saranno attribuiti all’atto del rinnovo contrattuale ai sensi dell’articolo 47-bis, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, è quella in godimento al 31 dicembre 2013 ai sensi dell’articolo 9, comma 17, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni dalla legge 30 luglio 2010, n. 122
2. All’articolo 9, comma 17, del decreto-legge 31 maggio2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al primo periodo le parole “del personale di cui all’articolo 2, comma 2 e articolo 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 e successive modificazioni”, sono sostituite dalle seguenti: “del personale dipendente dalle amministrazioni pubbliche così come individuate ai sensi dell’articolo 1, comma 2, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, e successive modificazioni”;
b) dopo il primo periodo è aggiunto il seguente “Si dà luogo, alle procedure contrattuali e negoziali ricadenti negli anni 2013-2014 del personale dipendente dalle amministrazioni pubbliche così come individuate ai sensi dell’articolo 1, comma 2, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, e successive modificazioni, per la sola parte normativa e senza possibilità di recupero per la parte economica”.
3. Le disposizioni di cui ai commi 1 e 2 si applicano anche al personale convenzionato con ilServizio sanitario nazionale.
4. Per effetto delle disposizioni recate dai commi 1, 2 e 3, per il periodo 2015-2017, l’accantonamento a cui sono tenute le regioni ai sensi dell’articolo 9, comma 1, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 dicembre 2005, n. 248, non deve tenere conto dell’indennità di vacanza contrattuale riferita al predetto periodo 2015-2017.
5. All’articolo 9, comma 2-bis, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, le parole “e sino al 31 dicembre 2013” sono sostituite con le seguenti “e sino al 31 dicembre 2014”. Al medesimo comma è inoltre aggiunto in fine il seguente periodo: “A decorrere dal 1 gennaio 2015, le risorse destinate annualmente al trattamento economico accessorio sono decurtate di un importo pari alle riduzioni operate per effetto del precedente periodo”.
6. A decorrere dal 1° gennaio 2014 e fino al 31 dicembre 2016, i compensiprofessionali liquidati a seguito di sentenza favorevole per le pubbliche amministrazioni ai sensi del regio decreto 27 novembre 1933, n. 1578, o di altre analoghe disposizioni legislative o contrattuali, in favore dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 e successive modificazioni, ivi incluso il personale dell’Avvocatura dello Stato, sono corrisposti nella misura del 75%. Le somme provenienti dalle riduzioni di spesa di cui al presente comma sono versate annualmente dagli enti e dalle amministrazioni dotate di autonomia finanziaria ad apposito capitolo di bilancio dello Stato. La disposizione di cui al precedente periodo non si applica agli enti territoriali e agli enti, di competenza regionale o delle province autonome di Trento e di Bolzano, del SSN.
7. Nell’articolo 21, secondo comma, del R.D. 30 ottobre 1933, n. 1611, e successive modifiche, le parole “sette decimi” e “tre decimi” sonosostituite con le parole “cinque decimi”.
8. All’articolo 66 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, e successive modifiche e integrazioni, sono apportate le seguenti modifiche:
a) al comma 9, le parole: “pari al 50 per cento” sono sostituite dalle seguenti: “pari al 40 per cento”.
b) al comma 13-bis, il secondo periodo è sostituito dal seguente: “La predetta facoltà è fissata nella misura del cinquanta per cento per gli anni 2014 e 2015, del sessanta per cento nell’anno 2016, dell’ottanta per cento nell’anno 2017 e del cento per cento a decorrere dall’anno 2018”;
c) al comma 14, l’ultimo periodo è sostituito dal seguente: “La predetta facoltà assunzionale è fissata nella misura del 50 per cento per gli anni 2014 e 2015, del sessanta per cento nell’anno 2016, dell’ottanta per cento nell’anno 2017 e del cento per cento a decorrere dall’anno 2018”.
9. All’articolo 9, comma 8, del decreto-legge 31 maggio2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, il primo e il secondo periodo sono sostituiti dai seguenti: “Nell’anno 2016, le amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 523 della legge 27 dicembre 2006, n. 296, possono procedere ad assunzioni di personale a tempo indeterminato, nel limite di un contingente di personale complessivamente corrispondente ad una spesa pari al sessanta per cento di quella relativa al personale cessato nell’anno precedente. La predetta facoltà assunzionale è fissata nella misura dell’ottanta per cento nell’anno 2017 e del cento per cento a decorrere dall’anno 2018.
10. Al fine di incrementare l’efficienza dell’impiego delle risorse tenendo conto della specificità e delle peculiari esigenze del Comparto sicurezza, le relative amministrazioni possono procedere per l’anno 2014, in deroga ai limiti di cui all’articolo 66, comma 9-bis, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6agosto 2008, n. 133 ed all’articolo 1, comma 91 della legge 24 dicembre 2012, n. 228, e, comunque, con un turn over complessivo relativo allo stesso anno non superiore al 55 per cento, ad ulteriori assunzioni di personale a tempo indeterminato nel limite di un contingente complessivo corrispondente ad una spesa annua lorda pari a 50 milioni di euro per l’anno 2014 e a 120 milioni a decorrere dall’anno 2015, con riserva di assunzione di 1000 unità per la Polizia di Stato, 1000 unità per e l’Arma dei Carabinieri e di 600 unità per il Corpo della guardia di finanza. A tale fine è istituito un apposito fondo nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze con una dotazione pari a 50 milioni di euro per l’anno 2014 e a 120 milioni di euro a decorrere dall’anno 2015.
11. Le assunzioni di cui al comma 10 possono essere riservate al personale volontario in ferma prefissata di un anno delle forze armate e sono autorizzate con decreto del Presidente del Consiglio deiMinistri, su proposta del Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione e del Ministro dell’economia e delle finanze, nonché del Ministro responsabile dell’ amministrazione che intende procedere alle assunzioni.
12. A decorrere dal 1° gennaio 2014 le disposizioni di cui all’articolo 23-ter, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, in materia di trattamenti economici, si applicano a chiunque riceva a carico delle finanze pubbliche retribuzioni o emolumenti comunque denominati in ragione di rapporti di lavoro subordinato o autonomo intercorrenti con le autorità amministrative indipendenti e con le pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, ivi incluso il personale di diritto pubblico di cui all’articolo 3 del medesimo decreto legislativo.
13. Sono soggetti al limite di cui all’articolo 23-ter deldecreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n.214, anche gli emolumenti dei componenti degli organi di amministrazione, direzione e controllo delle amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, ove previsti dai rispettivi ordinamenti.
14. Ai fini dell’applicazione della disciplina di cui ai commi 12 e 13 sono computate in modo cumulativo le somme comunque erogate all’interessato a carico di uno o più organismi o amministrazioni, fatti salvi i compensi percepiti per prestazioni occasionali
15. Le risorse rivenienti dall’applicazione delle misure di cui ai commi da 13 a 14, per le amministrazioni di cui all’articolo 23-ter, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, sono annualmente versate al Fondo ammortamento dei titoli di Stato ai sensi del comma 4 del medesimo articolo23-ter e, per le restanti amministrazioni ricomprese nei commi da 12 a 14 del presente articolo, restano acquisite nei rispettivi bilanci ai fini del miglioramento dei relativi saldi.
16. Le Regioni adeguano, entro sei mesi dall’entrata in vigore della presente legge, nell’ambito della propria autonomia statutaria e legislativa, i rispettivi ordinamenti alle disposizioni di cui ai commi da 12 a 15. Tale adeguamento costituisce adempimento necessario ai sensi dell’articolo 2 del decreto-legge 10 ottobre 2012, n.174, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 dicembre 2012, n.213 ed integra le condizioni previste dalla relativa lettera i).
17. L’articolo 10, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica 11 settembre 2007, n. 170 e l’articolo 11, comma 8, del decreto del Presidente della Repubblica 13 giugno 2002, n. 163 si interpretano nel senso che la prestazione lavorativa resa nel giorno destinato al riposo settimanale o nel festivo infrasettimanale non dà diritto aretribuzione a titolo di lavoro straordinario se non per le ore eccedenti l’ordinario turno di servizio giornaliero. Sono fatti salvi gli effetti delle sentenze passate in giudicato alla data di entrata in vigore della presente legge.
18. Per gli enti nazionali di previdenza e assistenza sociale pubblici, i risparmi di cui al comma 5 concorrono al conseguimento degli obiettivi di cui all’articolo 1, comma 108, della legge 24 dicembre 2012, n. 228.
19. L’autorizzazione di spesa relativa alle indennità di cui all’articolo 171 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, e successive modificazioni, è ridotta di un importo pari a 10 milioni di euro per l’anno 2014 e a 20 milioni di euro a decorrere dall’anno 2015.
20. All’articolo 181, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, le parole: “del 90 per cento” sono sostitute dalle seguenti: “del 50 per cento”.
21. Per effetto delle disposizioni di cui ai commi 1, 2, 3, 4 e 5il livello del finanziamento del Servizio sanitario nazionale cui concorre ordinariamente lo Stato è ridotto di 540 milioni di euro per l’anno 2015 e 610 milioni di euro a decorrere dall’anno 2016. La predetta riduzione è ripartita tra le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano secondo criteri e modalità proposti in sede di autocoordinamento dalle regioni e province autonome di Trento e Bolzano medesime, da recepire, in sede di espressione dell’Intesa sancita dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano per la ripartizione del fabbisogno sanitario nazionale standard, entro il 30 giugno 2014. Qualora non intervenga la proposta entro i termini predetti, la riduzione è attribuita secondo gli ordinari criteri di ripartizione del fabbisogno sanitario nazionale standard. Le Regioni a statuto speciale e le Province autonome di Trento e Bolzano, ad esclusione della regione Siciliana, assicurano il concorso di cui alpresente comma mediante le procedure previste dall’articolo 27 della legge 5 maggio 2009, n. 42. Fino all’emanazione delle norme di attuazione di cui al predetto articolo 27, l’importo del concorso alla manovra di cui al presente comma è annualmente accantonato, a valere sulle quote di compartecipazione ai tributi erariali.                                                 Sclerosi multipla: 70.000 pazienti, costo annuo di 2,7 mld. Spendere meno e meglio è possibile
Ammontano a 23 mila euro le spese sanitarie sostenute nel 2011 per ciascun malato di sclerosi multipla con disabilità lieve, cifra che sale a 63 mila euro in caso di pazienti con disabilità grave. Il costo sociale medio annuo per paziente è di circa 38.000 euro; quellocomplessivo si stima oltre i 2,7 miliardi di euro. E anche se la riabilitazione è un diritto di tutti, oltre la metà dei malati non la fa. I costi dovuti alla riabilitazione ammontano a 3.418,4 euro e rappresentano il 26,7% dei costi sanitari dei quali una quota considerevole sono dovuti a ricovero in ospedale per riabilitazione. Per questo è probabile che una miglior qualità dei servizi riabilitativi sul territorio potrebbe ridurre tali costi.
Sono alcuni dei dati e delle considerazioni emerse dal programma di ricerca - interamente finanziato dal Ministero della Salute - volto a indagare il ruolo e le potenzialità della riabilitazione per il trattamento della sclerosi multipla e il miglioramento della qualità della vita, per l’efficacia della riabilitazione, le ricadute sui costi sociali e la tutela del lavoratore con disabilità. L’analisi, che è durata 3 anni, è stata condotta con la partecipazione dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla e con la collaborazione tra diversienti di ricerca in tutto il territorio italiano, tra cui Università italiane, Centri Clinici e Riabilitativi e Centri Studi. Una sintesi dei risultati è stata presentata in occasione di un Convegno organizzato in concomitanza con l’annuale Congresso della Sin (Società Italiana di Neurologia) in corso a Milano.
Ecco alcuni dei risultati dell’indagine.
L’Italia è considerato un paese ad alto ‘rischio’ di Sclerosi Multipla: la sua incidenza è pari a 6-8 nuovi casi per 100.000 abitanti per anno. Colpisce in Italia 70.000 persone, con oltre 2000 nuovi casi ogni anno, soprattutto tra i 20 e i 40 anni. La Sclerosi Multipla non riduce l’attesa di vita e con essa, con progressiva disabilità, si convive per decenni. L’incremento progressivo della prevalenza deve essere affrontato dal SSN con l’utilizzo di farmaci innovativi ad impatto sulla progressione di malattia e con una qualificazione dei servizi che ne limitino le conseguenze in termini di costo per la società e che al tempo stessoindirizzino l’utilizzo appropriato delle risorse.
La Sclerosi Multipla è la seconda causa di disabilità neurologica tra i giovani adulti, seconda tra le malattie neurologiche per costo sociale. Ciò motiva la valutazione del ruolo dei servizi preposti, lo studio aggiornato del costo sociale in Italia con la valutazione dell’efficacia degli interventi clinico-assistenziali e socio-sanitari .
Quattro le domande fondamentali a cui ha inteso rispondere lo studio:
Quanto costa la SM? Lo studio punta ad offrire, in modo rigoroso, uno spaccato aggiornato e completo, non limitato ai soli aspetti sanitari, dei costi legati alla cura e alla gestione della sclerosi multipla. Lo studio ha dimostrato come la Sclerosi Multipla abbia un forte impatto economico e sociale sia per le famiglie stesse dei malati che per l’intera società italiana. Il costo medio annuo per paziente al 2011 è stato stimato tra 23 mila euro per pazienti con disabilità lieve e i 63 mila euro per pazienti con disabilitàgrave . Il costo sociale medio annuo per paziente è di circa 38.000 euro; quello complessivo si stima oltre i 2,7 miliardi di euro.
Oltre la metà dei soggetti intervistati non fa riabilitazione; in genere si tratta di soggetti con una disabilità lieve (60,7% EDSS < 3). I costi dovuti alla riabilitazione ammontano a 3.418,4 euro e rappresentano il 26,7% dei costi sanitari dei quali una quota considerevole sono dovuti a ricovero in ospedale per riabilitazione. Questo dato suggerisce che una miglior qualità dei servizi riabilitativi sul territorio potrebbe ridurre tali costi.
Come definire validi protocolli di riabilitazione motoria e cognitiva in pazienti con Sclerosi Multipla? L’obiettivo dello studio è definire validi protocolli di riabilitazione motoria e cognitiva in pazienti con Sclerosi Multipla, per dimostrare l’efficacia di questi trattamenti utilizzando un approccio multicentrico, integrato e globale. "Gli studi effettuati - ha commentato il professor Gianluigi Mancardidell’Università di Genova - dimostrano che un trattamento riabilitativo attivo rispetto a uno passivo è in grado di non solo di migliorare le prestazioni, ma di incidere sulla ristrutturazione funzionale e strutturale dello stesso sistema nervoso centrale rilevata con risonanza magnetica, incidendo alla lunga, sull’evoluzione della disabilità". I risultati di questo studio, secondo gli esperti, hanno una valida opportunità di essere trasformati in applicazioni reali in ambito sanitario nazionale.
Quali i fattori che contribuiscono a determinare lo stato lavorativo delle persone con disabilità fisica? Lo scopo di questo studio è definire i fattori che contribuiscono a determinare lo stato lavorativo delle persone con disabilità fisica e proporre interventi per mantenere il posto di lavoro. Si è indagato quale impatto ha la Sclerosi Multipla, i sintomi e le terapie sulla situazione lavorativa. L’ambiente di lavoro se è adeguato o no, l’atteggiamento del datore di lavoro, il ruolo delmedico competente e la soddisfazione del caregiver lavoratore. Cosa emerge? La Sclerosi Multipla colpisce i giovani tra i 20 e i 40 anni. La forma di malattia più frequente è la recidivante-remittente seguita dalla forma a ricaduta e progressiva. Forme che costringono il malato ad assenze sul lavoro. In più il sintomo più frequente di Sclerosi Multiplaè la fatica che colpisce l’85% delle persone colpite da questa grave malattia.
Un sintomo che incide pesantemente sulla qualità di vita sociale e lavorativa delle persone con Sclerosi Multipla.
Il lavoro è considerato per i lavoratori colpiti da Sclerosi Multipla salutare e benefico. I problemi che si riscontrano però sul lavoro sono: il mancato avanzamento di carriera e lo stress lavorativo. Cause di un abbandono precoce del lavoro sono risultati: i lavori più usuranti (come l’operaio, l’artigiano e il commerciante) e la tipologia di contratto, un elevato livello di disabilità. Ne sono però anche responsabili la mancanza di tuttiquei fattori che aiutano a conciliare impegni famigliari con quelli lavorativi come mancanza di sostegno da parte della famiglia, di aiuto nelle faccende domestiche e nella cura dei bambini, o più in generale la mancanza di risorse emotive personali a disposizione. Per quanto riguarda l’ambiente di lavoro, se poco adeguato, risulta di forte ostacolo all’espletamento della propria attività. L’orario e la postura sono le principali cause della difficoltà incontrate nel giudizio di idoneità incondizionato alla mansione specifica per i lavoratori con Sclerosi Multipla. Lo studio indica anche una necessaria formazione ai medici dei centri specialistici in merito alla formulazione dei giudizi di idoneità e la medicina legale. Le persone con Sclerosi Multipla sono spesso seguite dai Centri per Sclerosi Multipla. Per quanto riguarda il caregiver lavoratore (i partner che assistono la persona con Sclerosi Multipla, spesso familiari) emerge dallo studio che per la maggior parte dei casi lavoranofull time e solo il 40% usufruisce della 104/92. Chi usufruisce della agevolazioni si dichiara maggiormente soddisfatto sugli aspetti che riguardano la vita lavorativa. L’insoddisfazione riguarda quando subentrano gli imprevisti da gestire e non poter gestire, almeno in parte, i propri orari di lavoro in maniera autonoma.
Come è misurabile l’efficacia della riabilitazione? Esistono approcci sia strumentali, sia basati su misure e terapie comportamentali, che spesso non sono collegati in una visione unica del percorso riabilitativo. Obiettivo di questo studio era dunque quello di sviluppare tecniche innovative per una concomitante valutazione strumentale e psicometrica della riabilitazione nella Sclerosi Multipla. "Questo studio - ha evidenziato Il professor Luigi Tesio dell’Istituto Auxologico, Milano - ha messo a punto una batteria di indicatori funzionali utili per misurare l’efficacia di prestazioni che vanno dalla precisione dei gesti di manualità fine ad azioni più complessedell’interazione tra persona e mondo, come quelle legate al movimento, all’equilibrio o al controllo sfinterico. Questa batteria consente di dare scientificità alla misurazione dell’utilità della riabilitazione nel restituire non solo singole abilità funzionali, ma più ampiamente autonomia e qualità di vita alle persone con Sclerosi Multipla".
Biosimilari. Assogenerici: "Basta con i report ’fotocopia’ per la registrazione. Risparmi per 100/150 milioni l’anno"
La revisione delle linee guida sui farmaci biosimilari permetterebbe di "tagliare i costi inutili". Per questo AssoGenerici, in linea con la European Generic Medicines Association (EGA), plaude alla decisione dell’EMA e del Biosimilar Medicines Working Party di dare un impulso alla revisione, già in atto, delle linee guida generali sulla registrazione dei biosimilari. Una revisione che, attraverso semplici aggiustamenti volti a evitare l’inutile duplicazione degli studi tra una sponda e l’altradell’Atlantico, potrebbe ridurre i costi di sviluppo di un biosimilare di una cifra compresa tra 100 e 150 milioni di euro.
"Attualmente - spiega Francesco Colantuoni, vicepresidente di AssoGenerici - l’azienda che vuole sviluppare un biosimilare si trova costretta a condurre gli studi necessari una volta negli Stati Uniti, con un farmaco di riferimento in commercio in quel Paese, e poi condurre nuovamente gli stessi studi nell’Unione Europea con un farmaco di riferimento commercializzato nell’UE. Sarebbe sufficiente che in Europa si accettasse l’uso del farmaco di riferimento statunitense per dimezzare i costi e, quindi, rendere ancora più concorrenziale l’offerta dei produttori di biosimilari".
Una modifica semplice che, spiega AssoGenerici, non incide in alcun modo sul rigore del vaglio cui sono sottoposti questi medicinali ma che permetterebbe anche all’industria del biosimilare di realizzare le economie di scala di cui usufruisce il resto del comparto farmaceutico. "Senzainterventi di questo tipo è ben difficile che i sistemi sanitari possano supportare la crescente domanda di salute e i costi sempre più onerosi della innovatività" conclude Colantuoni.
"La nostra associazione - ha dichiarato il direttore dell’EGA Adrian van den Hoven - è pronta a lavorare di concerto con l’UE per introdurre celermente il nuovo quadro regolatorio che sarà fondamentale per lo sviluppo dell’industria del biosimilare e per introdurre nel mercato del farmaco biotecnologico europeo un elemento di sanacompetizione".(...)                                                                                          Allarme fertilità giovanile. In pochi anni scesa del 20%. Fumo, alcol e droghe le prime cause
E’ allarme infertilità tra i giovani. E le prima cause sono da riscontrare nell’alto consumo di fumo, alcol e droghe. Beve infatti l’80% dei diciottenni  italiani, il 56% fuma in modo occasionale, il 30% più di dieci sigarette al giorno, il 50% ha provato droghe. E così un terzo dei giovani ha alterazioni genitali, il 14% hamisure testicolari inferiori alla norma, correlate con una minore salute riproduttiva. Senza dimenticare, in tema di salute riproduttiva, che il 60,3% dei diciottenni ha avuto rapporti sessuali “ mordi e fuggi”, il 59% senza alcuna protezione. Sono questi alcuni dei dati della ricerca condotta su 10.000 ragazzi tra i 18-22 anni effettuata nell’ambito del progetto nazionale “ Amico andrologo” e presentata a Roma in occasione dell’incontro educativo-formativo organizzato dal dipartimento di medicina sperimentale dell’Università di Roma La Sapienza-Accademia della Fertilità- in collaborazione con il Ministero della Salute.
L’indagine alla sua seconda edizione ,ha analizzato il triennio 2010/2013 e dimostra il preoccupante aumento del consumo di alcolici , in particolare dell’abuso (30%) nettamente superiore agli Stati Uniti (fonte YRBS, indagine simile e simultanea). Alta la prevalenza dei forti fumatori, il 23% ha iniziato prima dei 13 anni e le droghe sembrano essere una abitudineconsolidata ( il 50% le ha provate almeno  una volta).
L’indagine oltre ad aver  evidenziato, ancora una volta, i comportamenti a rischio ha avuto il merito di rilevare importanti aspetti clinici. Dei 10.000 giovani che frequentano l’ultimo anno delle scuole superiori, 4.000 sono stati anche sottoposti ad una visita andrologica volontaria. I dati indicano che il 14% dei giovani ha ipotrofia testicolare bilaterale, il 27% ha il varicocele (il 19% in forma grave), il 31% è sottopeso,. Tra i giovani sessualmente attivi, il disturbo più frequente è risultato essere l’eiaculazione precoce.
Dalle analisi è emerso che proprio i comportamenti a rischio in questa fascia di età sono determinanti  per la salute sessuale e riproduttiva, in particolare il volume testicolare (considerato il miglior indicatore della salute andrologica), il basso peso, l’abuso di droghe e alcol.
“La fertilità - dice Andrea Lenzi Professore Ordinario di Endocrinologia Università di Roma LaSapienza -è una malattia sociale perché coinvolge la salute riproduttiva e sessuale delle giovani generazioni e il futuro del Pese. Noi stimiamo che negli ultimi anni vi sia stato nei giovani maschi, un 20% in meno di fertilità, simile a quello riscontrato nelle coppie . I costi sociali e sanitari sono altissimi perché  lunghe, dolorose e  molto onerose  sono le terapie per la cura della fertilità. Bisogna investire nella prevenzione- prosegue Lenzi - a partire dalla adolescenza. Per questo vorremmo maggiore sensibilità e attenzione da parte dei pediatri e medici di base alla salute andrologica dei giovani maschi e auspicheremo una sorta di visita medica ‘di leva’ che oggi non esiste più ma che potrebbe essere riformulata in altro modo per i ragazzi delle scuole superiori o all’Università”.
Focus dell’indagine sulla Regione Lazio. Dai dati presentati dal Prof  Andrea M. Isidori ricercatore in Endocrinologia presso la Sapienza, è emerso i ragazzi che vivono in uncontesto suburbano sono più obesi e in sovrappeso rispetto ai loro coetanei che vivono in città, questi ultimi soffrono maggiormente, di varicocele e malattie a trasmissione sessuale e infezioni locali. Globalmente i giovani maschi Laziali dimostrano una attività sessuale maggiore rispetto i coetanei su scala nazionale: il 67% ha avuto rapporti sessuali completi contro il 60% della media nazionale, e una età lievemente più precoce .Emanuela Medi                                                                              Culle vuote per colpa della crisi l’indice di vecchiaia è da record
E la Puglia diventò un paese per vecchi. Culle vuote anche qui, in una regione che, nel passato, era in controtendenza. A dirlo sono i numeri dell’Osservatorio epidemiologico regionale dove, dallo staff, Serena Gallone spiega che "la Puglia sta invecchiando perché sono cambiate le proporzioni per fasce di età della popolazione: dal 2006 al 2011, c’è stato un forte aumento degli ultra 65enni, a fronte di una riduzione della fascia fra 0 e 5 anni. Col risultato che, se nello stesso periodo in Italia, l’indice di vecchiaia della popolazione è cresciuto di 5 punti, in Puglia l’aumento è stato del 15 per cento". I numeri parlano chiaro: il tasso di natalità nel 2006 era del 9,3 per cento per mille abitanti, mentre nel 2011 è sceso all’8,9 (contro il 9,2 del Sud e il 9,1 dell’Italia). Variazioni tutt’altro che sensibili, se è vero il tasso di crescita naturale, ovvero la differenza fra il tasso di natalità e quello di mortalità, è crollato dall’1,3 del 2006 allo 0,2 del2011.
"Un dato piuttosto indicativo che - osserva Gallone - evidenzia come la Puglia, ieri considerata una regione giovane, stia invecchiando come tutto il Paese. Ci sono due province, Brindisi e Lecce, nelle quali, dal 2006 in avanti, il tasso di crescita naturale è addirittura negativo: vuol dire che il numero dei morti ha superato quello dei nati". Ma quali sono le cause del crollo delle nascite? "La crisi interviene anche in questo, così come ormai l’età media al primo parto è aumentata, attestandosi sui 30 anni". A confermarlo è chi, come Luigi Selvaggi, direttore della prima unità operativa di Ginecologia e ostetricia del policlinico di Bari, ha un osservatorio privilegiato. "C’è stato un tempo, durante gli anni ’70 nel quale - ricorda - avevamo una media, come Policlinico, di 4mila parti l’anno. Oggi non superiamo i 2mila, la metà. E chi fa figli, adesso, ne fa soltanto uno". In questo senso gli stessi numeri del numero medio di figli per donna, testimoniano la sperequazionein Puglia fra l’1,28 per cento delle italiane e l’1,87 delle straniere. "Ma bisogna pure tenere conto che - riconosce Selvaggi - l’ingresso tardivo nel mondo del lavoro e la precarietà hanno le loro ripercussioni: la prima maternità oggi arriva oltre i trent’anni".
Situazione stabile, invece, in un altro grande centro nascite del Barese come l’ospedale Miulli dove, riferisce il direttore sanitario Antonio Sanguedolce, dal 2008 al 2012 il numero dei nati si è attestato su una media di 1.500 per anno, con un lieve incremento nell’ultimo biennio: "In effetti, nei grossi centri, il calo demografico viene controbilanciato dalla chiusura nei paesi delle piccole ostetricie, determinata dal piano di riordino: i parti che si facevano altrove confluiscono così nelle strutture di riferimento sul territorio.Antonio DiGIiacomo,repubblica                                          Medici e dirigenti precari. Pronto decreto per assunzioni a tempo indeterminato. Prevista anche proroga contratti a tempo determinato fino al 2016.
Al ministero della Salute tra il sottosegretario Paolo Fadda e i sindacati della dirigenza medica, sanitaria e amministrativa e del comparto del Ssn per esaminare la bozza del Dpcm previsto dalla legge dalla legge 30 ottobre 2013, n. 125, recante disposizioni urgenti per il perseguimento di obiettivi di razionalizzazione nelle pubbliche amministrazioni.
In particolare l’articolo 4, comma 10, della legge demanda a un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri l’attuazione dei commi 6, 7, 8 e 9 del medesimo articolo 4  per la stabilizzazione delpersonale con contratto di lavoro a tempo determinato anche con riferimento alle professionalità, degli enti del Servizio sanitario nazionale, al personale dedicato alla ricerca in sanità, nonché al personale medico in servizio presso il pronto soccorso delle aziende sanitarie locali.
 La bozza del Dpcm messa a punto dal ministero, che dovrà poi passare al vaglio delle Regioni, prevede in particolare che:
- gli enti del Ssn, entro il 31 dicembre 2016, possono bandire procedure concorsuali per titoli ed esami per assunzioni a tempo indeterminato di personale del comparto sanità, ivi compreso quello appartenente alle aree dirigenziali, medico veterinario, sanitaria, professionale, tecnico, amministrativa;
 - le procedure concorsuali sono riservate al personale  in servizio presso gli enti in possesso dei requisiti di cui all’articolo 1, commi 519 e 558, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, e all’articolo 3, comma 90, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, ovveroche alla data del 30 ottobre 2013 abbia maturato negli ultimi cinque anni, almeno tre anni di servizio con contratto di lavoro subordinato  a tempo determinato  presso gli enti;
- il personale medico in servizio continuativo da almeno 5 anni nei pronto soccorso delle Aziende Sanitarie è ammesso a partecipare ai concorsi ancorché non in possesso del diploma di specializzazione;
 alle procedure concorsuali può partecipare anche il personale dedicato alla ricerca in sanità;
- gli enti del Ssn che nella programmazione triennale del fabbisogno di personale riferita agli anni dal 2013 al 2016, prevedono di effettuare le procedure concorsuali previste dal decreto possono prorogare fino al 2016 i contratti di lavoro a tempo determinato dei soggetti che hanno maturato, al 30 ottobre 2013, almeno tre anni di servizio, nel rispetto dei vincoli finanziari previsti dalla normativa vigente in materia;
- gli enti del Ssn che hanno vuoti in organico nelle qualifiche perle quali non è previsto titolo di studio superiore a quello dell’obbligo procedono all’assunzione a tempo indeterminato, anche con contratti di lavoro a tempo parziale,  dei lavoratori socialmente utili e dei lavoratori di pubblica utilità.(...)                                           Aids. Pubblicate le nuove Linee guida del ministero della Salute
In linea con quanto già fatto in altre nazioni, il Ministero della salute dal 2010 pubblica le Linee Guida Italiane sull’utilizzo dei farmaci antiretrovirali e sulla gestione diagnostico-clinica delle persone con infezione da HIV-1 (LG), con l’obiettivo di fornire elementi di guida sia per la prescrizione della terapia antiretrovirale di combinazione (cART) sia per la gestione complessiva dei pazientiHIV-positivi.
Il documento è rivolto agli infettivologi, agli altri specialisti coinvolti nella gestione multidisciplinare della persona con HIV in trattamento, alle associazioni di pazienti, agli amministratori, ai decisori politici degli organismi di salute pubblica e, più in generale, a tutti gli attori coinvolti dalla problematica a diverso titolo, per proporsi come un autorevole punto di riferimento comune.
La partecipazione ampia e multidisciplinare alla discussione e alla stesura dei contenuti, fin dalla 1° edizione (2010) a quest’ultimo aggiornamento (2013) – sottolinea il ministero della Salute - ha visto protagonisti diversi organismi istituzionali, numerosi specialisti e le associazioni dei pazienti.
Le LG, infatti, sono state redatte su mandato del Ministro della salute al Centro nazionale Aids dell’Istituto superiore di sanità, in collaborazione con la Commissione Nazionale per la lotta contro l’AIDS, la Consulta delle Associazioni per la lotta contro l’AIDS, laSocietà Italiana di Malattie Infettive e Tropicali.
Laddove necessario, l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha messo a disposizione le sue competenze.
Tale ampio coinvolgimento ha avuto a monte il razionale di favorire un’ampia condivisione dei contenuti, premessa fondamentale per prevederne una corretta applicazione pratica territoriale. Inoltre, Le esse hanno infatti costituito l’elemento base su cui sono stati redatti i PDT regionali finalizzati alla razionalizzazione della spesa, a fronte della appropriatezza delle prescrizioni.
La cART è oggi riconosciuta di indubbio beneficio per la persona con HIV - per bloccare la replicazione virale, prevenire le complicanze ed evitare la forma conclamata della patologia detta Aids (Sindrome da immunodeficienza acquisita) garantendo così una prospettiva di vita a lungo termine del paziente. Il trattamento della persona con HIV riduce notevolmente la possibilità di trasmettere l’infezione.
In conseguenza, anche se al momentonon è possibile eradicare l’infezione da HIV (ossia guarire definitivamente da essa), la diagnosi tempestiva di Hiv e la presa in carico dei pazienti da parte delle strutture competenti, oltre che servire alla cura dei pazienti stessi, rappresentano un intervento di sanità pubblica in grado di ridurre la trasmissione del virus.
La cART oggi è basata su un’ampia scelta di farmaci e regimi, che vanno dalle molecole di nuova generazione ai farmaci già in uso da tempo ancora attivi, cui, dopo la scadenza brevettuale, si aggiungono i farmaci equivalenti. Per essere efficace ed evitare/ridurre il rischio d’insorgenza di resistenze, deve essere non solo condotta nel rispetto dei principi che ne garantiscano un’efficacia duratura, ma anche personalizzata a seconda delle caratteristiche cliniche, sociali e comportamentali del paziente.
La cART richiede un’assunzione quotidiana e necessita di una assunzione assidua dei farmaci che è stata ed è  la chiave del successo terapeutico diquesti anni. La tollerabilità, infine, è un fattore cruciale alla continuità della cura e all’aderenza del paziente. Le LG, essendo basate sulle prove di evidenza ricavate dalla letteratura scientifica e su una valutazione esperta, consentono di indirizzare la prescrizione e la gestione delle terapie secondo parametri di efficacia e appropriatezza.
Gli elevati standard di cura e i notevoli risultati ottenuti dalla cART nel nostro paese che ci vengono riconosciuti in tutto il mondo sono un punto di eccellenza ascrivibile sia all’elevata qualità della rete di malattie infettive che da subito si è fatta carico  della gestione della patologia sia alla costante collaborazione tra la rete clinico-assistenziale e le numerose professionalità, anche in ambito istituzionale e sociale, presenti sul nostro territorio.
A tal proposito, oggi è possibile affermare che oltre l’85% dei pazienti in trattamento ha raggiunto una carica virale plasmatica non rilevabile, parametro indicatore siadello stato di salute della persona (assieme ai livelli di linfociti T CD4+), che attualmente hanno una spettanza di vita molto simile a quella di una persona sieronegativa di pari età, sia del potenziale trasmissivo dell’infezione stessa.
Al raggiungimento di tale ragguardevole risultato, il progetto delle LG del Ministero della salute ha certamente concorso, fornendo uno strumento valido al fine di garantire standard di prescrizione e cura qualitativamente elevati, appropriati e il più possibile omogenei sul territorio nazionale, che si è accompagnato ad un percorso di ottimizzazione delle risorse che in alcune regioni ha portato ad una riduzione della spesa farmaceutica pro capite.
L’edizione del 2013 delle LG è volutamente più sintetica, ma altrettanto densa di contenuti, al fine di garantirne la fruibilità del documento tra tutti gli attori coinvolti e favorire così il migliore governo clinico sulla patologia.(...)
Salute: chirurgia robotica, nel 2013 più di13mila interventi
L’Italia ha cominciato a puntare sulla chirurgia robotica nel 2000, prima in Europa e se otto anni fa si contavano 18 robot nel Belpaese e tre nel resto d’Europa, oggi ce ne sono 78 in Italia e 380 nel Vecchio Continente. Nel 2013 sono stati 13.200 gli italiani che si sono fatti operare da un robot. E’ quanto emerso nel corso dell’incontro annuale "Il futuro della sanita’", organizzato a Milano da Ab medica. L’esemplare piu’ conosciuto e diffuso e’ il ’Sistema Da Vinci’, con il quale la chirurgia italiana ha effettuato il primo trapianto di rene in Europa.  Altri tipi di Robot sono il ’Sistema Rio Mako’, ideato per le grosse articolazioni, e il ’Sistema Cyberknife’, destinato alla radiochirurgia. Nel futuro si arrivera’ probabilmente a interventi a distanza.
 "Stiamo investendo - annuncia il fondatore e presidente di Ab medica, Aldo Cerruti - nella telemedicina per curare i pazienti da casa". "Abbiamo cominciato a investire in ricerca -continua parlando dei progetti da realizzare - e con Politecnico di Torino abbiamo preso dei brevetti per il polimero piu’ avanzato per la crescita delle staminali. Abbiamo poi un progetto di trasmissione a distanza per la cura e la diagnosi del morbo di Parkinson". "Abbiamo avuto fortuna - conclude - ma anche intuito nell’introdurre nuove tecnologie e bravura nella scelta dei professionisti a cui affidarle".AndreaBufo-affaritaliani(...)                                                                                               Piccoli ospedali. L’elenco dei 175 a rischio chiusura
“Al ministero della Salute, la lista c’è già. Se Regioni e governo daranno il via libera, per i piccoli ospedali con meno di 120 posti letto, inseriti nel nuovo Patto per la salute, sarà l’ora di chiudere i battenti. Magari per essere riconvertiti in quelle strutture per la riabilitazione o per le lungodegenze che scarseggiano”.
Cosìil quotidiano La Stampa in un lungo servizio di Paolo Russo che presenta anche la mappa dei singoli presidi da chiudere. 
In tutto 175 strutture per un totale di 12 mila posti letto. La lista in realtà sarebbe di 222 mini-nosocomi con meno di 120 posti letto, ma - scrive La Stampa - tra questi andranno salvati: i servizi psichiatrici di diagnosi e cura, che in realtà ospedali non sono; gli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, perché fanno ricerca; i centri per “post acuti”, che servono per chi dopo un ricovero non è in grado di tornare a casa ma ha bisogno di cure meno intensive.
La pubblicazione dell’elenco ha subito creato polemiche e tra tutti è stato il presidente della Toscana a dichiarare con forza la sua contrarietà a una chiusura tout court dei piccoli ospedali. Tant’è che, a quanto si apprende oggi, il ministero starebbe pensando a limare l’elenco, prevedendo ulteriori eccezioni al criterio secco della soglia dei 120 letti.(...)                                                                                                     
Impiantato peacemaker wireless senza chirurgia. È la prima volta in Italia
È stato eseguito ieri mattina presso Maria Cecilia Hospital di Cotignola (Ravenna), per la prima volta in Italia e tra i primi casi al mondo, l’impianto del pacemaker wireless, il primo stimolatore del battito cardiaco senza fili dalle dimensioni estremamente ridotte (lunghezza 4 cm, peso2 grammi - in pratica le dimensioni di 2 compresse di antibiotico).
La struttura ospedaliera di GVM Care & Research è tra i 14 centri al mondo per la sperimentazione.
Nel mondo i portatori di pacemaker o di altri dispositivi per il trattamento delle aritmie sono circa 4.000.000 e ogni anno sono circa 700.000 i nuovi impianti. I sistemi, fino ad oggi utilizzati, sono complessi e comprendono un generatore di impulsi - il pacemaker vero e proprio (che viene alloggiato in una tasca sottocutanea) - e uno o più elettrocateteri - i “fili”- pronti a rilevare e ad innescare la stimolazione elettrica quando il battito rallenta.
Il nuovo dispositivo, invece, utilizza una tecnica completamente diversa da quella normalmente utilizzata per impiantare i pacemaker convenzionali: non più esternamente al cuore collegato a cateteri, bensì iniettato nella circolazione sanguigna utilizzando delle particolari sonde e fissato direttamente nella camera cardiaca. In pratica, un interventomini-invasivo senza chirurgia.
Il paziente a cui è stato impiantato il nuovo sistema è una donna di 67 anni residente ad Alessandria affetta da un rallentamento grave della frequenza cardiaca e fibrillazione atriale, condizionante episodi di disorientamento e svenimenti.
La procedura è stata eseguita con una semplice anestesia locale, è durata circa 30 minuti (la metà rispetto all’intervento di posizionamento tradizionale) e si è svolta in modo semplice, senza alcuna complicazione. La modalità di impianto non chirurgica e l’assenza di componenti aggiuntive al pacemaker riducono anche il rischio di infezioni e di malfunzionamenti del dispositivo. La durata della batteria inoltre è superiore a quella di molti dispositivi convenzionali.
L’impianto è stato eseguito dal Prof. Carlo Pappone e dal Dr. Gabriele Vicedomini presso il dipartimento di Aritmologia di Maria Cecilia Hospital di Cotignola, uno dei più avanzati d’Europa, che da molti anni contribuisce allo sviluppo di nuoveterapie e tecnologie per la cura delle aritmie.
“Questo nuovo stimolatore rappresenta il primo importante passo per lo sviluppo di sistemi nano tecnologici per il trattamento dei disturbi del cuore – ha commentato Carlo Pappone - Ci si attende che nel futuro tali dispositivi e tale tecnica di impianto rappresentino la base per il miglioramento della qualità e della durata della vita”.
Per la paziente ora il decorso postoperatorio prevede il riposo a letto per 6 ore e già domani la dimissione dalla struttura ospedaliera, rispetto ai vecchi interventi che prevedevano 3/4 giorni di degenza.
Intanto il pacemaker senza fili si appresta a diventare realtà anche per i pazienti seguiti dalla Cardiologia 3-Elettrofisiologia del Niguarda di Milano. Il Dipartimento, all’avanguardia nell’impianto dei pacemaker fin dalla loro invenzione sta in questo momento completando l’addestramento del personale e la selezione dei pazienti idonei a trarre il massimo giovamento da questa nuovatecnologia. Nelle prossime settimane si prevede di eseguire i primi impianti.
“Diversamente dai pacemaker convenzionali – ha spiegato Maurizio Lunati, direttore della Cardiologia 3 – Elettrofisiologia - quello senza fili risiede interamente all’interno del cuore. Il dispositivo è miniaturizzato, è 10 volte più piccolo, ed incorpora sia la batteria che un microelettrodo in grado di stimolare la contrazione non appena viene rilevato un ritmo non adeguato”.(...)                                                         Malattie infettive. 8 pazienti su 100 si infettano in ospedale
Si calcola che il 6-8 % dei pazienti in ospedale ha una infezione acquisita inelle corsie delle strutturesanitarie E sempre negli ospedali, a causa del largo utilizzo di antibiotici, nel tempo, si sono selezionati cloni di batteri resistenti a molti antibiotici, e talora a tutti quelli conosciuti. In questo caso debellare tali infezioni è impossibile. Ma per la Società italiana malattie infettive e tropicali  qualcosasi può fare: si deve portare a zero la tolleranza nei confronti di pratiche scorrette, igiene insufficiente e mancato rispetto delle misure di controllo delle infezioni.
Le infezioni ospedaliere sono tornate prepotentemente alla ribalta dopo il caso del San Giovanni Addolorata di Roma. Nelle corsie del nosocomio romano, negli ultimi mesi, è salito a nove il bilancio delle morti causate presumibilmente da un presunto batterio killer, il Clostridium difficile, agente patogeno ad altissima velocità di contagio, specialmente diffuso negli ambienti ospedalieri, che colpisce più facilmente persone anziane e i malati sottoposti a lunghe cure antibiotiche.
“Lacontagiosità del Clostridium difficile – spiega Nicola Petrosillo, Direttore UOC "Infezioni sistemiche e dell’immunodepresso" dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive, nonché membro SIMIT, Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali - deriva dal fatto che i microrganismi vengono dispersi nell’ambiente (il paziente presenta diarrea) e, se non vengono rispettate misure igieniche ambientali e personali, tra cui il lavaggio delle mani da parte degli operatori sanitari, esiste la possibilità che possano essere trasferiti da un paziente all’altro. Se il paziente nel quale sono trasmesse ha condizioni predisponenti (antibiotici in corso, presenza di altre malattie, uso di antiacidi, età avanzata, etc…) il ciclo di trasformazione in germi produttori di tossine può verificarsi con le manifestazioni cliniche connesse”.
La cura è rappresentata, laddove possibile, dalla sospensione degli antibiotici che il paziente sta utilizzando se non più necessari, e dall’uso di farmaciantimicrobici ai quali il Clostridium difficile è sensibile. Questi farmaci sono generalmente somministrati per via orale. “Il problema – prosegue Petrosillo – è che in persone debilitate e con altre malattie si possono avere recidive. La probabilità di una prima recidiva è del 25% dopo il primo episodio, ed arriva fino al 60% in coloro che hanno avuto una prima recidiva. Questi casi, peraltro molto fastidiosi, vanno curati con antibiotici selettivi nei confronti del Clostridium difficile, insieme alla sospensione di eventuali altre terapie antibiotiche in corso. In alcuni casi però si deve arrivare a ricostituire la flora intestinale, per esempio attraverso il trapianto di feci da donatore”.
Le infezioni ospedaliere.  Le più frequenti infezioni associate alle procedure assistenziali e alle organizzazioni sanitarie sono le infezioni urinarie associate a cateterismo vescicale, seguite dalle infezioni della ferita chirurgica, poi dalle infezioni delle basse vie aeree spessoassociate a intubazione meccanica per ventilazione assistita, seguite ancora dalle infezioni del torrente circolatorio associate a cateteri vascolari (spesso centrali). Attraverso queste procedure invasive è possibile introdurre dall’esterno microrganismi ovvero, in alcuni casi, facilitare l’accesso in siti profondi di microrganismi presenti su cute e mucose.
“La pericolosità di tutto ciò – ha aggiunto Petrosillo – deriva dalla particolare suscettibilità di alcuni individui, che essendo magari già debilitati e con gravi patologie concomitanti, possono avere decorsi clinici talora infausti a seguito di infezioni intercorrenti, e dalla possibilità che i microrganismi in causa siano resistenti agli antibiotici. Infatti in ospedale, a causa del largo utilizzo di antibiotici, nel tempo si sono selezionati cloni di batteri resistenti a molti antibiotici, e talora a tutti quelli conosciuti. In questo caso debellare queste infezioni è praticamente impossibile. Riguardo la frequenza diinfezioni, si calcola che il 6-8 % dei pazienti in ospedale hanno una infezione acquisita in ospedale”.
L’appello degli esperti. Per questo gli esperti lanciano un appello all’igiene. “Non è possibile azzerare le infezioni – ha concluso Petrosillo –  ma si deve portare a zero la tolleranza nei confronti di pratiche scorrette, igiene insufficiente e mancato rispetto delle misure di controllo delle infezioni. Le strutture sanitarie devono garantire al paziente la dovuta sicurezza ed igiene, ed all’operatore la possibilità di lavorare con tranquillità facilitandone il lavoro e  l’applicazione di tutte le suddette misure”. (...) Piccoli ospedali. Cosa succederebbe se li chiudessimo tutti. Il caso lombardo
La prospettata chiusura di 170 piccoli ospedali sembra basarsi fondamentalmente sul criterio dei 120 posti letto. In pratica viene rispolverata la Legge 109 di Donat Cattin risalente all’aprile 1988. Che il problema dei cosiddetti piccoli ospedalisia reale e che vada affrontato non c’è dubbio. Lo si è detto e ripetuto più volte. Ma che il criterio, praticamente unico, sia quello del taglio lineare delle strutture che hanno meno di 120 posti letti credo sia denso di criticità (avevo già avuto modo di accennare su queste colonne QS 17 maggio e 6 settembre) e porta con sé il rischio di modificare in peggio alcune realtà territoriali, per di più trascurando o ignorando competenze ed esperienze non rappresentate da quell’unico criterio quantitativo.
Il Regolamento relativo a “Definizione Standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera” proposto dall’ex Ministro Renato Balduzzi formulava una classificazione delle strutture ospedaliere che comprendeva presidi di “base”, di “I livello” e di “II livello” considerando una serie di requisiti e di rete ospedaliera. Classificazione che aveva il merito, se non altro, di affrontare la questione in termini di rete ospedaliera e diorganizzazione.
Inoltre, l’invocato e condivisibile perseguimento del rispetto della sicurezza risulta trascurato nel taglio lineare che ignora livelli gerarchici di complessità, di bacino d’utenza in termini di abitanti, di territorio, di rete, di specialità presenti per indirizzarsi unicamente all’obiettivo del 3,0 posti letto/1000 abitanti (L.95/2012 art 15, c.13, lettera c.).
Parliamo ovviamente di strutture per “acuti” dove la media OECD è più che risaputo essere pari 4, 8/‰.
E laddove il 3 ‰ è già stato raggiunto ?
Emblematico è l’esempio di Regione Lombardia dotata di 29.886 posti letto “in esercizio” per acuti, suddivisi in 22.018 nel pubblico e 7.868 nel privato accreditato per un totale di 3,05 posti letto per mille abitanti .
Gli ospedali pubblici indicati nella mappatura di Agenas con meno di 120 pl sono 31 (in realtà 30) per 1.870 pl. Le strutture private accreditate coinvolte (e non riportate nella mappatura) sono 46 per 2.624 pl. Il totale è di 4.494 p.l.a rischio chiusura.
Ma tale chiusura o riconversione (comunque la si voglia chiamare) con un taglio tout court porterebbe il totale dei posti letti lombardi per acuti a 25.392 per un rapporto pl/1000 ab. pari a 2,59. Ogni considerazione appare a questo punto superflua sulla praticabilità dell’operazione senza neanche scomodare la citata media OECD.
Se al contrario e per assurdo si volesse restringere la chiusura alle sole strutture pubbliche, queste ultime passerebbero a 20.148 portando i letti regionali per acuti a 28.016 con un rapporto pari a 2,86 ‰ .
In ogni caso sia 2,86‰ abitanti, sia 2,59‰ abitanti risulta di non facile praticabilità tenuto conto delle notevoli difficoltà che già oggi si incontrano a livello di Pronto Soccorso proprio per il reperimento di posti letto di ricovero per acuti. Dato che si va ad aggiungere al permanere di una critica carenza di assistenza territoriale.
Fabio Florianello-Segr. Amm. Anaao Assomed Regione Lombardia(...)                        La sanità, tra mancate riforme e "guerre" professionali
Gentile Direttore,
ho letto con grande interesse il suo editoriale “Ciao 2013. Per la sanità un anno perso”.Non si può certo negare che a fronte di innumerevoli discussioni, dibattiti, confronti più o meno istituzionali sulle riforme necessarie al sistema sanitario nazionale, ben poche siano state le notizie di riforme attuate in concreto. Del pari, non si può non concordare sull’inutilità della ricerca di uno o di più colpevoli della “incapacità del sistema Paese di governare la sanità in chiave riformatrice”.
Tuttavia, e proprio per questo motivo, sarebbe paradossale non chiedersi da che cosa derivi tale incapacità. A mio avviso, a livello istituzionale, essa non deriva dalla mancanza di “volontà politica”, ma piuttosto dall’aver ereditato un metodo“riformatore” orientato a principi di “sostenibilità” attuati per mezzo di tagli e non attraverso progetti.
E’ stato sin troppo facile, per esempio, per i Governi che hanno preceduto quello attuale, tracciare a grandi linee (tanto grandi da risultare evidentemente grossolane) la riforma delle cure primarie, così come la riorganizzazione della rete ospedaliera. Più difficile, anzi impossibile, è stato tradurre in pratica la loro attuazione.
D’altra parte, il vero motivo per cui in Sanità gli accordi tra Stato e Regioni somigliano sempre più ad un “inedito Piano Sanitario Nazionale” ha un motivo preciso: il Titolo V della nostra Costituzione,  laddove, all’art. 117, esso recita “Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato”.
Tale “concorrenza” ha definitivamente perso il suo significato di complementarietà, rappresentandosi ormaiparadossalmente come un’antitesi, e proprio sui principi fondamentali. Se non si risolverà questo nodo, con il rispetto di tali principi prima ancora che attraverso una riforma del Titolo V per ciò che attiene alla tutela della salute, una riorganizzazione equilibrata e un governo sostenibile del nostro sistema sanitario resteranno impossibili.
Eppure, alcuni “attori” di questo sistema premono insistentemente affinché proprio alle singole Regioni (e addirittura alle singole Aziende Sanitarie, meglio se “miste”, ovvero Universitarie-Ospedaliere) siano affidati poteri sempre più autonomi nei confronti del personale sanitario. Verrebbe quasi da pensare che i teorici di quest’operazione abbiano le loro ragioni: meglio affrettarsi, prima che il Titolo V sia riformato. Oppure, a voler loro attribuire una lungimiranza solo apparentemente contraddittoria, affinché il Titolo V possa essere riformato solo una volta messa al sicuro una completa devolution delle professioni sanitarie.
Ilpiù eclatante potere indipendente da blindare nei sistemi sanitari regionali (e nelle loro declinazioni aziendali, nonché nelle autonomie universitarie) riguarderebbe secondo costoro l’implementazione delle competenze infermieristiche.
Un’implementazione declamata sin dall’inizio come una rivoluzione copernicana (dal medico-centrismo tolemaico alla galassia della multi-professionalità), decantata dapprima come una vera e propria panacea per debellare i mali derivanti ai cittadini dalla “pletora medica”, liberandoli da una simile schiavitù, salvo poi essere edulcorata come una “condivisione di alcune competenze, senza valicare, ovviamente, quel confine ben definito dell’esclusività professionale”.
Un confine che invece risulta tutt’altro che ben definito, dato che “le competenze cliniche avanzate e la prescrizione … possano e debbano essere il vero focus per il prossimo sviluppo  professionale e contrattuale … liberandoci finalmente dal modello ospedalo-medico-centrico”.
Tale implementazione ha meritato addirittura una “preparazione alla guerra”, con manipoli “pronti alla battaglia”contro chi dissente dal coro di osanna verso “Il leader indiscusso di questo scenario ormai prossimo … per storia, preparazione e vocazione, l’Infermiere”.
Del resto, era già stata invocata chiarezza, con un termine (involontariamente?) militare sulle “regole di ingaggio che il professionista può far valere all’interno dell’organizzazione sanitaria”.
Successivamente, con un’operazione degna del miglior teatro dell’assurdo, l’intenzione di reclutare “improbabili armate” è stata ribaltata su chi di tali armate non ha mai parlato, proprio perché non esistono, perlomeno tra i Medici.
Insomma, tutte le posizioni sono rispettabili, ma almeno siano coerenti. Comunque, a dimostrazione che la collaborazione multi-professionale in Sanità può realizzarsi in modo condiviso, sono state recentemente concordate tra Medici (Radiologi) e altri Professionisti (TSRM e Fisicimedici) regole tutt’altro che oscure, con il fattivo impegno del Ministero della Salute, senza contrapposizioni né tantomeno guerre: perché? Basta leggerle. Sono regole di sistema, per l’appunto, chiare, dove le parole “diagnosi” e “prescrizione” sono attribuite con precisione alla competenza medica dei Colleghi Radiologi. Una precisione che invece, così come in ambito di terapia e di certificazione, manca completamente nelle rivendicazioni di una minima parte della categoria infermieristica, quella “apicale”, per intenderci, che nelle regole, in modo quantomeno singolare, pretende chiarezza e al contempo vuole riservarsi margini di discrezionalità applicativa, bollando come “mansionario” tutto ciò che potrebbe impedire la completa autonomia infermieristica nella diagnosi, nella prescrizione terapeutica, nella gestione di unità operative sanitarie ospedaliere e territoriali.
Sia ben chiaro: con la lettera al Ministro Lorenzin nessuno vuole impedire agli Infermieri di realizzare leloro legittime aspirazioni di crescita professionale. Ben vengano, e siano finalmente realizzate, ma senza l’ambiguità di un’implementazione demagogica del “prendersi cura” (per tutti gli Infermieri) che mira in realtà a mascherare altre aspirazioni, per pochi, per i quali esse significano unicamente abbandonare l’assistenza al Paziente (con buona pace del “prendersi cura”) per transitare, di fatto, dal ruolo sanitario/assistenziale a quello gestionale/amministrativo, con un bel posto da “Direttore”.
Questa è la reale portata di un conflitto che trova spazio solo in questa prospettiva mistificata, e che infatti, tra i Medici e gli Infermieri che nei Reparti e nei Servizi Sanitari lavorano fianco a fianco, a differenza di quanto si vuol far credere, non esiste affatto. Alessandro Vergallo-Presidente Nazionale AAROI-EMAC-(...)                        Cosenza. Ecco perché “occuperemo” l’ospedale
Nella consapevolezza che l’ospedale è di tutti e non solo di chi, occasionalmente, lo amministra o di chi a vario titolo lavora nella struttura, informiamo i cittadini che all’Ospedale dell’Annunziata è in corso uno stato di agitazione dei lavoratori che a fine gennaio prossimo culminerà in uno sciopero di tutto il personale medico e del comparto.
Tale iniziativa scaturisce, dopo una serie di estenuanti e infruttuose trattative sindacali con l’Amministrazione, a seguito dei recenti provvedimenti Aziendali che prevedono accorpamenti di alcune Unità Operative Complesse per incrementare di poche unità il personale medico del Pronto Soccorso.
Riteniamo  inaccettabile che in un Ospedale HUB (cioè un ospedale di riferimento regionale), qual è quello di Cosenza, le carenze di organico del Pronto Soccorso vengano sanate, in maniera estemporanea e con ordini di servizio a medici di altri reparti, anche perché questesoluzioni tampone, non potranno mai garantire quel percorso formativo necessario per i medici che dovranno gestire le emergenze di  un Pronto soccorso d’avanguardia qual è quello dell’Annunziata.
Abbiamo già richiesto, in più occasioni,  al Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera di farsi autorizzare l’assunzione di nuove figure mediche, magari tramite avvisi pubblici, ma per tutta risposta lo stesso, ha affermato pubblicamente che il vice commissario Pezzi lo avrebbe messo alle strette, non consentendogli l’autorizzazione  all’assunzione di “ulteriore” personale, pena la sua rimozione da Direttore Generale.
A questo punto, da queste colonne, chiediamo al vice commissario Pezzi di fornire pubblicamente la sua versione dei fatti in un incontro che chiediamo fin da ora si tenga qui a Cosenza con tutta la struttura commissariale. Come operatori e cittadini  abbiamo necessità di capire perché questo nostro ospedale, negli ultimi anni è stato progressivamentedepotenziato.
Di tutto ciò intendiamo chiedere conto anche al Sindaco della Città di Cosenza, quale presidente della Conferenza dei sindaci, a cui rivolgiamo l’invito a indire, in tempi brevi, un Consiglio Comunale aperto in quanto le criticità organizzative e strutturali dell’ospedale si aggravano di giorno in giorno e coinvolgono tutti i reparti.
La  carenza di  medici e infermieri non è infatti, limitata solo al Pronto Soccorso ma è presente  in tutte le divisioni. E tale situazione peggiorerà ulteriormente con i numerosi pensionamenti che si avranno nel corso dell’anno.
Come medici che quotidianamente stanno in trincea e che conoscono le enormi problematiche in cui versa l’ospedale, siamo decisamente contrari alla gestione ragionieristica e clientelare dell’ospedale.
Riteniamo che ci sia bisogno di ridisegnare l’assetto delle Unità Operative in base ai bisogni di salute e che sia necessaria una programmazione della Sanità al passo con i tempi nonchésulla scorta dei dati epidemiologici relativi alle malattie che gravano maggiormente sulla nostra popolazione.
A questo proposito possiamo garantire il nostro impegno per la richiesta al Commissario ad acta, di una rivisitazione dell’atto aziendale.
Informiamo inoltre che già dalla prossima settimana, secondo il cronoprogramma che ci siamo dati, scatterà un’occupazione no stop dell’ospedale, con un punto d’incontro, davanti all’ospedale e che nei fine settimana proseguirà nelle strade principali della Città, per incontrare e coinvolgere più persone possibili, per una manifestazione di massa, a favore della riqualificazione e del rilancio dell’ospedale.
Ci scusiamo, fin da ora, per i disagi che potrebbero derivare  da un’eventuale, ma necessaria, sospensione dell’attività ambulatoriale per l’esterno.
Se è vero che ogni città ha l’ospedale che si merita, è necessario fare corpo comune per difendere una struttura, come quella dell’Annunziata, che ha tradizioni ecapacità professionali che non possono essere svilite ulteriormente, in nome e per conto di aridi concetti di economia, che fin qui si sono rivelati fallimentari.
Vi invitiamo pertanto a partecipare compatti alle nostre iniziative e a sostenerci in tutte le forme di lotta che si dovessero rendere necessarie, per la  difesa di un  bene comune, qual è il nostro ospedale, in un’ epoca come quella in cui viviamo  in cui tali valori sembrano ormai scomparsi.
I segretari aziendali di tutte le sigle sindacali dell’Ospedale di Cosenza:
CGIL Medici - Teresa Papalia
CISL Medici - Rodolfo Gualtieri
UIL Medici - Gianfranco Reda
ANAAO - Luigi Ziccarelli
SMI - Claudio Picarelli
FASSID - Gian Manlio Gagliardi
AAROI - Anna Monardo
CIMO  - Pietro Aiello
Malattie non trasmissibili. Cuore, cancro e respiratorie. In tutto oltre 6 decessi su 10. Ecco il piano d’azione OMS "2013/2020"
Circa il 63% dei decessi a livelloglobale nel 2008 sono stati causati da questo tipo di malattie. L’obiettivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è quello di ridurne l’impatto, cooperando in maniera multisettoriale, a livello nazionale e internazionale: a tale scopo è stato emanato il “Piano d’azione globale dell’OMS per la prevenzione e il controllo delle malattie non trasmissibili 2013-2020”, diffuso dal Ministero della Salute - Dipartimento della sanità pubblica e dell’innovazione Direzione generale dei rapporti europei ed internazionali (DGREI). 
Malattie non trasmissibili in numeri
36 dei 57 milioni di decessi verificatisi nel 2008 in tutto il mondo (circa il 63%) sono stati causati da queste malattie. Al primo posto vengono le malattie cardiovascolari (48%), seguite dai tumori (21%), le patologie respiratorie croniche (12%) e il diabete (3,5%). Ad accomunarle, quattro fattori di rischio comportamentale: consumo di tabacco, dieta non sana, inattività fisica e consumodannoso di alcool, come si legge nel Piano d’azione. Nel 2008, l’80% di tutti decessi (29 milioni) dovuti alle malattie non trasmissibili si è verificato nei paesi a basso e medio reddito; in questi ultimi la percentuale di decessi al di sotto dei 70 anni di età è più elevata (48%) rispetto ai paesi ad alto reddito (26%). Sebbene la morbilità e la mortalità dovute alle malattie non trasmissibili si verifichino principalmente in età adulta, l’esposizione ai fattori di rischio comincia precocemente nella vita. Se non si garantiscono la promozione della salute, la prevenzione delle malattie e un’assistenza completa, i bambini possono morire a causa di malattie non trasmissibili curabili, quali le cardiopatie reumatiche, il diabete di tipo 1, l’asma e la leucemia.
Se non si cambia, secondo le proiezioni dell’OMS, il numero totale annuo di decessi dovuti alle malattie non trasmissibili aumenterà fino a raggiungere i 55 milioni entro il 2030. Le conoscenze scientifiche dimostrano che èpossibile ridurre in misura considerevole il carico delle malattie non trasmissibili se vengono applicate in maniera efficace e bilanciata azioni di prevenzione e cura e interventi per la prevenzione e il controllo delle malattie non trasmissibili già disponibili e dal buon rapporto costi-benefici.
Agire conviene: ecco i costi-benefici
Secondo l’OMS, rispetto all’inazione, l’attuazione di strategie è molto conveniente: il rapporto costi-benefici a livello di individui e popolazione, in termini di spesa sanitaria corrente, è ottimo: ammonta al 4% per i paesi a basso reddito, al 2,5% per i paesi a medio reddito e a meno dell’1% per i paesi a reddito medio-alto e alto. Il costo di attuazione del Piano d’azione dell’OMS è pari a circa 940 milioni di dollari per un periodo di otto anni, dal 2013 al 2020.
Al contrario, la perdita cumulativa di produttività riconducibile alle quattro principali malattie non trasmissibili e ai disturbi mentali è stimata in 47.000miliardi di dollari USA. Tale mancata produttività rappresenta il 75% del PIL globale riferito al 2010 (63.000 miliardi di dollari). Questo piano d’azione, dunque, va nella direzione di un miglioramento, per salvaguardare la salute e la produttività dei paesi, operare scelte informate in materia, tra l’altro, di alimenti, media, tecnologia dell’informazione e della comunicazione, sport e assicurazione sanitaria e per individuare potenziali innovazioni per ridurre a livello mondiale la progressione dei costi dell’assistenza sanitaria in tutti i paesi. 
Obiettivi volontari a livello mondiale dell’OMS
- Riduzione relativa del 25% della mortalità totale dovuta a malattie cardiovascolari, tumori, diabete o patologie respiratorie croniche
- Riduzione relativa pari almeno al 10% del consumo dannoso di alcol, secondo quanto appropriato al contesto nazionale
- Riduzione relativa del 10% della prevalenza dell’insufficiente attività fisica
- Riduzionerelativa del 30% del consumo medio di sale/sodio nella popolazione
- Riduzione relativa del 30% della prevalenza del consumo di tabacco nelle persone di età pari o superiore ai 15 anni
- Riduzione relativa del 25% della prevalenza dell’ipertensione, oppure, a seconda della situazione nazionale, contenimento della prevalenza dell’ipertensione
- Arresto della progressione del diabete e dell’obesità
- Almeno il 50% delle persone che ne hanno i requisiti riceve terapia farmacologica e counselling(incluso il controllo della glicemia) per la prevenzione dell’infarto e dell’ictus
- Disponibilità dell’80% delle tecnologie di base e dei farmaci essenziali economicamente accessibili, generici inclusi, necessari per il trattamento delle principali malattie non trasmissibili, nelle strutture pubbliche e private.
La traduzione del testo OMS è a cura di Katia Demofonti – Ufficio III (Rapporti con l’OMS e con altre agenzie ONU) ViolaRita-q.s.                                                      Audizioni in III commissione sul Servizio 118
La documentazione in ordine alle disfunzioni del Servizio 118 in Puglia sarà inviata alle Procure della Repubblica e un coordinatore regionale avrà il compito di interfacciarsi direttamente con le singole ASL per verificare le situazioni in merito alle modalità di erogazione del servizio stesso. Sono state queste le decisioni assunte dalla III commissione del Consiglio regionale della Puglia che ha audito l’assessore al ramo Elena Gentile, il giornalista Antonio Loconte, autore di una serie di inchieste al riguardo che gli hanno causato minacce di morte e il sindacalista delle FSI (Federazionesindacati indipendenti) Francesco Balducci.
Dalle testimonianze di questi ultimi sono emerse una serie di disfunzioni con riferimento, tra l’altro, alla gestione dei codici non sempre appropriata; alla sussistenza di postazioni superiori al consentito della stessa associazione di volontariato in una ASL, laddove la normativa ne prevede un massimo di tre; al lavoro prestato nelle ambulanze dai volontari che tali sono solo sulla carta e che di fatto si configurano come dipendenti retribuiti a nero; alla richiesta di restituzione di una parte delle retribuzioni spettanti ai volontari; ad associazioni costituite da più componenti della stessa famiglia. Denunciati anche la mancanza del riposo settimanale, le carenza di personale nella centrale operativa, nonché di quello medico e infermieristico e in materia di sicurezza del lavoro.
L’assessore Gentile ha sottolineato che i direttori generali sono stati sollecitati sin dallo scorso agosto a relazionare in maniera dettagliata allaRegione sulle modalità organizzative del servizio e con riferimento anche ai rapporti con gli enti e associazioni di volontariato. L’assessore ha espresso la sua preoccupazione in merito alle dinamiche interne, che sono state poste in alcuni casi all’attenzione delle Procure della Repubblica ed ha sottolineato anche le difficoltà riscontrate per ottenere le informazioni richieste da parte delle direzioni generali delle ASL. Il percorso di internalizzazione nelle società in house è previsto in un quadro di compatibilità finanziaria. L’operazione attualmente non è stata ancora inserita nel piano spesa del 118. Comunque sono in arrivo – ha precisato l’assessore Gentile – le linee guida per la riorganizzazione complessiva del Sistema di emergenza urgenza (di cui il 118 costituisce solo un anello), in un’ottica di ottimizzazione di tutta l’organizzazione sanitaria dedicata.
Di qui la decisione delle commissione di procedere con un coordinatore specificatamente preposto che dovràinterfacciarsi con le singole realtà delle ASL. “Non è più possibile – ha detto il presidente della III commissione consiliare, Dino Marino - procedere secondo un percorso già visto. E’ questa l’esigenza espressa oggi”.
Il "crac" della sanità.
E’ di questi giorni la cronaca riguardante la situazione di caos all’Ospedale San Camillo di Roma, con barelle posizionate lungo i corridoi o addirittura materassi messi a terra per accogliere i pazienti a causa della penuria dei posti letto. Un situazione di tilt che non è certo unica. Anche cambiando latitudine e spostandosi alla periferia di Milano, lo scenario che incontriamo non si discosta di molto da quello di un girone dantesco. E’ quanto riportato da un’inchiesta pubblicata da L’Espresso, a firma Daniela Minerva.
Dopo aver trascorso una notte al Pronto soccorso dell’ospedale San Carlo di Milano, le scene descritte sono le stesse: non solo una situazione di caos e promiscuità tra pazienti, mancanza di privacy,dovuta all’assenza di spazi per accogliere queste persone, ma, soprattutto, quello che viene sottolineato è l’identikit di chi si trova a passare ore, se non intere giornate, nel Pronto Soccorso. Non basta infatti la sola riduzione a livello nazionale di posti letto a spiegare l’attuale caos dei nosocomi italiani, c’è anche la mancanza di quelle famose risposte sul territorio di cui si parla da decenni ma che ancora non si concretizzano. Ed ecco quindi che, a presentarsi nei triage dei PS, non sono i classici casi da "medicina di urgenza", quanto piuttosto un gran numero di anziani che, in mancanza di altri posti dove farsi controllare, occupano in maniera ’indebita’ quegli spazi rimanendo risucchiati in quel calderone di gente per ore ed ore. Vi sono anziani con una banale influenza o in stato confusionale, dovuto magari a una caduta da niente che non ha ferito il corpo ma spiazzato la mente, o ancora quelli che non riescono ad essere adeguatamente gestiti dai familiari e che vengono’parcheggiati’ nei Pronto Soccorso.
Quello che si sottolinea nell’inchiesta è come, oltre al danno ai pazienti che si trovano costretti a restare in condizioni troppo spesso umilianti, in questo modo si continua a perpetrare un ingente sperpero di risorse pubbliche: basti pensare che un letto costa oltre 1.000 euro al giorno. Nell’inchiesta, poi, vengono presentati in anteprima anche i dati contenuti nel Rapporto Oasi del Cergas Bocconi 2014. E qui emerge, ad esempio, come il grado di soddisfazione per le prestazioni offerte dal Servizio sanitario nazionale, oscilla molto a seconda delle aree geografiche cui si fa riferimento: possiamo quindi vedere come, mentre il 60,8% dei cittadini del Nord Est ritiene che il servizio pubblico offra tutte le prestazioni di cui si ha bisogno, alla stessa domanda, rispondono in maniera speculare solo il 34,5% dei cittadini del Sud e delle Isole. In totale, a livello nazionale, il 44,8% si ritiene soddisfatto dei servizi cui può usufruire, il 41,2%pensa che vengano coperte dal pubblico solo le necessità essenziali mentre per il resto si è costretti a rivolgersi al privato e, infine, 14% definisce insufficiente la copertura di cui può godere.
Tornando alla nottata trascorsa al San Carlo di Milano, si nota come causa della situazione sia anche il fatto che le strutture assistite sono pochissime e strapiene, come lo sono gli stessi reparti, ingolfati spesso perché costretti a tenersi i malati ben oltre il tempo necessario alla terapia ospedaliera. Perché? Non è una questione di semplice spreco o impeizia, è che non sanno dove mandarli per le cure che devono comunque fare. I tagli, si legge nell’articolo de L’Espresso, hanno spazzato via molte strutture, magari sprecone e da riformare, che però servivano a questi pazienti postacuti.
 E se il cronista finisce per arrivare ad "odiare" gli infermieri presenti per i loro modi bruschi nell’approcciarsi ai pazienti resta il fatto, come si evince dallo stesso articolo, chetutto quel carico di lavoro e sofferenza pesa su gente che guadagna meno di 1500 euro al mese, che ha subìto ristrutturazioni e tagli, che deve sopportare turni di lavoro fuori dal comune e che non viene mai e poi mai coinvolta nel governo dell’ospedale.
Allargando il campo visivo, non si può tacere che tutto questo avviene in un settore che, dal 2011 ad oggi, è stato soggetto a tagli per 30 miliardi e, come se non bastasse, centinaia di operatori andati in pensione non sono mai stati sostituiti a causa del blocco del turnover. L’ultimo a provarci, a tentare di dar via a quel processo di medicina del territorio che potrebbe dar sollievo a quella polveriera che sta diventando la quotidianità degli ospedali, è stato l’ex ministro della Salute, Renato Balduzzi, con il suo decreto che ad hoc che, però, non prevedendo fondi per dare il via a questo processo, è rimasto ovunque inattuato.
Dal Rapporto Oasi della Bocconi emerge chiaramente che mezz’Italia è sanitariamente al crack:l’austerità ha rimesso in gran parte i conti in ordine ma ha creato una crescente inadeguatezza dei servizi. La buona notizia, però, c’è. Ed è nella legge di stabilità: per la prima volta dal 2011 il Fondo sanitario cresce. Cresce di quei 2 mld dovuti alla mancata entrate in vigore dei ticket dopo la bocciatura da parte della Corte Costituzionale. O almeno, così ha dato rassicurazioni a più riprese il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Anche passando in rassegna il processo di spending review che dovrà essere portato avanti dal Commissario Cottarelli, ci sono state rassicurazioni circa il fatto che i fondi risparmiati saranno reinvestiti all’interno del Ssn.
 C’è però da dire che, per la prima volta, è proprio il dossier degli economisti della Bocconi a indicare il disastro della gestione economicistica della sanità. A partire dagli effetti dei cosiddetti Piani di rientro imposti alle regioni con deficit (Abruzzo, Calabria, Campania, Lazio, Molise, Piemonte, Puglia,Sicilia). I bocconiani hanno fatto i conti e misurato che "il disavanzo annuale del Ssn è notevolmente ridimensionato, sceso dall 17,3% del 2011 allo 0,9%. E questo anche perché scende il deficit sanitario delle regioni con Piano di rientro. Ma tutto questo non trova però corrispondenza sul piano della capacità di rispondere ai bisogni ed erogare servizi. I Piani di rientro, spiegano gli economisti, non sembrano sin ora stati capaci di attivare processi di positiva evoluzione organizzativa. In sintesi, dovendo rientrare dagli enormi debiti, le Regioni hanno iniziando ad aumentare le tasse locali e sforbiciare i servizi, in modo non proprio mirato. Quindi i conti sono migliorati, ma lariorganizzazione dei servizi non c’è stata e, anzi, questi sono peggiorati.
L’austerità ha fatto molto più male nelle Regioni del centro-sud, al punto che oggi il nostro è il Paese con maggiore disparità territoriale in Europa, in materia di sanità.
I dati Oasi mostrano che i ricoveri degli over65sono ben oltre le esigenze reali, con una media che, dal 2006 al 2011, è passata dal 4,6 al 4,8. In controtendenza, invece, i ricoveri inefficienti che, migliorando un po’ ovunque, passano dal 44,9% del 1998 al 31,9%% del 2011.
Nelle more di tutto questo, infine, gli amministratori che si trovano di dar seguito al mandato di ridurre ulteriormente i posti letto, passando ad una media di 3,7 per mille abitanti, e di riorganizzare la rete ospedaliera, si trovano di fronte ad un paradosso ben esemplificato dal ’caso’ Lombardia. La Giunta Maroni dovrebbe chiudere 170 piccoli ospedali perché la riorganizzazione nazionale chiede di eliminare quelli con meno di 120 letti. Ma se ciò accadesse, la regione finirebbe con l’avere solo 2,59 posti per mille abitanti, ben al di sotto di quanto posto come obiettivo dallo stesso decreto. 
Giovanni Rodriquez-q.s.
 (...)                                                                             Veneto, guerra tra Zaia e ospedali privati. L’opposizione: “Giunta rischia parecchio”
È sempre battaglia tra la sanità privata veneta e la Giunta regionale guidata dal governatore Luca Zaia. Una bagarre partita nel 2012, dopo alcune decisioni amministrative prese, arricchita da un altro tassello: la richiesta formulata alla sanità convenzionata di restituire parte dei rimborsi pubblici erogati in passato, per prestazioni svolte a supporto del sistema sanitario regionale. Che sia la goccia che faràtraboccare il vaso? Secondo l’Anisap del Veneto, l’associazione che rappresenta le “istituzioni sanitarie ambulatoriali private”, la cifra richiesta si aggira sui 4 milioni di euro, su prestazioni erogate anche dieci anni prima.
Soldi chiesti, per esempio, a laboratori di analisi, ad ambulatori per visite radiologiche e a centri di riabilitazione e di fisioterapia, che gli stessi però rifiutano di corrispondere, perché in contrasto col tariffario che a suo tempo fu stabilito e concordato tra le parti. Sono stati così depositati decine e decine di ricorsi al Tar di Venezia, ma il Tribunale amministrativo ha sentenziato di non essere competente e di rivolgersi alla giustizia civile. Cosa che comporterà la risoluzione del contenzioso in tempi biblici. Ma non è questo l’aspetto che fa montare la rabbia. È l’impossibilità di un confronto diretto con la giunta Zaia a far patire i maggiori malumori tra chi si occupa di sanità privata in Veneto.
“Mi stupisco – dice Gianpiero Fagan,presidente di Anisap – del fatto che non ci sia mai riuscito di incontrare Luca Zaia a qualche tavolo di trattativa, ma si debba dialogare solo attraverso avvocati o sentenze di tribunale. Io penso che sia dovere di un amministratore sentire i propri cittadini”. In ogni modo la Giunta fa quadrato attorno al suo presidente. Nel 2012 alla sanità convenzionata furono ridotti i contributi pubblici ed il giro d’affari del privato – come spiega Vittorio Morello, colui che rappresenta in Veneto l’Aiop, l’Associazione italiana ospedalità privata – vide mancare improvvisamente la cifra di 96 milioni di euro.
“Dovremmo però ricordare – aggiunge Morello – che la sanità convenzionata in questa regione dà lavoro a 4.500 dipendenti e serve almeno 3 milioni di cittadini”. “Nemmeno ai tempi di Brežnev…”, è la battuta che pare stia circolando per stigmatizzare il comportamento di questa Giunta. Ma secondo alcuni, al suo interno, non tutti la vedrebbero alla stessa maniera. L’assessore alla sanità,







   
 



 
20-08-2014 - Mobilità sanitaria -5-
07-02-2014 - Mobilità sanitaria -4-
07-08-2013 - Mobilità sanitaria -3-
08-02-2013 - Mobilità sanitaria -2-
14-12-2012 - Mobilità sanitaria
12-12-2012 - Sanità pubblica, profitti privati
25-11-2012 - Casta, super-presidio medico, sauna e profumi Chanel alla Camera.
08-11-2012 - Passera: “Io indagato? Non c’è incompatibilità con ruolo di ministro nè con quello che farò”
30-10-2012 - Amici e parenti, l’altra casta
25-10-2012 - WikiLeaks: ’Torture e sparizioni’
05-10-2012 - Noi, i ragazzi dell’eroina
24-09-2012 - E’ sparito il conflitto d’interessi
20-09-2012 - Abu Omar, Cassazione ordina nuovo processo per Pollari e Mancini (ex Sismi)
10-09-2012 - Quante mani ha in pasta Schifani
29-08-2012 - La ditta del sindaco leghista che inquina le acque della regione

Privacy e Cookies