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Oggetto:INCHIESTA "OSPEDALI..."
Con la presente, siamo a comunicare che la rivista Zapping pubblicherà servizi dedicati agli: “Ospedali - ASL" Per poterci agevolare nel nostro lavoro, chiediamo di fornirci dati utili sull’argomento, in particolare riferenti agli anni pregressi nei metodi e criteri della gestione della struttura e quant’altro possa risultare utile ai fini della nostra mirata ed attenta inchiesta. Distinti saluti LaRedazione Corte dei conti. In sanità moltiplicazione centri di spesa e irrazionale distribuzione risorse Medicina generale. Tutte le carenze della formazione Offerta formativa e qualità della didattica, retribuzione e tutela del medico in formazione, riforma del sistema formativo per la sostenibilità del Ssn. Questi i temi al centro dell’incontro, al ministero di Lungotevere Ripa, tra il ministro della Salute,Beatrice Lorenzin e i giovani rappresentanti di Fimmg Formazione. Sul tappeto le criticità del corso di formazione specifica in medicina generale raccolte in un dossier stilato dal sindacato e consegnato al ministro. Un percorso a ostacoli che rende la medicina generale sempre meno appetibile per i neo laureati. Problematiche che il Ministro, come hanno raccontato i rappresentanti della Fimmg Formazione, ha ascoltato con attenzione e competenza, ragionando concretamente su possibili soluzioni. Per questo ha dato mandato alla struttura ministeriale di mettere in atto i necessari approfondimenti subito dopo la pausa estiva. Non solo, si è convenuto sulla necessità di una maggiore professionalizzazione del corso di formazione individuando modalità d’inserimento dei medici in formazione in attività lavorative nell’ambito delle cure primarie, già durante il corso. “Sono soddisfatta del lavoro svolto – ha detto Giulia Zonno, coordinatrice nazionale Fimmg Formazione – che ha permesso,attraverso il lavoro di squadra, la creazione del dossier presentato, che ben descrive le innumerevoli criticità legate al nostro percorso formativo. Chiediamo attenzione nell’investimento sulla formazione specifica in medicina generale perché formare un buon medico oggi significa avere un professionista di qualità che domani curerà in maniera efficiente ed efficace 1.500 pazienti”. Le criticità. Sono molti gli ostacoli che i giovani camici bianchi devono affrontare per accedere alla carriera di medico di medicina generale. Criticità messe nero su bianco nel dossier consegnato al ministro Lorenzin. Si parte dalle differenze tra Regione e Regione. Ogni realtà locale ha realizzato programmi didattici e strutture delle scuole guardando alla normativa nazionale, ma con diverse interpretazioni. Soprattutto la medicina generale ha poco appeal sul medico neolaureato. I motivi? Tanti. Una scarsa retribuzione: appena 966 euro/lordi al mese, non sufficienti per potersi dedicareesclusivamente alla propria formazione. La percezione di minus rispetto al percorso formativo di specializzazione, a causa della situazione di disparità economica e all’assenza del titolo di “specialista” in medicina generale. A questo si aggiungono tempi lunghissimi. La reale durata del percorso di formazione in Medicina generale supera i tre anni di formazione: dalla laurea all’accesso alla professione di Mmg, attraverso l’ottenimento della Convenzione, possono passare anche 7 anni e 2 mesi. Persino nelle Regioni in cui vi è carenza di medici. Lungaggini, sottolineano i medici della Fimmg, essenzialmente legato a tempi burocratici di pubblicazione delle graduatorie, alla necessità del possesso di titoli già al momento dell’iscrizione ai concorsi, alla rigidità dei piani di studio di recupero per chi effettua sospensione del corso per maternità o malattia al di sopra dei 40 giorni. Le proposte Fimmg. Non solo criticità, nel dossier il sindacato ha indicato anche le coordinate peruscire dall’impasse. Sono state proposte, tra le molte soluzioni, tirocini decentralizzati sul territorio, nella direzione di una rimodulazione dell’offerta formativa ospedale versus territorio; la redazione di un documento che contenga un Core curriculum nazionale delle competenze e delle conoscenze da acquisire per poter diventare Mmg;la possibilità di scegliere il tutor in relazione alle proprie esigenze formative, come già definito dalla regione Lombardia. E ancora, una giusta retribuzione o, in alternativa, la possibilità di integrare il corso con esperienze lavorative professionalizzanti, definite a livello normativo, nell’area delle cure primarie. Ed anche l’individuazione delle risorse necessarie per rivalutare la borsa di studio secondo gli adeguamenti Istat.(...) intervista a Lorenzin: “Se un manager non funziona va rimosso. Il ministero riassuma i poteri che gli spettano. I soldi per il Patto ci sono, ma attenti a chi gioca contro”. Esenti dal ticketdisoccupati e cassintegrati Patto per la Salute, spesa sanitaria, spending review, riforma del territorio e standard per il personale sanitario. Ma anche responsabilità professionale, ticket e nuovo ruolo del ministero della Salute. Questi i temi sul tappeto per Beatrice Lorenzin, un ministro “innamorata” della sanità, come lei stessa si è definita. E’ un amore nato in questi primi nove mesi di Governo quello di Beatrice Lorenzin. “Ho imparato ad amare la sanità perché vi ho trovato una complessità di saperi e di opportunità straordinaria. La sanità è sicuramente salute e assistenza e quindi questione di vita e benessere per tutte le persone. Ma la sanità è anche uno straordinario volano di opportunità per il Paese e la sua economia. Investire in sanità vuol dire investire nella vita ma anche nella ricchezza del Paese. E con questa logica, per la prima volta, inseriremo la sanità e le sue strutture nel decreto di coesione e sviluppo che sta mettendo a punto il ministro Trigilia.E parliamo di miliardi di euro di investimenti per ammodernare il nostro sistema sanitario”. Ma oggi la priorità dell’agenda è senza dubbio il Patto per la Salute con le Regioni. L’atto che dovrà sancire la ripresa del settore dopo anni di tagli e disinvestimenti. E quindi è da qui che partiamo con la nostra intervista. Patto salute. Ministro Lorenzin, ci siamo veramente? Penso proprio di sì. Con le Regioni stiamo lavorando a tamburo battente. Il Patto è in fase operativa. Ma non vorrei che da qualche altra parte ci fosse invece la tentazione di mandare a monte tutta la partita. Cioè? Lo dico chiaramente. Il Patto si basa sulla certezza di un budget per la sanità emersa dal Def di dicembre, dalla legge di stabilità e confermata dallo stesso premier Letta. Grazie a questo noi abbiamo oggi un fondo sanitario ben individuato per fare il Patto e le cifre sono: 109,902 miliardi per il 2014, 113,452 miliardi nel 2015 e 117, 563miliardi nel 2016 (vedi approfondimento). Chiaramente con una clausola di salvaguardia implicita, legata al ciclo dell’economia, consapevoli del fatto che se dovessimo nuovamente trovarci sotto pressione con il Pil ancora in calo, sarà obbligatorio risederci attorno al tavolo e ridiscutere il tutto. Ma oggi queste sono le cifre e su queste non torno indietro. Molti soldi… Attenzione sono le risorse programmate che già scontano i tagli di 25 miliardi effettuati con le spending di Tremonti e Monti, calcolando solo gli effetti nel periodo 2013/2016. Quindi per la sanità non c’è un euro in più a quanto previsto dal quadro normativo vigente. D’accordo ma allora a chi si riferisce quando parla di “tentazione di mandare tutto a monte”? A tutti coloro che non si rendono conto della complessità del sistema sanitario e delle sue dinamiche e della stringente interconnessione tra ogni settore di spesa che rende estremamente pericoloso operare ancoracon la logica del taglio lineare. Il sistema non reggerebbe più e rischierebbe il collasso. Senza contare le sfide che abbiamo davanti sulla farmaceutica con l’imminente ingresso di nuovi farmaci importanti e costosi (basta pensare all’epatite C e ai prodotti in arrivo nel 2014 capaci di eradicare il virus ma che avranno un impatto economico di 3 miliardi di euro l’anno), sulla medicina personalizzata e la sfida delle sfide per essere protagonisti e non soggetti passivi dell’apertura dei confini sanitari che si è venuta a creare con la direttiva sulla medicina transfrontaliera. Il nostro orizzonte non sarà più la mobilità interna ma quella competitiva con Londra, Parigi, Berlino. Però non mi ha ancora risposto del tutto. Da chi teme un attacco al Patto? Dall’idea che, data la difficoltà di incidere con la spending review in molti comparti della PA dove non è così chiara la linea della spesa, si scelga ancora una volta la sanità dove è più facile tagliare conrisultati di risparmio certi e immediati. Solo un timore o sta già accadendo? In questo caso, più che in qualsiasi altro, vale la l’idea che “prevenire è meglio che curare”. E quindi giù le mani dal Patto. La spending sanitaria la faremo noi, con le Regioni. E loro sono d’accordo? Ho chiarito subito che questo Patto nasce dalla presa in carico delle Regioni di una realtà molto netta per la sanità: siamo in bilico dal punto di vista della sostenibilità finanziaria di un sistema che rischia di non reggere più nel prossimo futuro. Quindi da un lato il sistema va ammodernato per renderlo competitivo e più efficiente ma dall’altro bisogna fare anche scelte forti. E la domanda che ho posto ai territori è stata: siete in grado e ve la sentite di fare voi queste scelte forti o preferite che le faccia qualcun altro? Hanno risposto di essere in grado di farlo. E adesso vedremo. Dalle parole stiamo passando ai fatti, mettendo tutto nero su biancosul Patto. Ma quali sono queste azioni “forti”? Quelle in grado di abbattere definitivamente le sacche di sprechi e inefficienze ancora presenti nel sistema. E il mio mettere le mani avanti con il Mef, soprattutto, sta proprio qui. Voglio che sia chiaro il fatto che riuscire a tagliare ancora su sprechi e inefficienze in sanità non si traduce automaticamente in un taglio al budget. Perché la sanità ha bisogno di investimenti per cambiare. Il passaggio dall’ospedale al territorio non è gratis. Mettere a norma standard qualitativi e strutturali di quella metà dell’Italia sanitaria che non vede investimenti, chi dal 2006, chi dal 2009, non è gratis. L’informatizzazione del sistema, indispensabile per una governance moderna ed efficace, non è a costo zero. O riusciremo a fare questo e cioè tagliare per reinvestire oppure nessuno fermerà Cottarelli e i suoi tagli lineari. Tutto affidato alle Regioni, dunque? Non proprio. Non ne ho ancoraparlato alle Regioni ma io immagino un sistema di commissariamento per cui, ad esempio, come le Regioni incidono automaticamente sulla leva dell’Irpef per finanziare i sistemi in crisi, così, mano mano che si raggiunge l’equilibrio finanziario si riducono automaticamente le tasse per legge. E stiamo parlando di 2 miliardi di euro. Un’operazione in linea con gli obiettivi primari della spending review di Cottarelli, che sono quelli della riduzione del carico fiscale a cittadini e imprese. Nuovi Lea. Ci saranno tagli alle prestazioni attuali? Ci stiamo lavorando per aggiornarli e rispondere meglio ai bisogni della popolazione. Ci saranno new entry e qualche rimodulazione. Ma abbiamo già raggiunto un accordo importante sulle risorse per i nuovi Lea. Si tratta di 800 milioni di euro che, d’accordo con le Regioni, utilizzeremo per disegnare il nuovo paniere delle prestazioni del Ssn, recuperandoli da interventi specifici sull’appropriatezza nei ricoveri ospedalieri.E questa è una cosa rivoluzionaria, anch’essa in linea con la logica della spending interna, perché fino ad oggi le Regioni hanno sempre chiesto un extra budget per i Lea. E lo stesso avverrà per il nomenclatore tariffario per il quale stanziamo 350 milioni per aggiornare l’elenco dei dispositivi, fermo da 25 anni. Risorse che deriveranno anch’esse dalla spending interna. Ticket. La palla passa alle Regioni. Ma qual è la sua idea? Le Regioni stanno lavorando partendo dal presupposto di esentare nuove fasce di popolazione oggi in difficoltà come i disoccupati e i cassintegrati e contemporaneamente rivedere le attuali fasce di esenzione dove oggettivamente c’è molto da rivedere per evitare palesi abusi. E questa è anche la mia linea. Ma come pensa di riuscirci visto che sono anni che si parla di un ticket più equo ma senza costrutto? A differenza del passato abbiamo molti più dati, dall’anagrafe nazionale degli assistiti, alla tesserasanitaria e alla ricetta elettronica, da cui possiamo avere una vera e propria tabella del cittadino paziente/utente e dei suoi consumi reali. Tutti dati sui quali possiamo lavorare per rivedere il sistema di esenzione con successo. Cure primarie e H24.Riuscirà il Patto per la salute dove hanno fallito la riforma Bindi del ’99 e il decreto Balduzzi del 2012? Intanto dobbiamo riconoscere che la riforma del territorio è già in atto in molte parti d’Italia. Non siamo all’anno zero. E poi c’è ormai la consapevolezza che la riconversione dei piccoli ospedali e la creazione nel territorio degli indispensabili filtri al ricorso all’ospedale sia un processo ineludibile. E poi, come ho già detto, c’è la presa d’atto che la riforma delle cure primarie non si può fare a costo zero e infatti essa rientra tra quei settori dove investire con le risorse derivanti dalla spending sanitaria interna. Quindi, consapevolezza dell’irreversibilità del cambiamento ma anche dellanecessità di metterci risorse e impegni concreti. Tutto questo rende la sanità territoriale un obiettivo reale e raggiungibile in tutta Italia, non più nelle solite situazioni avanzate. Ma pensa che la nuova sanità territoriale si possa fare con medici, pediatri e specialisti convenzionati? Il problema non è essere dipendenti o professionisti. Il tema è cosa fanno questi operatori per il Ssn. E anche la medicina convenzionata è ormai in linea con il cambiamento e con la necessità di stare in rete. E lo stesso deve avvenire con le farmacie dei servizi che devono decollare e che saranno inserite nel Patto. In sostanza noi abbiamo due formidabili reti territoriali già operative, quelle dei medici di medicina generale e dei pediatri e quella delle 20 mila farmacie sparse su tutto il territorio. La riforma deve mettere a sistema queste reti già esistenti. Nessuna rivoluzione, abbiamo già tutti i presupposti perché la nuova medicina territoriale decollidefinitivamente. Personale SSN.Sembra un po’ il grande assente. Contratti bloccati, turn over a singhiozzo. Ma come si pensa di far andare avanti la sanità con gli operatori demotivati e arrabbiati? Intanto abbiamo stabilizzato 35 mila precari grazie al decreto fatto insieme al ministro D’Alia. Per quanto riguarda il blocco del turn over dobbiamo partire dal fatto che esso si lega alla mobilità che dobbiamo intendere sia regionale che nazionale. E quindi torna la questione degli standard: di quanti medici e infermieri abbiamo effettivamente bisogno? Dobbiamo fare gli standard, per adeguare la nostra dotazione di personale al cambiamento della medicina e dei nuovi bisogni di assistenza. E il contratto stesso rientra in una logica di pianificazione di tutto il comparto, ma in questo momento non sono in grado di fare una valutazione precisa sul “quando”, questa decisione spetta più al Mef che a noi. E’ certo che dobbiamo affrontarlo. Fino ad oggi gli operatorihanno capito le difficoltà economiche che hanno impedito la naturale rivalutazione degli accordi, ma adesso dobbiamo offrire loro un disegno chiaro del futuro. Non si può certo continuare così. I ginecologi hanno annunciato la decisione di un possibile nuovo sciopero nazionale delle sale parto a distanza di un anno da quello del 12 febbraio 2013. Il motivo è la mancata legge sulla responsabilità professionale e la mancata attuazione del Piano sui punti nascita. Cosa sente di dirgli? Sulla responsabilità professionale abbiamo costituito un tavolo al ministero della Salute per rivedere tutta la materia. Le proposte fin qui fatte non vanno bene. Dobbiamo conciliare l’esigenza del cittadino ad essere garantito sul risarcimento di un eventuale danno subito e quella del medico di poter operare con serenità riconoscendo una specificità giuridica all’atto medico. Ma rispetteremo i tempi e le nuove norme saranno pronte molto presto. Un’operazione che, a regime,stroncherà anche la medicina difensiva che oggi ci costa cifre tra gli 11 e i 13 miliardi l’anno. Per il Piano nazionale punti nascita la responsabilità è delle Regioni ma è certo che il ministero deve esercitare appieno la sua funzione di controllo e intervento laddove la situazione stagna. Riforma titolo V. Il segretario del Pd Renzi parlando della riforma del Titolo V della Costituzione, ha detto che prima di tutto si elimineranno le competenze “concorrenti”. Tra queste c’è la sanità. Pensa che la riforma annunciata, e che dovrebbe far parte del pacchetto di riforme concordato con il Pdl, toccherà anche la materia sanitaria? Renzi parla di quello di cui da anni parliamo tutti. Negli anni che ho passato in Commissione Affari Costituzionali e nella bicamerale per il federalismo non si è fatto altro che lavorare per aggiustare il titolo V. Ma dobbiamo essere realisti. A prescindere dal fatto che mi piaccia o meno il federalismo sanitario, la realizzazione delsistema sanitario regionale è costata 100 miliardi di euro, smontarla ne costerebbe altrettanti. Detto questo non esiste norma che dopo 13 anni non possa essere cambiata. Ci sono degli elementi del federalismo sanitario che non hanno funzionato e temi che devono essere ricondotti all’asset nazionale. E del resto se non lo si fa per legge lo si fa de facto. Cos’altro è il commissariamento sanitario di metà d’Italia? Quali sono questi asset nazionali? Poteri di controllo e intervento su governance, Lea e standard, compresi quelli per la dotazione di personale. Dobbiamo sapere di quanto personale abbiamo effettivamente bisogno, a tutti i liveli, compresi quelli amministrativi. Ma poi anche sulla ricerca scientifica e la spesa farmaceutica e all’accesso ai farmaci con la necessità di rivedere la funzionalità di Aifa che deve essere capace di dare risposte in tempo reale. E poi il tema della prevenzione: non possiamo pensare che a Milano se ho un tumore al seno vivoe a Reggio Calabria non mi fanno la diagnosi per tempo. Ma anche il tema delle grandi epidemie nell’agro alimentare che oggi affrontiamo fortunatamente in modo vincente ma che corrono su binari esclusivamente amministrativi burocratici, impensabili visto il livello dei virus. Il ministero della Salute deve diventare un dicastero di operatività non può essere un ministero di burocrazia. Vale a dire? Prima di tutto dobbiamo cambiare marcia. Questo ministero era stato ucciso, è rinato, ma ora deve essere rafforzato. Soprattutto nella sua attività di controllo sulla governance e sul rispetto dei livelli di assistenza. Se un manager di una Asl non funziona ma resta lì, noi dobbiamo avere la potestà di intervento con meccanismi di sanzioni più forti e questa logica deve entrare nel Patto. Insieme a nuove regole per l’arruolamento del management superando le norme attuali. Se oggi vuoi portare un manager “forte” in una struttura sanitaria in crisi non è così facilefarlo. E sul fronte delle decisioni in materia di spesa sanitaria? Oggi queste spettano al Mef, le rivorrebbe lei? Fermo restando che la materia dovrebbe essere del ministero della Salute, chiediamoci perché con il Decreto legislativo del 2009 che ha reistituito il ministero essa sia stata trasferita al Mef. Il motivo è semplice: il ministero della Salute non era stato in grado di gestirla. E’ un fatto con cui dobbiamo fare i conti. Oggi le cose sono cambiate e penso che si possa lavorare in modo diverso con il Mef, come la logica del Patto sta dimostrando. CesareFassari,q.s. Sangue infetto negli ospedali. Le vittime: “Come appestati” Un intervento chirurgico banale che si trasforma in una condanna. Una busta di sangue infetto e una operazione chirurgica per un ulcera gastrica diventa l’anticamera di vent’anni di sofferenze. “Un marito e un padre pieno di vita che proprio in ospedale ha contratto l’epatite C degenerata in una cirrosi epatica”. Una storia come ce ne sono tante da raccontare, storie che finiscono per essere dimenticate, ma che parlano di una strage silenziosa che dalla metà degli Anni ’80 hacoinvolto migliaia di famiglie non solo a Roma, ma in tutta italia. Epatite C e Aids, basta solo evocare queste due malattie per cogliere il dramma di chi ha avuto a che fare con uno scandalo che non continua solo nelle aule di tribunale. “Non possono andare in piazza a protestare, se il loro datore di lavoro gli vedesse perderebbero il posto”. La loro storia la racconta ad Affaritaliani.it l’avvocato Mario Melillo, dello studio Lana Lagostena Bassi. “Vivono come appestati, sono più di 300 i casi che seguiamo nel nostro studio romano, ma migliaia sono le persone vittime di una silenziosa strage di stato. Tuttora è pendente un processo penale per quelle partite di sangue diffuse dal servizio sanitario nazionale, mentre sulle domande di indennizzo pende la spada di Damocle della prescrizione”. E’ il caso di una madre che ha perso entrambi i figli, che, affetti da una malattia del sangue che non permetteva la coagulazione, l’emofilia, hanno dovuto assumere dei farmaci emoderivati“salvavita”. Così a 12 e 13 anni hanno entrambi contratto il viris dell’Hiv. “Si è scoperto che in realtà – spiega l’avvocato Mario Melillo – quella partita di farmaci erano stati preparati con plasma sanguigno da donatori mercenari, proveniente dall’estero. Pensi che in alcuni casi il plasma veniva da detenuti statunitensi. Sfuggirono a tutti i controlli e migliaia di famiglie vivono nel dramma”. Nel 2007 è nato un comitato per le vittime del sangue infetto e un presidio nel 2010 durato un mese in piazza Montecitorio a bordo di un camper li fa conoscere. “Ma il Governo rimane sordo e indifferente a oltre 5.000 decessi e 7.000 danneggiati – denuncia Sandra D’Alessio, vicepresidente del comitato – è necessario che non si torni parlare del sangue infetto, e che vengano aperte nuove indagini sulla base di esposti presentatidall’associazione”.(...) Cinque milioni di italiani non riescono a curarsi per problemi economici Sono sempre di più le famiglie sull’orlo della povertà e aumentano le persone che, non riuscendo a far quadrare i conti, rinunciano alle spese sanitarie. Nel periodo dal 2007 al 2012 la povertà assoluta in Italia è cresciuta di circa il 60%, arrivando a interessare il 6,8% della popolazione, quasi cinque milioni di persone. Nelle famiglie ’povere’ si spendono in media per la sanità 16,34 euro al mese (pari a circa il 2% dell’intero budget familiare), rispetto ai 92,45 di media delle famiglie italiane (3,7% delbudget). I dati preoccupanti emergono dal primo Rapporto sulla povertà sanitaria e sulla donazione dei farmaci in Italia della Fondazione banco farmaceutico (Fbf), che ha utilizzato informazioni provenienti dalla ’Giornata di raccolta del farmaco’ annuale (Grf), dalle donazioni delle aziende farmaceutiche e dai sistemi di monitoraggio degli oltre 1.500 enti caritativi che fanno parte della rete servita dal Banco, come riferisce un articolo per il nuovo numero on line dell’Almanacco della Scienza Cnr. Boom di donazioni. "Tra il 2007 e il 2013 la Fbf ha incrementato la raccolta di farmaci del 241%. I farmaci donati nell’ultimo anno sono stati 1.162.859", si legge nel testo. Questo aumento è dovuto da un lato alla crescita delle donazioni durante la Grf (+23%), dall’altro al boom delle donazioni aziendali (+1345%). Il trend di forte crescita della povertà ha però aumentato la forbice tra bisogno e capacità di risposta attraverso le donazioni. Se nel 2007 la giornata riusciva acoprire quasi il 55% delle richieste, nel 2013 siamo scesi al 43,2%. I farmaci più richiesti. Il picco di capacità di risposta è stato raggiunto nel 2011 (65,1%). Dal punto di vista economico, la Fondazione ha distribuito nel 2013 farmaci per oltre otto milioni di euro, rispetto ai 2,1 milioni di euro del 2007. Il 75% di questo valore è oggi garantito dalle aziende (era il 15% nel 2007). Per quanto riguarda le tipologie di farmaci donati, i più diffusi sono quelli contro l’acidità (11,5%), gli analgesici (11,2%), gli antiinfiammatori (7,7%), i preparati per la tosse (6,8%) e i farmaci contro i dolori articolari e muscolari (5,8%)". Meno vincoli. Nel corso del 2013, 24 aziende hanno effettuato 274 donazioni, per un totale di oltre 812 mila confezioni. La propensione a donare è crescente nel tempo e potrebbe essere incentivata rimuovendo alcuni vincoli normativi e burocratici che ancora rendono complesso il sistema. Alla Grf hanno aderito 3.366 farmacie, con un tasso di adesionepiù consistente al Nord (28% circa), rispetto a una media nazionale del 18,7%. Complessivamente sono state raccolte oltre 350 mila confezioni, di cui quasi una su tre in Lombardia.(...) Decreto Milleproroghe, pochi emendamenti approvati riguardanti la sanità Via libera ieri sera alla Camera, con 216 voti favorevoli e 116 contrari, al decreto milleproroghe già approvato dal Senato. La svolta è arrivata quando il comitato dei nove della commissione Affari costituzionali, convocato per valutare le proposte emendative accolte da maggioranza e Governo, è riuscito a scongiurare il ricorso all’ostruzionismo preannunciato dal M5S. Il decreto, a rischio scadenza, è stato approvato in prima serata dall’Aula dopo il ritiro di gran parte degli emendamenti presentati dal M5S, che ha ottenuto in cambio il via libera a 12 loro proposte di modifica. Le poche modifiche apportate al testo impongono ora un ulteriore passaggio a PalazzoMadama per il via libera parlamentare definitivo che dovrà avvenire entro il prossimo 28 febbraio. Pochi gli emendamenti approvati riguardanti la sanità, su tutti lo stop alla proroga del nomenclatore tariffario e quello riguardante il blocco per i dirigenti nominati dall’Aifa. Vediamo tutte le modifiche nel dettaglio. Sistri. Slitta al 2015 l’avvio del Sistri. Il sistema di tracciabilità dei rifiuti (Sistri), per i produttori iniziali di rifiuti pericolosi, e per i Comuni e le imprese di trasporto dei rifiuti urbani del territorio della Campania diventerà operativo da gennaio 2015 e non più dal prossimo 3 marzo. Nomenclatore tariffario. Bloccata la proroga dell’aggiornamento che contiene strumenti e prezzi risalenti alla lira oggi già sostituiti da strumenti più efficaci e meno costosi. Sul tema il M5S ha sottolineato icome si trattasse di “uno strumento obsoleto che, non venendo aggiornato dal 2001, da un lato includeva ausili e protesi che non esistono più, dall’altronon prevedeva ausili e protesi di recente realizzazione, importantissimi per la qualità della vita di persone diversamente abili”. Il M5S auspica ora che l’aggiornamento del nomenclatore “avvenga, da parte del ministro della Salute, anche attraverso la creazione di un tavolo pubblico con tutti i soggetti che si occupano del tema”. Aifa. Bloccata la proroga dei dirigenti nominati dall’Agenzia italiana del farmaco il cui contratto, a questo punto, scadrà il prossimo 31 ottobre 2014. A disporlo, un emendamento del M5S a prima firma Andrea Cecconi. “Andando in deroga rispetto a tutte le leggi sul contenimento della spesa, che per tutto il settore pubblico sono entrate in vigore dal primo gennaio di quest’anno, la scadenza alla proroga dei contratti per i dirigenti dell’Aifa era inizialmente stata fissata al 30 ottobre 2014 - ha spiegato il M5S -. Non bastasse, durante la discussione del Milleproroghe al Senato la scadenza era stata ulteriormente posticipata 31 marzo 2015. Unavolta giunta alla Camera, questa misura è stata abrogata grazie al nostro correttivo che andava a stoppare un’operazione a dir poco opaca, che ’puzzava’ di favore nei confronti di qualcuno. L’unica cosa che a questo punto auspichiamo è che una volta giunti a ottobre, non si tenti di realizzare un’ulteriore proroga. In tal caso, toneremo a sollevare la questione presso le sedi opportune”. Social card. Stop al trasferimento di 35 milioni dal fondo per i lavoratori esodati al finanziamento della social card. Sulla misura è intervenuta Paola Binetti (PI) che, parlando degli esodati come del "frutto di una politica sbagliata da parte dell’ex ministro Fornero", ha auspicato che il nuovo governo sappia ora "evitare una guerra tra poveri accogliendo la sfida di una politica che sappia andare incontro alle necessità dei più bisognosi". GiovanniRodriquez Torna l’incubo della poliomelite, nuovo virus paralizza 5 bambini Cinque bambini in California sono stati colpiti da un’infezione, ancora sconosciuta, simile alla poliomielite che li ha paralizzati. I 5 casi accertati saranno riportati in occasione del meeting annuale della American Academy of Neurology a Philadelphia. E’ quanto riferito online dalla NBC News, mentre sul sito di BBC Health si parla di una ventina di persone colpite. La polio e’ stata eradicata praticamente in tutto il globo ma altri virus possono attaccare il midollo spinale portando a una sindrome simile. La paura di questo virus è rimbalzata in questi giorni di casa in casa allanotizia di cinque bambini che hanno riportato paralisi molto simili a quelle da polio. Quello ritrovato in due bambini è però un virus solo simile a quello della poliomielite, l’enterovirus-68, mentre per nel caso degli altri tre piccoli malati non si è ancora riusciti a risalire alla causa. Tutti i bambini hanno comunque fatto registrare una paralisi ad uno o a entrambe le braccia o gambe in un crescendo rapido che ha raggiunto la massima estensione in due giorni. Prima della comparsa della paralisi, tre bambini hanno anche sofferto di una malattia respiratoria. Milleproroghe. Via libera dal Senato: il testo ora è legge. Le norme di interesse sanitario L’Assemblea, nella seduta di stamane, con 135 sì, 20 no e 78 astenuti, ha approvato definitivamente il provvedimento di conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 30 dicembre 2013, n. 150, recante proroga di termini previsti da disposizioni legislative (ddl n. 1214-B), che sarebbe scaduto il 28 febbraio. Salve lemodifiche apportate dalla Camera dei deputati lo scorso 18 febbraio. Sistri. Slitta al 2015 l’avvio del Sistri. Il sistema di tracciabilità dei rifiuti (Sistri), per i produttori iniziali di rifiuti pericolosi, e per i Comuni e le imprese di trasporto dei rifiuti urbani del territorio della Campania diventerà operativo da gennaio 2015 e non più dal prossimo 3 marzo. Nomenclatore tariffario. Bloccata la proroga dell’aggiornamento che contiene strumenti e prezzi risalenti alla lira oggi già sostituiti da strumenti più efficaci e meno costosi. Aifa. Bloccata la proroga dei dirigenti nominati dall’Agenzia italiana del farmaco il cui contratto, a questo punto, scadrà il prossimo 31 ottobre 2014. Social card. Stop al trasferimento di 35 milioni dal fondo per i lavoratori esodati al finanziamento della social card. Remunerazione farmacie. Resta lo slittamento della data per definire la nuova remunerazione delle farmacie prima fissata a gennaio 2015 e ora specificata "entro" la stessa data.Pagamento con Pos. Slitta di 6 mesi, dallo scorso 1 gennaio a giugno 2014, l’obbligo per commercianti e professionisti - compresi i medici - di accettare anche pagamenti con il bancomat in modo da consentire alla platea degli interessati di adeguarsi all’obbligo di dotarsi di Pos. Responsabilità medica. Colpevole il primario che si ’disinteressa’ dei pazienti degli altri medici del reparto. La sentenza della Cassazione Affidare una paziente alla cura di un altro medico non esclude né la responsabilità per imperizia del medico né quella per negligenza del primario che ha mancato di vigilare sulla salute della paziente supervisionando l’operato di medici del suo reparto attraverso un rapporto critico-dialettico. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza 4985/2014 depositata il 31 gennaio scorso, chiamataa pronunciarsi sul decesso per coma diabetico di una donna di 24 anni al terzo mese di gravidanza. La donna fu dapprima ricoverata nella clinica privata dove prestava servizio il suo ginecologo, ma “sebbene le condizioni della donna peggiorassero, i diversi medici che si alternarono tennero un atteggiamento noncurante”, si evidenzia nella sentenza. Oltre alla responsabilità per imperizia, legata alla mancata diagnosi, i giudici hanno infatti evidenziato la colpa per “negligenza” e “disinteresse” dei medici. In particolare quella del primario, per non avere vigilato sullo stato di salute della paziente mentre era assistita dagli altri medici del reparto. Aspetto, quest’ultimo, che gli avvocati difensori avevano invece invocato quale attenuante sulla base del principio di affidamento. Un richiamo “inconferente” la Corte di Cassazione. Perché “il primario era tenuto a ruolo di supervisione nei confronti degli altri terapeuti presenti nel reparto, anche quando i pazienti erano ad essiaffidati”. Ed “è evidente – secondo la Cassazione - che dovendo supervisionare, non ci si può passivamente affidare ma occorre instaurare un rapporto critico-dialettico con gli altri sanitari, tanto più quando il caso si rivela per qualunque ragione di problematica risoluzione”. Alla “gravissima imperizia rivelatasi nel non diagnosticare una banale, ricorrente patologia in presenza di chiari referti analitici e di sintomatologia conclamata e non equivoca”, per la Corte di Cassazione, dunque, nella vicenda si aggiunge “il disinteresse sostanziale nei confronti della sorte della vittima, un atteggiamento distratto, distaccato oltre misura, che rompe l’alleanza insita nella relazione terapeutica. Qui, più che la perizia è in questione la diligenza che, per chi esercita una funzione tanto alta deve essere massima”. Caso Avastin/Lucentis. Aifa: “Chi ci accusa studi bene le norme. Agiremo nelle sedi competenti per far valere le ragioni del nostro operato” “Pur essendo certa di aver chiarito la verità dei fatti dal punto di vista regolatorio, in considerazione di talune dichiarazioni effettuate nei propri confronti, l’AIFA agirà nelle sedi competenti per la tutela dei propri diritti nei confronti di chi ha collegato l’intesa collusiva tra due imprese farmaceutiche accertata dall’Antitrust che in sé non coinvolge la responsabilità dell’AIFA, né tale circostanza emerge dalla decisione dell’Autorità garante. L’AIFA, quale autorità regolatoria delfarmaco, infatti, non ha né i poteri né gli strumenti in possesso dell’Antitrust per prevenire e contrastare i comportamenti da quest’ultima sanzionati. Né si comprende come si possa ricollegare direttamente il comportamento elusivo delle aziende con l’ipotesi di episodi di corruzione che possano coinvolgere – più o meno direttamente - l’Agenzia. Nel frattempo da tutti gli attori sociali sarebbe auspicabile responsabilità e rispetto delle evidenze giuridiche. È per l’onore delle Istituzioni. Tutte. Anche di quelle da cui si dissente, legittimamente”. Si conclude così una nota durissima dell’Aifa diramata oggi in relazione al caso Avastin/Lucentis. Una presa di posizione articolata che riesamina tutta la vicenda dei due farmaci e della querelle che ha visto in campo medici e politici sulla questione del sé e come autorizzare in modo permanente l’uso di Avastin, un farmaco tutt’ora registrato per le malattie oncologiche, anche per le cure nel settore oftalmico. Aifaricorda che “l’uso off-label (ovvero per una indicazione terapeutica non autorizzata) di Avastin era stato già limitato in modo considerevole da alcune sentenze del Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio a seguito dell’autorizzazione all’immissione in commercio di medicinali con indicazioni approvate, in applicazione dell’art. 1, comma 4, della legge n. 648/1996 secondo cui “qualora non esista valida alternativa terapeutica, sono erogabili a totale carico del Servizio sanitario nazionale, […] i medicinali da impiegare per un’indicazione terapeutica diversa da quella autorizzata, inseriti in apposito elenco predisposto e periodicamente aggiornato dalla Commissione unica del farmaco conformemente alle procedure ed ai criteri adottati dalla stessa”. Inoltre – sottolinea ancora l’Agenzia del farmaco - “la Commissione Tecnico Scientifica (CTS) dell’AIFA decise, nel dicembre del 2012, di escludere Avastin per l’uso intravitreale off-label (ovvero per indicazione nonautorizzata) dalla lista dei farmaci erogabili a carico del SSN secondo la L. 648/96, basandosi sui rischi di sicurezza del medicinale richiamati da EMA e dalla concomitante presenza di un farmaco (Lucentis) specificamente studiato e registrato per l’uso intravitreale”. E non basta. Anche in relazione al prezzo di Lucentis, ritenuto troppo alto, l’Agenzia sottolinea come “al fine di vigilare sui costi per il Servizio Sanitario Nazionale e riconoscendo una possibile sovrastima del valore proposto dall’Azienda Novartis per il proprio farmaco Lucentis, l’Agenzia ha condotto un’intensa attività negoziale per abbattere il prezzo dello stesso dagli originali 1800 Euro (negoziati nel 2007) al prezzo attuale che, al netto degli sconti per il SSN, arriva ben al di sotto dei 700€”. Un prezzo, sottolinea Aifa “più basso di tutta Europa” da confrontare con prezzi che superano in molti i casi i 900 euro. Sul piano strettamente medico, poi, l’Aifa sottolinea “relativamente al trattamento delglaucoma neovascolare va nuovamente ribadito che bevacizumab (Avastin) e ranibizumab (Lucentis) sono due molecole simili come meccanismo d’azione (i.e.inibiscono il fattore di crescita vascolare VEGF) ma non identiche tra loro né da un punto di vista farmacologico, né strutturale perché Avastin è un anticorpo intero, mentre Lucentis ne è un frammento anticorpale, che ha emivita più breve e rimane in circolo meno tempo (2 ore contro circa 20 giorni). Attualmente non sono ancora stati effettuati studi di farmacocinetica o farmacodinamica su Avastin nell’uso intravitreale, necessari per soddisfare gli standard di registrazione, così come - pur esistendo una pratica clinica off-label - non sono mai stati effettuati studi per determinare la dose ottimale e il protocollo di trattamento di Avastin per uso oftalmologico”.(...) Spending review. Confermati tagli alla sanità. Cottarelli al Senato:"Entro il 2016 possibili risparmi nella PA per 34 mld. Anche la sanità darà il suo contributo, anche se contenuto" "Ho presentato ieri sera le mie proposte al comitato interministeriale per la revisione della spesa. Si tratta di una settantina di schede costruite sulla base dei rapporti dei gruppi di lavoro creati negli ultimi mesi. I numeri che presento sono al lordo degli effetti dei possibili tagli di spesa sulle entrate, anche perché questi effetti si possono valutare dopo aver rivisto l’intero quadro fiscale, di finanza pubblica e della crescita. Per il 2014 il massimo risparmio da me è indicato è di circa 7 mld, ma visto che siamo già in anno in corso, e considerando un certo margine prudenziale, penso che un numero ragionevole per l’anno in corso sarebbe i 3 mld di euro. Per il 2015 il massimo risparmio ottenibile è di 18 mld, mentre per il 2016 è di 34 mld circa, il 2% del Pil". Così il commissario per la spending review, Carlo Cottarelli, in audizione inCommissione Bilancio del Senato ha illustrato il suo pacchetto di misure per ridurre la spesa dello Stato. Cottarelli ha voluto da subito sottolineare l’assenza di tagli a Istruzione e Cultura, così come il fatto che le fasce di reddito più deboli saranno esentate da queste azioni. Le azioni proposte sono state suddivise in due macrogruppi: le prime sono quelle di immediata applicabilità che potranno portare risultati già dal 2014, mentre le seconde richiedono riforme strutturali della spesa che vanno iniziate ora ma che avranno effetti solo nel 2015 e 2016. Cottarelli ha poi previsto effetti ancora maggiori per il 2017. Entro la fine della prossima estate, il commissario per la spending review ha auspicato che possano realizzarsi dei Piani d’azione in tal senso. La sanità dovrà dare il suo contributo, anche se "in misura inferiore rispetto agli altri settori". Per Cottarelli sono ancora possibili risparmi intervenendo soprattutto sui ricoveri inappropriati e una più direttaapplicazione dei costi standard. Il tutto dovrà però avvenire "all’interno del Patto per la salute con le Regioni". Vediamo ora le misure di immediata applicazione elencate: - circa 4 mld di risparmio possibili per imprese partecipate a carico Stato e altri 2 mld ottenibili da quelle a carico delle Regioni; - nella PA la retribuzione è significativamente più alta rispetto alla retribuzione media pro capite, è possibile un intervento in questo senso; - la spesa per pensioni, che vale circa il 16% del Pil, può essere soggetta ad un contributo temporaneo di quelle oltre una certa soglia per fiscalizzare oneri sociali dei nuovi assunti. Una misura che vedrebbe esentati l’85% dei pensionati; - la Sanità dovrà contribuire, anche se in misura inferiore rispetto ad altri settori. Qui qualche risparmio va definito nell’ambito Patto salute, soprattutto sulla riduzione di sprechi per o ricoveri inappropriati e una più diretta applicazione costi standard; - i costi politica vannoridotti, visto che, mentre la spesa dello Stato si è ridotta in termini nominali nel 2009-2012, quella della politica è rimasta stabile; - stessa sorte dovàr toccare le spese per l’alta burocrazia e i gabinetti dei ministri. Anche qui non c’è stata nessuna riduzione e c’è spazio per intervenire. Per le auto blu Cottarelli propone un misto tra il modello attuato dal governo inglese e quello tedesco: si mantengano auto solo per i ministri e ci sia un pool di un massimo di 5 auto per Ministero; - tagli a tutti quei microstanziamenti contenuti anche nella legge di stabilità. E’ necessario riguardarne l’elenco e sfrondarle; - per i beni e servizi, occorre cambiare modo di acquistare nella PA. Nel breve periodo andranno fatti controlli a tappeto per tutti gli acquisti al di fuori delle regole attuali. Verificare quali contratti in essere non sono in regola e potrebbero essere rinegoziati. Questo il secondo gruppo, di più ampio respiro, che richiede riforme strutturali: - perbeni e servizi ci sono oltre 30mila centrali di acquisti in Italia, è importanti ridurre in maniera drastica le centrali di appalto, ne basterebbero 30-40; - sono possibili enormi risparmi sugli immobili di proprietà dello Stato; - ridurre i costi delle commissioni bancarie che lo Stato paga per riscuotere i tributi; - realizzare sinergie tra corpi di polizia. Ce ne sono cinque in Italia, il numero di forze di polizia rispetto alla popolazione è tra i più alti in Europa. E’ possibile un miglior coordinamento che, nel giro di 3 anni, possa portare risparmi significativi; - Enti pubblici da eliminare o razionalizzare; - digitalizzazione: fatturazione elettronica, pagamenti elettronici e riorganizzazione Ced, i risparmi sarebbero ingenti in 3 anni; - sedi periferiche dello Stato, è necessario domandarsi se una distribuzione a livello territoriale dello Stato sia ottimale a livello delle singole province - per le partecipate locali si deve distinguere tra quelle cheerogano servizi pubblici, per le quali viene suggerito un efficientamento con possibili fusioni o pagamento tariffe; e le altre che si potrebbero chiudere; - trasporto ferroviario, è necessario un efficientamento e una revisione tariffe; - spese per la difesa; - spesa per autorità indipendenti; - Camere di commercio; - Rai. Giovanni Rodriquez q.s Tumori del Pancreas. L’Italia è al 10° posto in Europa per qualità assistenziale. Il cancro al pancreas si èguadagnato l’appellativo di “killer silenzioso”. Nonostante provochi un numero di decessi quasi pari a quelli prodotti dal cancro al seno, infatti, nella maggior parte dei casi viene riconosciuto troppo tardi, rendendo il trattamento quasi impossibile. La maggior parte dei pazienti muore entro un anno dalla diagnosi. E’ la quarta causa di morte per tumore in Europa, uccidendo ogni anno più di 100.000 cittadini. Dato peraltro in aumento al contario di quanto avvenga per altre patologie oncologiche. E’ questo il quadro che emerge dalla prima comparazione mai effettuata in Europa sul trattamento del tumore del pancreas, l’Euro Pancreatic Cancer Index (EPCI), pubblicato oggi dall’ente di ricerca svedese Health Consumer Powerhouse (HCP). L’Indice, che analizza diverse aree ed utilizza 30 indicatori (tra cui diritti del paziente, informazioni, accessibilità alla cura, prevenzione, risultati del trattamento, diagnosi, farmaci e cure palliative) posiziona il nostro Paese al decimo posto inclassifica per qualità di assistenza, con 695 punti su 1.000, e dopo i Paesi Bassi (879), Danimarca (872), Francia (812), dall’Irlanda (807), Regno Unito (800 punti, sebbene registri uno dei tassi di sopravvivenza più bassi d’Europa), Slovacchia (733), Svezia (725), Belgio (719) e Germania (718). Ecco la classifica integrale e il dettaglio per indicatore, Paese per Paese. L’Italia, insomma, non se la cava male. In particolare, insieme a Cipro, Danimarca, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Norvegia, Polonia, Romania e Spagna, siamo ai primi posti per quanto riguarda la diagnosi. Ma c’è anche più di una carenza nell’assistenza che il nostro Paese offre ai malati di tumore al Pancreas. Ma non è tutto rose e fiori. “Nonostante in Italia il tasso di sopravvivenza di 5 anni sia tra i migliori, i risultati dei trattamenti sono nel complesso poco documentati, a scapito del miglioramento ed efficacia della cura”, spiega Arne Bjornberg, responsabile dei lavori di compilazione dell’Indice HCP. Nonsolo. Anche in termini di diritti ai pazienti, accesso alle informazioni a favore di una scelta partecipata e percorsi diagnostici, il sistema sanitario italiano “si posiziona bene”. “Ma contrariamente alla media, i tempi di attesa per le cure oncologiche sono troppo lunghi e ci sono margini di miglioramento per l’ accesso alle cure palliative”. L’Italia è tra i Paesi (4 su 5) dove gli esiti dei trattamenti non sono monitorati e non vi sono buone pratiche di riferimento. Eppure l’indice rivela che le possibilità di sopravvivenza sono due volte superiori nei paesi europei che si sono classificati ai primi posti, rispetto a quelli con le peggiori prestazioni. L’Italia, secondo il Rapporto, resta dunque ancora distante dai migliori standard europei. E in molti altri Paesi va ancora peggio. Al contrario, “i Paesi Bassi, la Danimarca, la Francia e l’Irlanda sono esempi positivi”, spiega Ann-Marie Yazbeck, project manager dell’EPCI. “Il personale medico dimostra una maggioreconsapevolezza della malattia ed i risultati dei trattamenti sono relativamente ben monitorati e documentati. L’aspetto incoraggiante è che si possono individuare aree di miglioramento. Due fattori in cui l’Italia deve migliorare sono il monitoraggio e la documentazione dei trattamenti del tumore”. L’esigenza di buone pratiche Nella definizione di buone pratiche nel trattamento del cancro al pancreas, l’indice identifica alcuni aspetti fondamentali, ovvero:: - Una maggiore formazione dei medici di base per migliorare le conoscenze della malattia e fornire strumenti che consentano il riconoscimento dei sintomi. - Una diagnosi precoce come elemento essenziale per l’efficacia della cura. - Un accesso più rapido ai consulti specialistici ed agli interventi chirurgici. - Un monitoraggio ed una documentazione sistematica dei risultati dei trattamenti. - Comunicazione ai pazienti sulle possibilità di cura ed inclusione di elenchi dei chirurghispecializzati in questa patologia ed opportunità di cura all’estero.(...) Diabete. Cittadinanzattiva e Fand: "Piano recepito solo da 13 Regioni". Un documento in 10 mosse per attuarlo Attivare in tutte le Regioni le Commissioni regionali per il diabete e valorizzarne a pieno il ruolo, LEA specifici per la patologia, priorità alla prevenzione, accesso appropriato alle prestazioni sanitarie, anche quelle innovative, attraverso un valido processo di HTA, riduzione delle difformità regionali per garantire di fatto le stesse opportunità terapeutiche a tutti i pazienti affetti da diabete. Queste alcune delle indicazioni contenute nella “Raccomandazione civica sulla malattia diabetica” presentata stamani a Roma presso la Federazione Nazionale della Stampa Italiana da Cittadinanzattiva e Fand, l’Associazione italiana diabetici, con il contributo di un tavolo di lavoro di esperti composto da A.D.I.-Associazione italiana di Dietetica e nutrizione clinica, AMD -Associazione Medici Diabetologi, FIMMG –Scuola nazionale di Medicina degli stili di vita, IPASVI -Federazione Nazionale Collegi Infermieri professionali, SID -Società Italiana Diabetologia, SIFACT -Società Italiana di Farmacia Clinica e Terapia, SIMG -Società Italiana Medicina Generale - Area metabolica, SNAMID -Società nazionale di aggiornamento per i MMG. Il diabete, ricordano Cittadinanzattiva e Fand, è una delle malattie cronico-degenerative più diffuse in Italia (prevalenza: 5% della popolazione), gravata da molteplici complicanze sia sull’attesa che sulla qualità della vita del paziente. Le Regioni con maggiore incidenza di diabete sono la Basilicata (7,8%) e la Calabria (7,6%). I costi sanitari diretti del diabete rappresentano il 10-15% dei costi dell’assistenza sanitaria, con un costo pro-capite pari a 3.348 euro l’anno per paziente. Obiettivo del documento è dunque promuovere l’implementazione sostanzialedel Piano Nazionale Diabete su tutto il territorio nazionale, “nonché riaffermare la centralità della garanzia dei diritti dei pazienti nelle politiche sanitarie pubbliche, come quelli all’accesso, alla qualità, alla personalizzazione, all’innovazione e alla sicurezza delle cure”. La Raccomandazione è rivolta a tutti gli stakeholder impegnati nel percorso assistenziale della persona con diabete, così come ai decisori nazionali o locali coinvolti. “Il Piano Nazionale Diabete è stato pubblicato nella G.U. del 7 febbraio 2013. Pur rappresentando l’atto di programmazione sanitaria più avanzato, unico Piano Nazionale per una specifica patologia, la piena riuscita del Piano è subordinata alla sua effettiva attuazione da parte di Regioni e Province Autonome, nonché da una costante attività di vigilanza, tanto istituzionale quanto civica”, ricordano i promotori della Raccomandazione. “Per garantire i diritti delle persone con diabete è necessario un cambio di passo da parte di tuttele Istituzione coinvolte. Infatti, ad oltre 1 anno dalla pubblicazione del Piano Nazionale Diabete, sono ancora solo 13 le Regioni Italiane che lo hanno recepito formalmente e il recepimento da solo non basta. Un altro nodo da affrontare è quello sollevato dall’Associazione Medici Diabetologi (AMD), dalla Società Italiana di Diabetologica (SID) e dall’Associazione Italiana Diabetici (FAND), rispetto alle nuove indicazioni prescrittive per le terapie basate sulle incretine definite dall’AIFA. Su questo chiediamo che l’AIFA e il Ministero della Salute attivino subito un tavolo di confronto con le Società scientifiche e con le Associazioni di pazienti e cittadini al fine di superare le attuali difficoltà. Nei prossimi giorni Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato interverrà con azioni mirate e concrete presso le Regioni inadempienti”, ha spiegato Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato. Affinché si possa giungere alla piena attuazione eimplementazione del Piano Nazionale Diabete, Cittadinanzattiva e Fand avanzano dunque dieci proposte di carattere politico, economico, sociale e sanitario che, se attuate, migliorerebbero, secondo le due associazioni, l’assistenza socio-sanitaria alle persone con malattia diabetica. Queste, in estrema sintesi, le 10 mosse proposte: 1) dare piena attuazione al piano nazionale diabete e implementarlo a livello regionale 2) attivare le commissioni regionali per il diabete 3) priorità alla prevenzione 4) definire livelli essenziali di assistenza specifici per la patologia 5) individuare pdta e modello della rete dei servizi 6) garantire un equo accesso alle terapie farmacologiche 7) empowerment delle associazioni e dei pazienti 8) formazione continua per i professionisti, adeguata informazione per i pazienti 9) innovazione e health technologyassessment 10)rafforzare il sistema di valutazione, la lotta agli sprechi e la valorizzazione delle best practice Def. Lorenzin stoppa Padoan: “In sanità niente tagli con l’accetta. Risparmi possibili ma devono restare nel settore” "In ragioneria fanno i ragionieri, noi abbiamo bisogno di manager sanitari, non di ragionieri. Né tanto meno di tagli con l’accetta". Beatrice Lorenzin, in uncolloquio con l’Huffington Post, il quotidiano on line diretto da Lucia Annunziata. Alla vigilia della presentazione del Def, atteso per martedì prossimo, si infittiscono infatti le voci di possibili nuovi tagli alla sanità(il Sole 24 Ore ha parlato di possibili sforbiciate al Ssn solo per quest’anno per 2-2,5 miliardi di euro) e Lorenzin ancora una volta stoppa i colleghi di Governo: "Spero che quelle che sto leggendo sui giornali - avverte - siano indiscrezioni tipiche delle fasi in cui si cerca di reperire fondi". "Non voglio fare polemiche - puntualizza il ministro - ma per competere sul piano nazionale, investire sulla ricerca e garantire ai cittadini dignitosi e assistenza ospedaliera abbiamo bisogno di miliardi di euro di investimenti. Nessuno immagina che si possano chiedere allo Stato questi miliardi ma ce la possiamo fare attraverso il patto della salute chiesto alle regioni, diverso da quello del passato". Per Lorenzin "serve un processo di riorganizzazione che puòdurare da uno a tre anni. Stimo un recupero attorno ai 10 mld ma voglio vedere le regioni che cosa dicono. Questi fondi vanno reinvestiti in sanità e anche lì bisogna dire dove vengono allocate le risorse. In questo modo possiamo far fronte alle necessità dei cittadini altrimenti la vedo difficile". "Ci sono – spiega ancora il ministro all’Huffington Post - ancora margini di ruberie, tangenti, mal governo ma la mala gestione e l’incapacità, che sono negative, vanno risolte con degli strumenti che oggi noi abbiamo. Fare i tagli lineari non significa eliminare questi sprechi, significa solo andare a incidere su ciò che serve ai cittadini e cioè i farmaci, assistenza in ospedale, i pronto soccorso, la possibilità di avere accesso alle diagnosi. Facendo prevenzione si va a incidere sui margini di spreco". "Se noi diamo tutto quello che riusciamo a risparmiare alla spending lo Stato poi ridarà alla sanità i soldi che ha bisogno per fare gli investimenti?", si chiede Lorenzin. "No.Quindi è una scelta politica di fondo. Io credo - prosegue - che ognuno debba fare il suo lavoro con grande responsabilità, possiamo immaginare dei meccanismi in cui le regioni con un piano di rientro possano mano a mano ridurre le tasse". A chi annuncia invece chiusure di ospedali e Asl, il ministro della Salute replica: "I risparmi non si fanno con l’accetta ma richiedono ingegneria sanitaria e fiscale". La riforma della sanità non può essere fatta senza i saperi chi ci lavora dentro Gentile Direttore, la proposta del DEF per la sanità trova una delle sue più importanti formulazioni nella seguente premessa: “…Il Servizio Sanitario Nazionale ha oggi di fronte una sfida assistenziale imponente per conciliare il mantenimento degli standard e dei risultati conseguiti con le esigenze di razionalizzazione dellaspesa pubblica”. Si tratta di una strategia ampia, da policy maker appunto, una piattaforma per strategie e programmi, incentrata ancora sull’efficienza, in cui spiccano alcuni elementi rilevanti. Innanzitutto il concetto di “sfida” che implica una tensione a “competere agonisticamente contro qualcuno” (rif. Zingarelli) o qualcosa, in vista di un obiettivo “imponente”: un’assistenza più efficace? un’assistenza più innovativa? Insomma, un nuovo modello capace di rispondere ai fabbisogni assistenziali in un modo più efficace del modello attuale? No, nulla di tutto questo. In un’ottica gattopardesca, occorre mantenere, lasciare invariato il modello (gli standard) e dirci soddisfatti dei risultati conseguiti, ma razionalizzando (addirittura!) le risorse a disposizione di questo modello. Alcuni mesi or sono l’onorevole Binetti ci ricordava dalle pagine di questo quotidiano che questo è il modello in cui “certamente il paziente non sperimenta la sostenibilità virtuosa, quella che rispondedavvero ai suoi bisogni, ma sperimenta liste d’attesa, ticket, strutture obsolete, carenza di personale e via dicendo”. Siamo ad un passo da una svolta epocale e sarebbe un peccato non riuscirla a realizzare, perché a ben pensare questa non mi sembra una strategia particolarmente sfidante, mi appare invece una strategia da buona madre di famiglia che cerca di fare quadrare le uscite del bilancio familiare con le entrate sempre più ridotte e fa di necessità virtù. Forse già è molto ma non particolarmente ambizioso. Si potrebbe obiettare che il documento continua, affermando: “….allo stesso tempo si basa sul ripensamento dell’attuale modello di assistenza, con l’obiettivo di garantire prestazioni rivolte a chi ne ha effettivamente bisogno.” Tale programma di “ripensamento dell’attuale modello di assistenza” sembra chiarito più avanti: “La sostenibilità finanziaria del SSN nel medio-lungo periodo, anche in relazione alle tendenze demografiche in atto, ha come punto dipartenza lo sviluppo del modello di governance del settore sanitario”. Il criterio che sembra guidare tale proposta è quello del calcolo delle conseguenze finanziarie derivanti dall’adozione di un modello organizzativo: il fine ultimo è la massimizzazione della dimensione finanziaria, pertanto la convergenza di procedure, principi e approcci è funzionale a tale obiettivo: “Incrementare l’efficienza e la sostenibilità finanziaria del SSN, assicurando un più elevato livello di benessere e di salute della popolazione”. L’innalzamento della spesa sanitaria è certamente frutto di inappropriatezza e comportamenti opportunistici di provider pubblici e privati ma anche di illegalità e corruzione; indubbiamente in sanità ci sono ampi spazi di crescita sotto il profilo della lotta agli sprechi e inefficienze, rispetto alle quali i servizi di controllo di gestione possono svolgere un egregio lavoro; ma c’è una crescita della spesa dovuta anche all’innalzamento dell’aspettativa di vitache deve richiedere risposte opportune e necessarie se non si vuole cadere in una società dove prevalga la cultura dello ’scarto’ e nella quale invece il paziente deve poter trovare una risposta solidale alle sue fragilità. Il taglio della spesa, effetto dei tanti piani di rientro, sembra piuttosto la risposta conseguente ad un’impostazione di management sanitario che impone la cogenza dei suoi piani di rientro come un’arida teorica di doveri tesi a sanare un deficit ma che dimenticano in definitiva il fine ultimo di un servizio sanitario: la soddisfazione dei fabbisogni di salute. Sono molto d’accordo con il Prof. Cavicchi quando dice che “Non credo che si possa cambiare nella sanità senza passare per chi ci lavora“. “Un ripensamento dell’attuale modello di assistenza”, un’alternativa autenticamente riformatrice, al di là del dibattito tra neocentralismo e decentramento, deve passare dal rifondare il management sanitario su un’etica del lavoro ben fatto, che ridia alladimensione economica la sua giusta collocazione, di strumento rispetto a quello che è il fine del servizio sanitario e cioè la soddisfazione dei bisogni di salute, in modo tale che: un direttore generale possa perseguire gli obiettivi imposti dal suo assessorato non a scapito dei suoi operatori aziendali, ma realizzando le condizioni organizzative che consentano ai vari operatori (medici, infermieri, amministrativi, fornitori….) di realizzare nel migliore dei modi il loro contributo e definendo le strategie dell’azienda, attraverso un’attenta analisi dei fabbisogni epidemiologici della sua comunità di riferimento; il medico possa curare senza ricorrere alla pratica inutile, dannosa e costosa della medicina difensiva; il paziente possa collaborare quale beneficiario della cura anche ricorrendo ad una maggiore prevenzione e correzione dei suoi stili di vita. Si è prodotta una importazione o forse è meglio dire una deportazione di manager dalle imprese di altri settori, pensando checiò fosse sufficiente a raggiungere gli obiettivi di efficienza del sistema, senza avere cura che questi soggetti avessero una conoscenza approfondita delle peculiarità del settore sanitario. Un processo di riforma della sanità non può essere condotto da chi non conosce i processi assistenziali, perché questo deficit di conoscenze non solo non produrrà gli effetti sperati sulla lotta alle inefficienze ma si tradurrà in una semplicistica riduzione dei livelli di assistenza, secondo una logica da tagli lineari diversa dalla logica della revisione intelligente della spesa. Un progetto di cambiamento in sanità richiede una conoscenza profonda di tale settore e delle sue peculiarità: “…è dimostrato che quando si manda un buon manager in una struttura in crisi in 6 mesi si ha un capovolgimento della situazione”. Bene dice il nostro ministro. Ma occorre che ci si metta d’accordo sul concetto di “buon”. Conto economico e stato patrimoniale sono strumenti indispensabili per valutareeconomicità e solvibilità, necessari per evitare inutili perdite di efficienza, ma occorre anche un approfondito percorso di conoscenza del modo in cui si realizza un profilo di cura, degli attori che partecipano alla sua erogazione, dell’impatto della cura sui pazienti e sulle loro famiglie ed in generale sulla comunità di riferimento e sull’ambiente, per poter realizzare quegli interventi che innanzitutto possano migliorare le condizioni di salute della popolazione. C’è bisogno di nuove metriche, di nuovi sistemi di valutazione costruiti per un settore così peculiare in cui addirittura una certa perdita economica, causata non da intollerabili inefficienze ma da prestazioni complesse caratterizzate dalla incidenza di costi variabili elevati (es. protesi) e non adeguatamente remunerate, possa considerarsi sostenibile (forse questo è troppo rivoluzionario!?) se valutata alla luce della qualità e dell’efficacia del servizio sanitario erogato. Fabrizio Russo phd-Direttore AltaScuola,Collegio Universitario ARCES(...) Tumore al polmone, i nuovi farmaci e le speranze C’erano una volta la chirurgia oncologica e la radioterapia. I tumori, fino a pochi decenni fa, si curavano così, passando prima dalla sala operatoria e quindi dal reparto di radioterapia. Per i malati di tumore maligno del polmone, negli anni Settanta, questo significava poter contare solo sull’aiuto dei chirurghi, di una terapia di supporto - che fossero antidolorifici o farmaci per prevenire le infezioni - e della buona sorte. La sopravvivenza media non superava i cinque mesi, e l’arrivo dei chemioterapici (come quelli a base di platino), da soli o presi in combinazione, riuscì appena a raddoppiare questa sopravvivenza, portandola a dieci mesi negli anni Duemila. Poi qualcosa è cambiato: abbiamo capito che il fallimento delle terapie partiva dal considerare tutte le diagnosi di tumore al polmone identiche. Ci limitavano a classificarlisolo sulla base delle caratteristiche istologiche delle biopsie, ma sostanzialmente tutti i malati venivano trattati allo stesso modo. Questo è accaduto fin quando il sequenziamento del genoma ci ha permesso di scoprire e capire che ogni tumore è un mondo a sé: ognuno ha le sue alterazioni genetiche, che siano traslocazioni, riarrangiamenti cromosomici o semplici mutazioni nella sequenza del Dna, che portano la cellula a proliferare in maniera incontrollata. Seguendo diverse strade: inibendo la morte cellulare, o favorendo l’angiogenesi oppure ancora aumentando l’instabilità genetica. Abbiamo cambiato quindi il modo di diagnosticare il tumore al polmone, non più considerandone solo il profilo istologico (ovvero le caratteristiche del tessuto dell’organo) ma anche sulla base di quello genetico e molecolare. E con la diagnosi è cambiata anche la terapia: ogni mutazione della cellula tumorale è diventata il bersaglio di un trattamento specifico, sviluppato contro la modificamolecolare alla base della neoplasia. Perché se i pazienti non sono tutti uguali allora non possono esserlo neanche i trattamenti che ricevono. Oggi è diventato possibile personalizzare le terapie abbinando a ciascun paziente il miglior trattamento per il suo tumore e questo ha portato alla definizione di terapie specifiche nel carcinoma del polmone, nel 15-20 per cento di tutti i casi. I risultati della ricerca hanno quindi trasformato anche il modo in cui il paziente viene preso in cura. Oggi, non appena viene diagnosticato un tumore al polmone, si procede all’isolamento del Dna dal tessuto prelevato con la biopsia e tramite alcune tecniche di laboratorio (come la Fish, la pcr, o il sequenziamento genetico) si rintraccia l’alterazione genetica che è alla base della proliferazione incontrollata e quindi della neoplasia. Negli Usa, in Germania e in Francia esistono delle piattaforme nazionali che consentono in dieci giorni di avere un’analisi molecolare di questi tumori ela definizione, insieme alla diagnosi di tumore, anche della specifica alterazione molecolare che ne è alla base. Si tratta di un’informazione fondamentale perché consente di giungere al più presto alla terapia più logica per quel tumore. In Italia abbiamo molti centri che sono in grado di fare questo tipo di analisi, ma non abbiamo ancora una piattaforma nazionale che ci consenta di mettere insieme tutti i dati. Manca una rete fra i centri che consenta di fornire al paziente una diagnosi accurata per il suo tumore, ovunque il paziente si trovi sul territorio. Nel caso del carcinoma polmonare è possibile risalire alla specifica mutazione all’origine della malattia per la metà delle diagnosi effettuate. Il dato negativo è che in circa il 50 per cento dei casi ancora non abbiamo capito quale sia la causa del tumore, gli eventi molecolari che scatenano la neoplasia. Ma considerando i numeri della malattia – ogni anno nel mondo si registrano 1,5 milioni nuovi casi e sono 1,2 milioni lepersone che muoiono ogni anno al mondo per colpa di questa malattia, più di quanto facciano insieme tumore mammario, cancro colon retto e alla prostata – sono tantissime le situazioni in cui possiamo risalire alla modifica molecolare all’origine della malattia e quindi indirizzare il paziente verso la strategia terapeutica a lui più adeguata. Nel tumore del polmone ci sono almeno tre alterazioni contro cui è possibile intervenire, con notevole efficacia, con farmaci mirati: piccole molecole sintetizzate sulla base delle informazioni di biologia molecolare, che possono essere assunte per bocca e che colpiscono in maniera selettiva l’alterazione all’origine della neoplasia, come gli inibitori degli enzimi tirosin-chinasi. Il caso in cui si è avuto più successo è quello della mutazione che colpisce il gene del recettore del fattore di crescita dell’epidermide (Efgr), che è molto importante perché rappresenta l’alterazione alla base di circa il 10-15 per cento di tutti gliadenocarcinomi negli europei, mentre è presente nel 40 per cento dei casi della popolazione asiatica e colpisce prevalentemente, ma non esclusivamente, donne relativamente giovani e non fumatrici. Le mutazioni che interessano il gene Egfr attivano un enzima che se è alterato causa la proliferazione incontrollata della cellula e quindi il cancro. Ma se riusciamo a bloccare l’iperattivazione di questo enzima – attraverso molecole che lo inibiscono - possiamo contrastare la crescita della neoplasia, ed è quello che fanno farmaci quali l’afatinib, l’erlotinib e il gefitinib. In tutti gli studi in cui questi medicinali sono stati confrontati con la chemioterapia tradizionale si è dimostrato che queste terapie mirate hanno sempre determinato un miglioramento delle risposta terapeutica, una migliore qualità di vita, un allungamento del tempo di progressione libera da malattia e complessivamente un aumento della sopravvivenza mediana che dai dieci mesi della chemioterapia passa fino atrenta mesi in alcuni casi. La loro minore tossicità, abbinata alla maggiore efficacia, ha fatto sì che questi farmaci siano diventati il trattamento di prima scelta nel caso di adenocarcinoma al polmone con mutazioni nel gene dell’Egfr, superando la chemioterapia classica. Lo stesso è avvenuto nel caso delle mutazioni che riguardano un altro gene (Eml4-Alk), che danno origine a una proteina che favorisce la proliferazione cellulare. Questa alterazione si riscontra in circa il 5-7 per cento dei casi di adenocarcinoma al polmone e riguarda persone mediamente giovani, molto più giovani dell’età media in cui di solito colpisce questo tumore , cioè tra i 60 e i 70 anni. Inoltre, di solito questa mutazione affligge pazienti non fumatori, sia maschi sia femmine. Ma anche per questo tipo di tumore esiste una piccola molecola capace di bloccare in maniera selettiva l’attività della proteina mutata: il crizotinib. Ed anche in questo caso, come per le molecole dirette contro l’Egfr, glistudi hanno dimostrato che nella maggior parte dei pazienti la terapia è efficace e le risposte durano nel tempo. Non solo: rispetto ai pazienti in cura con la chemioterapia standard, le persone trattate con crizotinib sopravvivono più a lungo senza che la malattia progredisca. Di qui la decisione di far diventare questa piccola molecola la prima scelta terapeutica per quei pazienti che hanno la mutazione del gene Eml4-Alk. Ma non finisce qui. Il crizotinib si è mostrato efficace anche contro un altro tipo di mutazione, quella del gene Ros1, che è presente nell’1 per cento dei tumori al polmone. Si tratta comunque di decine di migliaia di persone, per lo più giovani che non hanno mai fumato. Solamente pochi pazienti che hanno la mutazione nel gene Ros1 non rispondono al trattamento con crizotinib, la maggior parte ha risposte importanti e durature nel tempo. Come mostra il caso di una giovane donna, operata per neoplasia polmonare. Poco dopo l’intervento, la malattia ha ripreso adavanzare e sono comparse metastasi. La chemioterapia non funzionava, e la malattia continuava a progredire, fin quando non abbiamo identificato nei suoi tessuti una mutazione a carico del gene Ros 1 ed abbiamo cominciato i trattamenti con crizotinib. Dopo un mese la neoplasia sembrava quasi scomparsa: era il 2012 e oggi, a due anni di distanza, la paziente è ancora libera dalla malattia. Nonostante questi grandi passi avanti, però, la sfida contro il tumore al polmone non è ancora vinta. La maggior parte dei malati infatti sviluppa una serie di meccanismi di resistenza che vanificano l’attività di questi farmaci. Per questo uno dei problemi che abbiamo oggi è capire quali siano le modalità di resistenza che ne rendono inutile la somministrazione e che purtroppo si verificano nella maggior parte degli ammalati. Ma malgrado questo, e anche se i risultati che abbiamo riguardano un piccolo gruppi di pazienti, abbiamo dimostrato il principio che se identifichiamo una lesionemolecolare che rappresenta l’origine del tumore, e abbiamo un farmaco attivo su questa lesione, possiamo ottenere risultati importanti. Possiamo allungare la sopravvivenza dei malati senza progressione di malattia, ridurre gli effetti collaterali delle terapie e migliorare la qualità di vita dei pazienti. Questo indica che stiamo sulla strada giusta e che la ricerca delle nuove molecole per le alterazioni che sono presenti nelle cellule tumorali può rappresentare la strada che, insieme alla chemioterapia, può aprire nuovi orizzonti terapeutici e nuove prospettive per la ricerca sul cancro. Lucio Crinò è direttore della divisione di Oncologia Medica dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia. Testo raccolto da Anna Lisa Bonfranceschi(...) Farmacovigilanza. Con le nuove norme si possono salvare 5.000 vite e 2,5 mld all’anno in Europa. Il rapporto dell’Ema Un aumento delle segnalazioni da parte dei pazienti, piùinformazioni sui prodotti a seguito della valutazione di nuovi rischi di sicurezza per alcuni farmaci, avvio di una serie di importanti studi di sanità pubblica ad esempio sui contraccettivi ormonali combinati e tromboembolismo venoso, formazione di migliaia di persone in farmacovigilanza e pubblicazione di un catalogo con materiale formativo/informativo per l’attuazione della nuova normativa europea sul monitoraggio della sicurezza dei farmaci. Sono questi i principali risultati della nuova legislazione europea in farmacovigilanza evidenziati dall’Agenzia Europea per i Medicinali (Ema) nella prima relazione sull’attuazione della legislazione farmacovigilanza presentata alla Commissione europea. Ma gli obiettivi sono molto più ambiziosi. Secondo l’Ema, infatti, è possibile stimare che “le nuove misure permetteranno di salvare circa 5.000 vite umane e di risparmiare qualcosa come 2,5 miliardi di euro all’anno a livello europeo”. Il rapporto, che copre il primo anno di applicazionedella nuova normativa con dati riferiti al periodo dal 2 luglio 2012 al 1 luglio 2013, confrontati con quelli precedente, rivela, secondo l’Ema, “risultati positivi nel garantire il raggiungimento dei principali obiettivi della nuova normativa sotto la nostra responsabilità , vale a dire una migliore raccolta di informazioni chiave sui farmaci, una migliore analisi e comprensione dei dati e delle informazioni, una migliore tempestività delle procedure e delle segnalazioni e maggiore trasparenza”. In particolare l’Ema ha voluto segnalare come, con l’introduzione della possibilità di segnalazione diretta da parte dei cittadini, il ruolo della società nell’ambito dell’attività di farmacovigilanza sia fortemente cresciuto, tanto che tra il 2011-2012 e il 2012-2013 le segnalazioni di reazioni avverse da farmaco da parte dei cittadini sono passate dalle 15.371 precedenti all’introduzione delle nuove norme alle 24.887 post introduzione. “Si tratta di un incremento di circa il 60%”,evidenzia il rapporto. Salto in avanti anche per quanto riguarda il numero di segnalazioni da parte dei professionisti sanitari, passati da 128.615 nel periodo pre-legge a 158.134 nel periodo post-legge. Spesa farmaceutica Ssn Nel corso del 2013 in Italia la spesa farmaceutica ha raggiunto complessivamente quota 16 miliardi e 630 milioni, registrando uno scostamento totale di quasi 828 milioni rispetto al tetto del 14,85%. Il disavanzo nei confronti della soglia fissata è dovuto quasi interamente alla spesa ospedaliera (oltre 765 milioni) e in misura nettamente inferiore a quella territoriale (poco meno di 63 milioni). E’ quanto emerge dal monitoraggio a consuntivo sul 2013 effettuato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Spesa farmaceutica ospedaliera: solo tre Regioni rispettano il tetto di spesa Sicilia, Valle D’Aosta e la Provincia Autonoma di Bolzano hanno rispettato il limite del 3,5% assegnato a ciascuna area, tenendosi sotto la sogliarispettivamente di 5 mln, 1mln e 694mila euro. Per tutte le altre regioni arriva una bocciatura che riguarda in particolar modo Toscana (115 milioni) e Puglia (114 milioni). A metà strada si colloca il Molise che manca l’obiettivo per poco più di 2 mln. In termini complessivi la spesa farmaceutica ospedaliera italiana raggiunge quota 4 miliardi e 489 milioni. Spesa farmaceutica territoriale: sono di più le Regioni diligenti In questo caso il tetto fissato è del 3,5% per regione e sono in nove a non rispettarlo. La più negligente è la Sicilia che si discosta di quasi 144 mln, a seguire Lazio e Campania che mancano l’obiettivo rispettivamente di 132 e 130 mln. La Lombardia è invece quella che si mantiene sotto la soglia con il maggior distacco (164,6 mln), a ruota Emilia Romagna (123 mln) e Veneto (119 mln). Il computo su scala nazionale evidenzia una spesa farmaceutica territoriale pari a 12 mld e 140 mln. Il dato aggregato: maglia nera per Puglia e Lazio Sommando i duelivelli, ospedaliero e territoriale, lo sforamento più marcato rispetto al parametro complessivo del 14,85% riguarda la Puglia (114 mln), poi Lazio (193), Campania (148,3), Sicilia (138,6) e Sardegna (111,7). Sotto il tetto, invece, primeggia la Lombardia (- 104 mln) che precede Veneto (- 81), Emilia Romagna (- 35), P.A di Trento (- 21) e di Bolzano (- 19), Valle d’Aosta (- 3). In flessione la spesa in farmacia Nel 2013 la spesa farmaceutica convenzionata ha segnato complessivamente 8,86 miliardi, evidenziando una diminuzione di 122,5 milioni rispetto al 2012, pari a -1,4%. Ai due estremi della forbice si posizionano Marche e Sardegna: nella prima emerge una crescita del +2,4%, nella seconda una contrazione del -7,4%. Segno positivo anche per Puglia, Campania, Lazio, Abruzzo e Umbria: nessuna, comunque, mostra una crescita superiore all’1%. Da segnalare poi il calo dei consumi in Emilia Romagna (-3,7%) e in Sicilia (-3,1%). Cresce il numero di ricette Nel 2013 ne sono stateprescritte 607,8 milioni, cioè 15,2 mln in più rispetto all’anno precedente (+2,6%). L’aumento, che accomuna tutte le regioni italiane, è stato trainato da Marche (+3,9%), Campania (+3,8%) e Puglia (+3,7%). Le uniche due realtà a mostrare un aumento inferiore all’1% sono Basilicata (0,8%) e Liguria (0,5%). In aumento anche i ticket L’Aifa precisa che questa voce include la spesa sostenuta dal cittadino per ogni forma di compartecipazione a suo carico, per l’acquisizione di medicinali erogati in regime di assistenza convenzionata. In questo caso la spesa si attesta a 1,436 mld, determinando un aumento di 30 milioni nel confronto con il 2012, pari a un +2,1%. La forbice è molto ampia dato che si passa dal +12,2% della Basilicata al -1,7% della Provincia Autonoma di Trento. Espansione notevole per la Toscana (+6,6%), mentre anche Campania, Abruzzo, Lazio e Marche oltrepassano il 3%. Gennaro Barbieri(...) Cancro. Innovazione nelle cure e ricadute suisistemi sanitari dei nuovi farmaci oncologici. Europa meglio degli Usa con costi inferiori del 20/40%. Le malattie oncologiche rappresentano una priorità assoluta per i sistemi sanitari di tutto il mondo: da una parte i trend epidemiologici in crescita costante, in gran parte legati all’invecchiamento della popolazione; dall’altra l’arrivo sul mercato di sempre più numerose opzioni terapeutiche, a costi elevati. Una sfida dunque per la sostenibilità di tutti i Paesi che, si tenta di arginare, in modo non sempre efficace, con l’implementazione delle strategie di prevenzione, dai vaccini alla diagnosi precoce. Stabilire il valore di un trattamento anti-tumorale, può non essere facile, neppure disponendo di un’adeguata documentazione clinica; questo genera grandi disparità da un Paese all’altro, circa le decisioni di quali trattamenti andare a rimborsare, con quali limitazioni e per quali classi di pazienti. Negli USA, il mercato dei farmaci oncologici (comprese leterapie di supporto) nel 2013 ha toccato quota 91 miliardi di dollari, dai 71 miliardi del 2008, che corrisponde ad un + 5,4% l’anno, decisamente modesto se paragonato al + 15% su base annua, registrato tra il 2003 e il 2008. Negli ultimi anni la crescita di mercato è stata infatti ‘calmierata’ dall’ arrivo di farmaci rivoluzionari ma utilizzabili su piccoli segmenti della popolazione oncologica e dalle scadenze brevettuali. In ogni caso, l’oncologia rimane un capitolo di spesa consistente per i servizi sanitari di tutto il mondo e si prevede che entro il 2017 rappresenterà la prima voce di spesa farmacologica nei Paesi industrializzati e la quarta nei mercati ‘farmemergenti’(Cina, Brasile, Russia, India, Messico, Turchia, Venezuela, Polonia, Argentina, Arabia Saudita, Indonesia, Colombia, Tailandia, Ucraina, Sud Africa, Egitto, Romania, Algeria, Vietnam, Pakistan e Nigeria). Il 65% delle vendite dei farmaci oncologici viene realizzato nel mercato statunitense e nella top5 dei Paesi europei. Le terapie a target (es. MabThera/Rituxan, Avastin, and Herceptin ) rappresentano ormai il 46% del mercato, mentre solo una decina di anni fa ne occupavano appena l’11%. L’innovazione c’è stata e ha investito tutte le forme tumorali e gli approcci terapeutici, compreso quello dei vaccini preventivi. E le aziende continuano ad investire molto in R&D per quest’area terapeutica: oltre il 30% di tutti gli studi preclinici e di fase I sono di pertinenza oncologica; solo negli ultimi due anni, 22 nuove molecole oncologiche sono state introdotte sul mercato. L’associazione di più farmaci innovativi, anche prodotti da aziende diverse, ha inoltre rivoluzionato negli ultimi anni il trattamento del melanoma e di altre sottopopolazioni di pazienti oncologici. La maggior parte delle nuove molecole sono tuttavia ‘super-specializzate’ e destinate a piccole popolazioni di pazienti, molto lontane dunque dal fatturato di alcuni blockbuster del passato. Lamaggior parte degli investimenti per il prossimo futuro è concentrata sulla categoria dei biologici e in particolare sulle terapie a target; ma la maggior parte dei farmaci in sviluppo preclinico è rappresentata da piccole molecole. E anche molti dei farmaci oncologici lanciati dal 2007 sono piccole molecole, molte disponibili in formulazione orale. Nel 2013 ad esempio, nove su dieci nuovi farmaci oncologici lanciati sul mercato sono stati piccole molecole. Tra i farmaci innovativi più interessanti degli ultimi due anni, gli ‘anticorpo –farmaco coniugati’ (ADC), quali il Kadcyla (trastuzumab emtansine ) per i tumori solidi, il Pomalyst (pomalidomide) come agente immunomodulante e il Gazyva, un anticorpo monoclonale anti CD20. La parte del leone, nei prossimi anni, la faranno i farmaci per i tumori del polmone e della mammella, seguiti da quelli per le neoplasie di ovaio, stomaco, fegato e per le leucemie. Importanti gli investimenti anche nel campo della nuova brancadell’immuno-oncologia. In generale dunque, la pipeline oncologica è la quella con in maggior investimenti in R&D, con La sola eccezione delle nazioni BRIC (Brasile, India, Russia e Cina). Al momento, sono oltre duemila i candidati farmaci in sviluppo, pari ad un terzo del totale in pipeline: 1.026 in fase preclinica, 352 in fase I, 369 in fase II, 102 in fase III e 16 in fase pre-registrativa o appena registrati. Grande ovviamente è l’attenzione dei payers, sia pubblici che privati, ai costi generati dalle nuove terapie; negli USA, il costo medio di un mese di terapia con un farmaco oncologico branded, si aggira ormai sui 10 mila dollari al mese (contro i 5.000 di dieci anni fa), con punte di 30.000 dollari al mese. Più che mai prioritarie dunque per le autorità regolatorie e per i payer, l’appropriatezza delle indicazioni e la selezione dei pazienti ai quali destinare le nuove terapie, che devono dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio di avere un valore aggiunto rispettoalle terapie tradizionali, decisamente meno costose. E per facilitare queste valutazioni di costo-efficacia, l’ASCO (American Society of Clinical Oncology) ha di recente raccomandato degli obiettivi da inserire nei trial clinici, al fine di ottenere dei risultati significativi e aiutare così il decisore nella scelta di quali farmaci ammettere al rimborso o meno, ma anche per guidare gli investimenti in innovazione. Un sistema di pagamenti più concentrato e l’ Health Technology Assessment fanno sì che in Europa i farmaci si paghino in media il 20-40% in meno che negli Usa, grazie alla scontistica praticata. Il recente arrivo dei biosimilari ha introdotto inoltre un nuovo elemento di competizione all’interno del mercato dei biologici in oncologia, che ha un valore 40 miliardi di dollari. Si prevede tuttavia che nei Paesi industrializzati, i biosimilari non avranno una grande presa, visto il continuo arrivo sui mercati ricchi di nuove generazioni di biologici, con relativacopertura brevettuale. Nei Paesi a basso e medio income invece è previsto un buon successo dei ‘biologici non-originali’, farmaci basati su molecole originali, mai introdotte prima in un determinato Paese. Entro il 2020 si prevede che i biosimilari (compresi i biologici non originali) genereranno un fatturato di 6-12 miliardi di dollari in campo oncologico, pari al 5% del mercato globale dei biologici. Finora il mercato americano ha rappresentato una fetta del 41% del mercato mondiale dei farmaci oncologici, ma la nuova riforma sanitaria potrebbe apportare molti cambiamenti nel settore.Maria Rita Montebelli-q.s. Convenzione medicina generale. Cgil Medici boccia proposta Sisac: "Dov’è finita l’H24?" Non piace alla Fp Cgil Medici la bozza della Sisac per il rinnovo delle convenzioni della medicina generale. In particolare tre, per il sindacato, i punti critici: “la scomparsa del distretto, come riferimento centrale nella organizzazione delle cure primarie; “lamancata previsione dell’assistenza h 24 per 7 giorni a settimana, che era il pilastro fondamentale della riforma Balduzzi e il motivo principale per cui si richiedeva il rinnovo delle convenzioni; il sostanziale annacquamento e rinvio del ruolo unico e quindi il mancato superamento della antistorica figura del medico di guardia medica”. Per questo la Fp-Cgil Medici ha elaborato una serie di controproposte in vista del nuovo incontro fissato per il 15 maggio. In particolare, il sindacato chiede alla Sisac “una riforma radicale e coraggiosa delle cure primarie e dell’assistenza territoriale, sulla base di un progetto riformatore nazionale unitario. Si ritiene pertanto che il rinnovo delle convenzioni debba avvenire nel contesto del Patto per la salute che le Regioni si sono impegnate a concludere entro maggio”. Per la Fp Cgil Medici, inoltre, “le cure primarie sono il terreno migliore per investire parte delle risorse ricavate dal taglio degli sprechi che le Regioni si sonoimpegnate a recuperare. Le risorse ci sono, è quindi inaccettabile e senza senso, un rinnovo a costo zero. E non è plausibile considerare le convenzioni nazionali solo come fonte di ulteriori e diversificati vincoli per i medici. E pensare ad una sostanziale delega normativa, fuori controllo, all’ipertrofica autonomia regionale, con disparità di trattamento per i medici. In questo modo si complicano ulteriormente le già compromesse condizioni di lavoro dei medici con negative ripercussioni sull’assistenza ai cittadini”. Queste, in particolare, le proposte avanzate quindi dalla Fp Cgil Medici: • mettere il distretto al centro della organizzazione delle cure primarie con la strutturazione di centri aperti h24 per 7 giorni a settimana sul modello delle “Case della Salute” e completa informatizzazione del sistema. • Definire le forme organizzative complesse (AFT-UCCP) nel distretto ed omogeneamente sul territorio nazionale. Nessuna forma di privatizzazione delle cureprimarie. • Abolizione della figura del medico guardia medica, con riconoscimento a questi medici di pari dignità e pari diritti dei medici di assistenza primaria, visto che hanno gli stessi titoli. • Massimale dei medici di famiglia a mille assistiti e redistribuzione di ruoli, funzioni ed attività sulla base del modello organizzativo. • Ambiti di scelta omogenei ai servizi territoriali distrettuali, con completa integrazione tra le figure professionali ed i servizi. • Dipendenza per tutti i medici dell’emergenza. “Quindi nessun rinnovo a costo zero- conclude Nicola Preiti, Coordinatore Nazionale Medicina Generale della FP-Cgil Medici - visto che l’esigenza riformatrice esiste e anche le risorse dovranno saltar fuori, a partire dalla stessa spending review”.(...) Settimana mondiale tiroide. L’Iss fa il punto sulla carenza di iodio: "Solo il 50% del sale venduto è iodato" La carenza di iodio è un problema di salute cui èancora esposto il 29% della popolazione mondiale, mentre circa il 12% degli italiani sono affetti da gozzo. Sono le stime riferite dall’Osservatorio Nazionale per il Monitoraggio della Iodoprofilassi (OSNAMI) dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), alla vigilia della Settimana Mondiale della Tiroide - una manifestazione che avrà luogo a livello globale dal 19 al 25 maggio prossimi. L’OSNAMI, una struttura epidemiologica mediante la quale viene effettuata la sorveglianza su scala nazionale del programma di iodoprofilassi, illustra come ancora soltanto poco più del 50% di tutto il sale venduto sia iodato: questi dati sono resi noti da Antonella Olivieri, responsabile scinetifico dell’Osservatorio. E le percentuali di vendita di sale iodato scendono se si passa al settore della ristorazione collettiva (23%) e dell’industria alimentare (7%). OSNAMI, inoltre, ha pubblicato, sulla pagina web dell’ISS, una tabella che riporta il trend nazionale di vendita del sale iodato nell’arco di seianni, dal 2006 al 2012, sia nella distribuzione generale, sia nella ristorazione collettiva che nell’industria alimentare. Questa carenza nutrizionale può comportare effetti negativi in tutte le fasi della vita. Lo iodio infatti, è il costituente fondamentale degli ormoni tiroidei, i quali svolgono un ruolo determinante nello sviluppo e nell’accrescimento, ma anche nel mantenimento dell’equilibrio metabolico dell’organismo adulto. Esistono già una serie di misure finalizzate a promuovere il consumo di sale arricchito di iodio su tutto il territorio nazionale. Inoltre, nell’obiettivo di ridurre la frequenza dei disordini derivanti della carenza di iodio, uno strumento importante è stato fornito dalla legge n. 55, emanata il 5 marzo 2005, Disposizioni finalizzate alla prevenzione del gozzo endemico e di altre patologie da carenza iodica. Proprio a supporto dello strumento legislativo l’intesa Stato Regioni del 26 febbraio 2009 ha istituito l’OSNAMI, i cui dati, purevidenziando un miglioramento dell’assunzione di iodio a livello di popolazione rispetto al passato, confermano il persistere nel nostro paese di una carenza nutrizionale di iodio che, anche se non severa, determina ancora un’alta frequenza di gozzo e di altri disordini correlati. I dati evidenziano talvolta un insufficiente apporto di iodio mostrando, soprattutto nel caso dei bambini in età scolare, valori più marcati della carenza nelle regioni a sud rispetto al nord. Ecco i dati: sale iodato I dati di vendita fino ad oggi raccolti, grazie alla collaborazione dei principali produttori e/o distributori di sale sul territorio nazionale, indicano chiaramente che poco più del 50% di tutto il sale venduto presso la grande distribuzione è sale iodato. Inferiore è la percentuale di vendita di sale iodato (23%) nella ristorazione collettiva. Ancor più critica è la situazione nell’industria alimentare presso la quale la percentuale di vendita del sale iodato non superail 7% di tutto il sale venduto. Bambini in età scolare In collaborazione con gli Osservatori Regionali per la Prevenzione del Gozzo è stata analizzata la ioduria, ovvero la concentrazione di iodio in campioni di urine di bambini in età. I dati raccolti negli ultimi tre anni hanno mostrato che in 6 delle 9 regioni che hanno partecipato allo studio i valori mediani di ioduria rilevati sono ancora al di sotto di 100 microg/L, valore indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità quale soglia al di sotto della quale la popolazione esaminata viene identificata come iodocarente. Anche per ciò che riguarda la frequenza di gozzo, i dati raccolti confermano il permanere di un insufficiente apporto nutrizionale di iodio nella popolazione scolare italiana (Regioni del Centro-Nord 4-10%, Regioni del Sud-Isole 10-15%). Donne in gravidanza La stessa misura della ioduria è stata effettuata in un gruppo di donne in gravidanza che non assumevano integratori contenenti iodio, sempremediante la collaborazione con gli Osservatori Regionali per la Prevenzione del Gozzo, è stato possibile effettuare la misura della ioduria in un elevato numero di donne in gravidanza che non. I risultati ottenuti hanno dimostrato una condizione di insufficiente apporto iodico nelle donne esaminate, confermando l’importanza dell’integrazione iodica in gravidanza e durante l’allattamento, al fine di garantire il raggiungimento dell’aumentato fabbisogno iodico in queste fasi della vita. Popolazione neonatale Nel nostro Paese, anche i neonati risultano ancora esposta agli effetti della carenza nutrizionale di iodio, come confermato dall’elevata frequenza di valori elevati di un indicatore biologico specifico, il TSH neonatale. La determinazione di questo ormone viene utilizzato per lo screening neonatale dell’ipotiroidismo congenito che è obbligatorio per legge e che prevede l’esecuzione del test in tutti i neonati.(...) È boomdi “baby mamme”. È boom di baby mamme in Sicilia. Nel 2012, 433 ragazze sotto i 18 anni e 294 tra i 18 e i 19 anni sono diventate mamme. Di queste, solamente una era sposata. Ad aggravare il quadro, la percentuale delle IVG tra le minorenni: la più alta dello Stivale (il 10,6% contro l’8,5% della media nazionale). Sono questi alcuni dei risultati di un’indagine promossa dalla Cgil e dall’Unione degli universitari che, su dati Istat, ha fotografato il trend dell’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) in Sicilia. Uno scenario preoccupante che richiede un intervento immediato. Per questo la Società italiana della contraccezione (Sic) ha lanciato l’allarme invitando specialisti e famiglie ad intervenire. “Occorre che gli specialisti facciano educazione sessuale e che rompano, in alcune aree italiane, il tabù della contraccezione – ha commentato Annibale Volpe, past president della Sic – allo stesso modo, le famiglie devono insegnare ai giovanissimi ladifferenza tra sesso e amore e spiegare loro il concetto di “affettività”. “Essere in grado di programmare la maternità è un diritto fondamentale della donna e fornire alle italiane gli strumenti per farlo è un dovere dei ginecologi – ha gagiunto Volpe – Diventare madre e padre è certamente una delle esperienze più belle della vita ma essere genitori comporta anche una serie di responsabilità che devono essere prese al momento giusto”. E aggiunge: “Una gravidanza non desiderata obbliga le giovanissime ad abbandonare gli studi, a interrompere un cammino verso quell’emancipazione che conduce, generazione dopo generazione, a un progresso sociale e culturale”. Da qui la necessità di un’educazione sessuale efficace e costante. “Per fare un esempio: in Belgio, negli anni, sono state condotte efficaci campagne di informazione sui metodi contraccettivi” puntualizza il professore “non a caso questo Paese è quello in cui la percentuale di IGV è più basso in Europa”. Esiste dunqueuna correlazione positiva tra interruzioni volontarie di gravidanza ed educazione sessuale. Aggiunge il past president della SIC: “Le famiglie di provenienza devono assumersi la responsabilità di insegnare ai ragazzi la differenza tra sesso e amore e, dunque, devono insegnare cosa significhi “affettività. A noi ginecologi, invece, spetta l’onere di fare educazione sessuale e di spiegare alle ragazze e ai ragazzi in modo semplice come evitare una gravidanza indesiderata”. Un compito certamente non facile in un Paese che, come l’Italia, si posiziona tra i fanalini di coda europei per utilizzo dei contraccettivi ormonali combinati (COC): il 16,2% vs al 21.4% della media europea (dati United Nations World Contraceptive Use 2011). Molte ragazzine, sottolinea Volpe “sono convinte che la pillola faccia ingrassare, che non sia adatta alla loro fascia d’età, o, peggio, che possa provocare sterilità”. Nulla di più falso, mette in guardia il ginecologo: “La pillola è particolarmenteindicata per le Teens: i contraccettivi orali per esempio sono efficaci nel ridurre le lesioni infiammatorie e non infiammatorie dell’acne facciale e, qualora, si desiderasse una gravidanza, basta smettere di assumere il contraccettivo orale: il ciclo mestruale tornerà ad avere le stesse caratteristiche “pre-trattamento” senza incidere il alcun modo sulla fertilità della donna”. Inoltre, spiega ancora lo specialista “la pillola non può provocare in alcun modo malformazioni fetali, né può determinare un aumento degli aborti spontanei”. Per le giovanissime, ancora, gli estroprogestinici sono utili per la regolarizzazione del ciclo: “Uno dei loro effetti più noti e bene accettati” riassume il ginecologo SIC “è proprio quello della regolarizzazione del ritmo mestruale. Un effetto importante che – unito alla certezza di non poter rimanere incinta - consegna alle giovani donne una sessualità più libera e soddisfacente”. Volpe si rivolge, infine, direttamente ai ragazzi: “Confrontatevisempre con il vostro ginecologo per individuare il contraccettivo orale più adeguato alle singole esigenze ed evitare, così, la ritenzione idrica che causa aumento di peso. Ricordate sempre che dopo 50 anni di lunga e onorata “carriera”, gli estroprogestinici sono presenti sul mercato con formulazioni diverse, alcune delle quali anche a base di estradiolo naturale”.(...) Rapporto Istat 2014: “SSN in bilico tra vincolidi spesa e qualità”. 11,1% italiani rinuncia a curarsi per motivi economici o per le liste d’attesa Il Sistema sanitario nazionale (Ssn) nel corso degli anni ha dovuto mantenere un difficile equilibrio tra i vincoli di spesa e l’efficacia della sua azione. Anche se il Sistema sanitario pubblico ha migliorato notevolmente il suo livello di accountability, come si evince dalla riduzione del debito accumulato nel corso degli anni. L’analisi è contenuta nel Rapporto annuale dell’Istat che dedica ampio spazio alla sanità nel capitolo 4 . Inoltre - sottonena l’Istat - l’aumento costante della sopravvivenza e la sostanziale stabilità dell’incidenza della cronicità grave, testimoniano che l’attività di assistenza e cura svolta dal Ssn ha conseguito esiti soddisfacenti, nonostante i forti tagli apportati. Gli aspetti ancora problematici si riscontrano sul fronte dell’equità, per la quale gli indicatori segnalano persistenti divari digenere, sociali e territoriali, sia in termini di esiti di salute sia di accessibilità delle cure. Per l’Istat è indubbio che va destinata attenzione alle conseguenze della riduzione della spesa sanitaria pubblica e alle difficoltà dimostrate dalle famiglie a far fronte con risorse proprie alle cure sanitarie. Un indicatore importante al riguardo è costituito dalle rinunce alle cure. Nel 2012, la quota di cittadini che ha rinunciato alle cure si attesta all’11,1 per cento, in maggioranza donne (13,2 per cento, uomini 9,0 per cento); a livello territoriale la quota è più elevata nel Mezzogiorno (14,8 per cento). L’incremento costante degli anziani fa aumentare la fascia di popolazione più esposta a problemi di salute di natura cronico-degenerativa. Oltre la metà della popolazione ultrasettantacinquenne soffre di patologie croniche gravi. In particolare, nella classe di età 65-69 anni e 75 e oltre, le donne che soffrono di almeno una cronicitàgrave rappresentano, rispettivamente, il 28 e il 51%. Il diabete, i tumori, l’Alzheimer e le demenze senili sono le patologie che mostrano una dinamica in evidente crescita rispetto al passato. Gli uomini soffrono di almeno una cronicità grave nel 36% dei casi nella classe di età 65-69 e nel 57% tra quelli ultrasettantacinquenni. La dinamica della cronicità grave è dovuta all’invecchiamento. Se depurato dall’effetto dovuto all’incremento del contingente di persone anziane, il tasso resta infatti stabile (14,6% nel 2005 contro 14,9 nel 2012), con differenze di genere a sfavore degli uomini (16% contro 13,9% delle donne). Nel 2012, la spesa sanitaria pubblica è pari a circa 111 miliardi di euro, inferiore di circa l’1% rispetto al 2011 e dell’1,5% in confronto al 2010. Durante la crisi, dal 2008 al 2011, le prestazioni a carico del settore pubblico si sono ridotte, compensate da quelle del settore privato a carico dei cittadini. Infatti, il valore della produzione pubblica(valutata a prezzi 2005) è rimasto invariato, mentre quello del settore privato è cresciuto dell’1,7%. Nel settore della sanità pubblica diminuisce il deficit della Aziende sanitarie, migliora l’appropriatezza organizzativa e clinica, ma persistono le disuguaglianze di salute e di accessibilità alle cure. Lo svantaggio del Mezzogiorno è strutturale, le condizioni di salute sono peggiori rispetto al resto del Paese. La speranza di vita è di 79 anni per gli uomini e 83,7 anni per le donne.(nel Nord rispettivamente 79,9 e 84,8 anni). La prevalenza di cronicità grave, al netto della struttura per età, si attesta al 16,1%, contro il 14,2% registrato nel Nord del Paese. Anche i divari socio-economici sono strutturali. Nel 2012 le persone di 65 anni e oltre con risorse economiche scarse o insufficienti dichiarano di stare male o molto male nel 30,2% dei casi contro il 14,8% di chi ha risorse economiche ottime o adeguate. Il rischio di cronicità grave è più elevato tra leclassi sociali più modeste: chi ha una condizione economica familiare scarsa o insufficiente ha un rischio di 1,6 volte superiore alla famiglia con risorse economiche ottime o adeguate. Nel 2012 l’11,1% dei cittadini dichiara di aver rinunciato alle cure (accertamenti o visite specialistiche non odontoiatriche, interventi chirurgici o acquisto di farmaci). Tale quota sale al 13,2% fra le donne mentre a livello territoriale è più elevata nel Mezzogiorno (15% circa). L’accessibilità alle cure sanitarie è più difficile per chi ha risorse economiche scarse o inadeguate. Nel 50,4% dei casi, chi rinuncia ad una prestazione sanitaria lo fa per motivi economici, nel 32,4% a causa delle liste di attesa o eccessiva distanza dalle strutture. Queste evidenze – sottolinea l’Istat - prospettano per il futuro un aumento della pressione sul Sistema sanitario nazionale, dovuto all’incremento di persone bisognose di cure e assistenza. Proiettando, infatti, il rischio di soffrire di almeno unapatologia cronica grave sulla struttura per età della popolazione prevista per i prossimi venti anni, ci si attende una prevalenza di cronici gravi superiore al 20 per cento nel 2024 e oltre il 22 per cento per il 2034, attualmente tale quota è al 15 per cento. Inoltre, continua a essere rilevante il problema delle disuguaglianze sociali nella salute. In particolare, le persone di 65 anni e oltre, con risorse economiche scarse o insufficienti, che dichiarano di stare male o molto male, sono nel 2012 il 30,2 per cento (28,6 per cento nel 2005), contro il 14,8 per cento di chi dichiara risorse ottime o adeguate (16,5 per cento nel 2005). Tra queste, sono gli anziani del Mezzogiorno il gruppo di popolazione più vulnerabile. Fonte: Rapporto annuale Istat2014 Farmaci: Gdf perquisisce Aifa, caccia alle prove del cartello Roche-Novartis Guardia di Finanza in azione oggi a Roma, dove è stata sottoposta a perquisizione la sede dell’Agenzia Italiana del farmaco, in via del Tritone. I militari del nucleo speciale Tutela Mercati e del nucleo Frodi Tecnologiche della Gdf hanno agito su disposizione del procuratore aggiunto Nello Rossi e del pm Stefano Pesci, i magistrati che indagano su quattro dirigenti delle multinazionali Novartis e Roche, multate dall’Antitrust perché sospettate di aver creato un ’cartello’ per favorire l’utilizzodi un prodotto, il Lucentis, al posto del meno caro Avastin nella cura della degenerazione maculare. Questo a spese dei malati, del Servizio sanitario nazionale e delle assicurazioni private. Nell’inchiesta sono indagate quattro persone, i vertici di Roche e Novartis. Le accuse ipotizzate dagli inquirenti sono: aggiotaggio, truffa aggravata ai danni dello stato e disastro doloso. Per la medesima vicenda, la Procura di Torino ha indagato Roche e Novartis per associazione a delinquere e disastro doloso. Nella sede dell’Aifa, i finanzieri hanno acquisito documenti e delibere inerenti la vicenda. Secondo quanto si è appreso, gli inquirenti hanno come obiettivo quello di ricostruire le trattative per la definizione del prezzo di Avastin e Lucentis dal 2009 ad oggi. Il decreto di perquisizione è stato firmato dai pubblici ministeri. Il sospetto dei pm è che ci siano state manovre artificiose dirette, anche attraverso la diffusione di notizie false e tendenziose sulle caratteristichedei farmaci Lucentis e Avastin, ad alterare le procedure di determinazione dei prezzi da parte dell’Aifa. Poiché i prezzi scaturiscono da una contrattazione tra i produttori del farmaco e l’Aifa, la perquisizione, come mezzo di ricerca della prova, è finalizzata ad acquisire e, se necessario, a sequestrare i documenti relativi a questa interlocuzione. A fine maggio, il Ministero della Salute ha chiesto a Roche e Novartis (ma anche a Pfizer), un maxi risarcimento da un miliardo e 200 milioni di euro per i danni subiti dal Servizio sanitario nazionale a seguito dei comportamenti anti concorrenziali delle case farmaceutiche. Richiesta di risarcimento che va a sommarsi alla multa da 180 milioni di euro comminata dall’Antitrust alle due multinazionali, da cui il 5 marzo scorso ha preso avvio l’inchiesta dei magistrati romani. Le accuse dell’Antritrust erano state a suo tempo definite da Roche e Novartis "prive di qualsiasi fondamento", con conseguente ricorso al Tar delLazio. A tal proposito, proprio ieri Roche ha diffuso una nota per ribadire di non aver pagato la multa inflittale dall’Antitrust e di attendere "con fiducia" la prima udienza del suo ricorso al Tar del Lazio, fissata per il 5 novembre 2014. Nella nota, inoltre, la casa farmaceutica smentisce che, "contrariamente a quanto affermato nel comunicato stampa pubblicato sul sito del Ministero della Salute lo scorso 28 maggio", vi sia alcuna richiesta di risarcimento danni da un miliardo e 200 milioni di euro nei confronti di Roche e Novartis. "In data 30 maggio - si legge - Roche SpA ha ricevuto una comunicazione che lo stesso Ministro della Salute ha qualificato come ’atto dovuto’, in quanto mirata essenzialmente a interrompere il decorso della prescrizione. Pertanto, in assenza di sentenze definitive, non sono stati in alcun modo quantificati i presunti danni attribuibili a un ipotetico cartello, peraltro del tuttoinesistente". Amici del Sole Come utilizzare la luce del sole estivo per rilassare la mente e guarire la vista — (Sistema Bates® Originario™) Come i Lettori della presente rubrica forse già sanno, una delle grandi innovazioni che dobbiamo al Dott. Bates – l’oculista newyorchese che scoprì la cura della vista imperfetta mediante trattamento senza occhiali – è l’affermazione che la luce solarepuò dare grandissimo beneficio sia agli occhi intesi come organo del corpo umano che alla vista, un fenomeno psico-spirituale che va ben al di là del mero funzionamento corretto del sistema diottrico umano. Ciò viene affermato moltissime volte nelle pagine originali pubblicate dal Dott. Bates a partire dalla fine del Diciannovesimo Secolo e fino alla cessazione della sua attività, avvenuta nel giugno del 1930. In particolare, nel libro originale “VISTA PERFETTA SENZA OCCHIALI” (ristampa successiva al 1920) si trova una fotografía molto suggestiva che riprende la sua assistente Emily C. Lierman che tiene in braccio un bimbo di circa 4 anni, con entrambi i soggetti che guardano in alto nel cielo direttamente nel disco solare, senza alcun apparente segno di fastidio o scomodità nell’espressione del viso. Un altro autore originale batesiano, il californiano Dott. W. B. MacCracken, scrive nel suo libro “USATE I VOSTRI OCCHI” (1945): «Il piccolo bimbo pellirossa, che viaggia dispalle sulla schiena della mamma, generalmente si trova il sole brillare direttamente negli occhi quando li apre per vedere il nuovo mondo». Queste parole ci sembrano inequivocabili. Evidentemente, c’è qualcosa di strano nelle avvertenze che l’industria sanitaria moderna continua a propagandare per avvisarci di stare al riparo dalla luce del sole, ricorrendo all’uso di occhiali scuri o di creme filtranti anti-scottatura. Ci chiediamo: come sia possibile che il sole possa fare cosí male, quando – al contrario – dei grandi medici di cento anni fa ne raccomandavano l’uso regolare, addirittura per guarire la vista danneggiata? Dato che in ogni bugía troviamo sempre un fondo di verità, per quanto piccolo, dobbiamo riconoscere che queste avvertenze hanno una loro ragione di essere perché tutti noi – a primavera inoltrata, quando le piogge lasciano spazio al cielo libero dalle nuvole – emergendo da un edificio bujo e polveroso per affacciarci a una piazza assolata esovrastata da un cielo intensamente azzurro, sentiamo un enorme fastidio per la forte luce che ci investe e non possiamo fare altro che stringere le pàlpebre o indossare lenti filtranti o ripararci con la mano o con protettivi cappelli a tesa larga. Che ci sia questo fastidio è innegabile, come pure è innegabile che sembri proprio impossibile abituarsi a questo livello di luce, oramai diventato insolito, ricorrendo a qualsiasi tipo di tentativo di resistere e di costringersi a tenere gli occhi aperti mediante “forza di volontà”. Chi non ha mai sofferto questa situazione imbarazzante e sgradevole? Ebbene, chi scrive qui può affermare senza timore di essere smentito che all’ origine di tale fastidio non vi sono affatto motivi fisici collegati alla diminuzione dello strato di ozono nell’ atmosfera, né motivi di inquinamento dell’ aria o di altre forme di tossicità indotta dalla luce. Il motivo di fondo che procura il fastidio della luce, la fotofobía e altri disturbisimilari, non è altro che lo “sforzo mentale”, aggravato eventualmente da errori rifrattivi, operazioni subite agli occhi e uso di lenti a contatto e “occhiali dal sole”. La prova di quanto affermato è empirica ma reale e richiede solamente un minimo di intenzione di sperimentare personalmente “dal vivo” quello di cui si parla nelle pubblicazioni originali del Sistema Bates® Originario™. Si tratta di fare pratica del “riposo mentale” mentre si guarda a una tabella di controllo di Snellen (con sfondo bianco e lettere nere) investita dalla piena luce del sole del primo pomeriggio, dopo avere “palmeggiato gli occhi” per almeno due minuti. Il forte contrasto tra il “bujo completo” sperimentato durante il palmeggiamento (pratica che consiste nel chiudere gli occhi e coprirli con le mani senza toccarli ma escludendo bene tutta la lcue esterna) e la luce brillante e accecante della tabella di controllo, associata però anche alla intenzione di volere lèggere le lettere nere, è unaprova molto importante che quasi tutti mancano di superare senza sentire fastidio, per lo meno inizialmente. Ebbene, attuando i corretti accorgimenti mentali nel momento in cui le mani vengono rimosse e gli occhi effettivamente aperti sulla tabella bianca, è certissimo che non soltanto non si proverà alcun fastidio ma si vedrà perfettamente bene, avendo magicamente eliminato anche gli eventuali errori di rifrazione, se presenti. Tutto sta nel comprendere come effettuare la “transizione” tra il bujo degli occhi chiusi e coperti e la luce sfolgorante della tabella di controllo di Snellen a occhi aperti. Se durante la transizione la mente rimane a riposo e non è preoccupata del fastidio che subirà nel ricevere i segnali oculari, il soggetto non soffrirà alcun fastidio qualsivoglia e tutte le teoríe sulla pericolosità del sole si scioglieranno immediatamente, proprio come… neve al sole! Il problema, nel singolo caso individuale, si riduce a scoprire quale sia il “metodo diriposo batesiano” che garantirà al soggetto una“transizione” favorevole alla vista perfetta e al riposo mentale. Durante le giornate di studio pratico organizzate dalla Associazione Vista Perfetta i socii partecipanti si cimentano tutti in questa ricerca, trovando tutti – bene o male – una qualche soluzione che vada bene al loro caso individuale. Per esempio, recentemente si è verificato che il “Movimento del Pollice”, spiegato nei dettagli nel libro fondamentale del Dott. Bates “I PIÚ AVANZATI METODI NELLA CURA DELLA VISTA”, è un enorme aiuto nel dimostrare queste verità e si applica in questo modo: al termine del palmeggiamento, il soggetto, prima di aprire gli occhi, appoggia la mano destra sulla gamba destra e unisce la punta del pollice a quella dell’índice, tenendo fermo quest’ ultimo e facendo muovere l’altro in modo circolare, sempre piú stretto. Dopo alcuni secondi, è possibile aprire ampiamente gli occhi, rimanendo comunque collegati mentalmente allasensazione tattile di dondolío universale favorita dal continuato movimento del pollice, e godere di vista perfetta, senza abbagliamento qualsivoglia ma con la relativa qualità aggiuntiva di rilassamento mentale acquisita in condizioni molto sfavorevoli, un raggiungimento che – come ogni Lettore potrà intuire – semplicemente non ha prezzo. Invitiamo tutti i Lettori a fare la prova per conto proprio ed eventualmente contattarci per riferire eventuali successi o anche per segnalare difficoltà e possibili fallimenti: saremo ben lieti di analizzare i fatti e suggerire, se possibile, delle pratiche alternative vòlte a ottenere il medesimo risultato per altri mezzi. L’indirizzo Internet da utilizzare per entrare contattare l’Autore è il seguente: http://www.sistemabates.it/contatti/ Il mese di giugno è quello che consente agli occhi di stare il piú possibile alla luce, data la lunghezza massima delle giornate che si avràdurante il solstizio d’estate, il giorno 21. Sarebbe davvero un peccato trascorrerlo dietro occhiali scuri o nascosti da un cappello a tesa larga! Sarebbe un’altra di quelle occasioni sprecate che non ritornano piú, dato che un altro anno sarà passato e la minaccia di avere vissuto inutilmente si sarà fatta ancóra piú incombente e definitiva. a cura di Rishi Giovanni Gatti, presidente del Consiglio Direttivo della Associazione Vista Perfetta di Milano(...) Un vaccino contro il diabete? E se ilvaccino contro l’epatite B aiutasse a prevenire il diabete? E’ l’intrigante ipotesi suggerita da uno studio presentato al congresso dell’American Diabetes Association a San Francisco, che ha preso in esame i dati relativi ad oltre 7 mila soggetti senza storia di diabete, facenti parte dello studio NHANES (National Health and Nutrition Examination Survey), negli anni dal 2005 al 2010. L’analisi condotta su oltre 1.400 soggetti senza diabete all’inizio dell’osservazione e vaccinati contro l’epatite B, ha rilevato che il loro rischio di sviluppare diabete negli anni successivi, appariva ridotto del 52% rispetto ai non vaccinati. “Questo studio – commenta il dottor Ken C. Chiu, Dipartimento di diabete, endocrinologia e metabolismo, presso il Beckman Research Institute, Duarte, (California) e primo autore della ricerca presentata all’ADA – dimostra che le persone vaccinate contro l’epatite B sono meno a rischio di sviluppare diabete. E’ un’ipotesi molto suggestiva, perché un solovaccino consentirebbe di prevenire l’infezione da epatite B e di abbattere il rischio di diabete del 50%; ma naturalmente è un’ipotesi tutta da verificare. “I tempi sono maturi – sostiene il dottor Chiu - per progettare uno studio di intervento che possa validare questa ipotesi. Nella patogenesi del diabete sono state implicate da tempo anche delle patologie infettive; tra l’altro, l’associazione tra diabete ed epatite C è ben nota da tempo; i soggetti con infezione da HCV presentano insulino-resistenza e questo potrebbe giocare un ruolo patogenetico nella comparsa di diabete. La presenza del virus dell’HCV nelle cellule beta-pancreatiche inoltre, si associa ad alterazioni morfo-strutturali delle stesse e a disfunzione beta-cellulare. Finora tuttavia non era stata segnalata alcuna relazione tra HBV e diabete”. I ricercatori californiani hanno dunque deciso di esplorare questa eventuale associazione, andando ad analizzare i dati NHANES, relativi a soggetti dei quali si disponessedi informazioni sia sui livelli di glicemia a digiuno, che sullo stato di infezione da epatite B; dall’analisi sono state escluse le persone con diabete già diagnosticato e sono stati considerati solo i soggetti con positività all’anti-HBs, ma negativi all’anti-HBc (cioè i vaccinati, ma non gli infetti). In questo modo è stato possibile selezionare, su 7142 persone normoglicemiche, 1412 soggetti senza storia di diabete e vaccinati contro l’HBV. Nel corso del follow up, hanno sviluppato diabete 16 soggetti (1,13%) nel gruppo del vaccinati e 325 (5,67%) persone nel gruppo dei non vaccinati, che starebbe ad indicare una differenza dell’81%. Anche dopo aver aggiustato i risultati per una serie di variabili, compresi genere, età, BMI (tra i vaccinati c’erano molte donne giovani e magre), abitudine al fumo, livello di attività fisica, razza, l’effetto protettivo della vaccinazione rimaneva ancora molto elevato, con un OR di 0,48, cioè una differenza del 52% nel rischio di svilupparediabete. (...) Per San Raffaele di Olbia si attende deroga Governo su riorganizzazione posti letto. In ballo accordo da 1 mld con Quatar Foundation Potrebbe arrivare questa mattina in Consiglio dei Ministri il decreto da parte del ministro della Salute che conceda la deroga alla Regione Sardegna sulla riorganizzazione dei posti letto, che prevede per la Sardegna un taglio di 800 posti letto peracuti, aprendo così la strada ai 262 posti per il nuovo San Raffaele di Olbia (180 posti per acuti e 82 per la riabilitazione). Lo scorso 21 maggio era stato siglato a Palazzo Chigi il protocollo tra la Presidenza del Consiglio dei Ministri, la Regione Autonoma della Sardegna, la Qatar Foundation Endowment, relativo al completamento e rilancio dell’Ospedale di Olbia come Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico. Il progetto industriale della Qatar Foundation Endowment prevede un investimento di oltre un miliardo in dieci anni, con un intervento immediato per l’acquisto e la trasformazione della struttura ospedaliera in polo di eccellenza con significativi risvolti occupazionali, certamente superiore alle mille unità tra assunzioni dirette e posti di lavoro indiretti, in grado di favorire lo sviluppo del territorio, aprendo la strada ad altri investimenti nel campo dell’economia della conoscenza, nei campi dell’Icmt, ambiente, energia e healthcare. Nei giorni scorsi, persollecitare un intervento in tal senso da parte del Governo, si era mosso anche il presidente della Commissione Affari Sociali della Camera, Pierpaolo Vargiu (Sc), che, in una lettera indirizzata al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, sollecitava il premier a "riprendere immediatamente in mano la questione", per il timore che che la Fondazione qatariota, avendo sottoscritto un analogo protocollo in Germania, potesse decidere di dirottare altrove il suo interesse a causa di un ritardo nella risposta (attesa entro un mese dalla stipula del protocollo) sulla possibile apertura a nuovi posti letto. Una volta ottenuto il via libera dal Consiglio dei Ministri, la Giunta regionale potrebbe subito emanare una delibera che possa offrire una risposta positiva agli investitori del Qatar e al partner clinico del Bambin Gesù. Il rischio non è solo quello di perdere l’ingente finanziamento, ma anche la credibilità di fronte a investitoriinternazionali.(...) Truffa, perquisite sedi Novartis. Inchiesta sulla fornitura del vaccino anti influenza Perquisizioni sono in corso nelle sedi del gruppo farmaceutico Novartis, a Siena e a Origgio (Varese), nell’ambito di un’inchiesta dei carabinieri del Nas di Firenze, coordinata dalla procura di Siena, che ipotizza neiconfronti dell’ad della divisione vaccini dell’azienda, Francesco Gulli, il reato di truffa aggravata nell’ambito della fornitura al ministero della Salute, nel 2009, del vaccino contro l’influenza suina. Gli investigatori ipotizzano un danno all’erario di 2,7 milioni di euro legato al risarcimento che nel 2012 lo Stato versò a Novartis, a cui nel 2010, in seguito al cessato allarme sulla pandemia, il ministero aveva chiesto l’interruzione della fornitura. Secondo l’accusa il risarcimento fu calcolato sulla base del prezzo fittiziamente gonfiato da Novartis di un componente essenziale del vaccino, l’adiuvante MF59. Il costo sarebbe stato incrementato grazie a una serie di sovra-fatturazioni fra le società dal gruppo. Durante la pandemia del 2009, il governo Berlusconi aveva sottoscritto con la multinazionale del farmaco un contratto per la fornitura di 24 milioni di dosi di vaccino contro il virus A-H1N1, per un corrispettivo previsto di 184 milioni. Accordo finito subito nel mirinodella Corte dei Conti perché l’esecutivo avrebbe accettato clausole troppo favorevoli all’azienda, come l’assenza di penali per il mancato rispetto delle date di consegna. Per la multinazionale del farma non è la prima tegola che arriva dalla giustizia italiana. Il 28 maggio il ministero guidato da Beatrice Lorenzin ha chiesto alla stessa Novartis e a Roche un risarcimento da 1,2 miliardi per i presunti comportamenti anticoncorrenziali nella vendita di farmaci per la cura degli occhi. Secondo l’Antitrust le due società svizzere avrebbero infatti fatto cartello per ostacolare la diffusione di un medicinale più economico, Avastin, a vantaggio di uno molto più costoso, Lucentis, differenziandoli in maniera artificiosa.(...) Il grande flop delle cartelle cliniche elettroniche La cartella clinica elettronica EMR (Electronic Medical Record) è operativa negli USA da diversi anni, ma cominciano a sorgere dubbi sulla praticità e sui contenuti poco funzionali di questo strumento elettronico. Fermo restando il punto che la cartella clinica elettronica è uno strumento valido ed importante nella nuova strategia IT nel campo sanitario e sarebbe sciocco pensare alla reintroduzione del cartaceo. Le maggiori critiche mosse nei confronti di EMR riguardano la prevalente funzione contabile (rimborsi assicurativi) a scapito della funzionalitàmedica, la rappresentazione digitale del modello ricalca quello cartaceo: modello introduttivo base con intercalari riguardanti la specialistica del servizio e le specialistiche di supporto. I programmi informatici fanno poco uso di funzionalità multimediali, tra cui audio, video e grafica intuitiva ed il formato poco si adatta al modo in cui gli operatori sanitari lavorano e pensano. Agli americani piace la cartella norvegese Per questo alcuni studiosi nord-americani del settore medico hanno comparato le loro EMR con altre cartelle mediche che sono operative in altre realtà estere (Canada, Europa, Australia, Asia). La soluzione migliore è stata individuata in Norvegia messa a punto da un’azienda scandinava. Lo strumento risponde, nella sua architettura costruttiva, al principio della funzionalità operativa con tecnologia moderna in grado di fornire informazioni attraverso un coinvolgente programma utente, sia grafico che intuitivo. Ogni area richiama informazioni utilisulla storia clinica del paziente, le malattie croniche, esami di laboratorio e immagini mediche. Tutte queste informazioni interagiscono con lo stato di salute attuale del paziente, usando l’anatomia umana, come paradigma principale organizzativo, si può sfogliare il Patient Record e si può valutare il sistema complessivo degli organi. del corpo umano che viene rappresentato graficamente sullo schermo. Il sistema è interfacciabile e funziona sia su desktop, laptop e su tutti i dispositivi mobili più commerciali, il suo software offre una combinazione unica di flessibilità e fornisce una interazione utente intuitiva e gestionale delle informazioni. Non è vero che la cartella elettronica fa risparmiare Altro punto coinvolgente e controverso sulla EMR "tradizionale" è stato quello relativo alla razionalizzazione e diminuzione della spesa sanitaria complessiva (mutualistica,ospedaliera e farmaceutica). L’introduzione di questo strumento elettronico, secondo un “ battagepubblicitario” operato dal Governo statunitense sui media nazionali più importanti, avrebbe dovuto portare ad una drastica riduzione della spesa sanitaria in termini quantitativi e qualitativi. Il risparmio operato doveva in parte compensare gli ingenti investimenti (22 miliardi di dollari) dovuti al costo per l’introduzione, l’uso e la manutenzione di questo sistema informatico. La realtà è stata completamente diversa. Gli esperti del Governo Usa avevano a lungo sostenuto che un sistema informatizzato avrebbe fatto risparmiare soldi al sistema sanitario, aiutando i medici a ridurre il numero di test ridondanti o inappropriati che prescrivevano. Ma un nuovo studio, pubblicato su Health Affairs 2013, contesta questi obiettivi evidenziando che i medici mutualistici che hanno accesso ai record elettronici di cura del paziente sono in realtà più propensi a prescrivere più test di immagine aggiuntive e test di laboratorio che i medici che si basano su documenticartacei. Lo studio è stato basato su una indagine federale 2008, che ha raccolto i dati di 28.000 visite a pazienti di 1.100 medici. Si è riscontrato che i medici che utilizzano EMR hanno incrementato del 18 per cento l’utilizzo della prescrizione di indagini di laboratori e d’immagine nei confronti dell’incremento del 12,9 per cento dei medici che non avevano accesso ai record elettronici. Come tutelarsi dalle truffe Ulteriore punto dolente, che potrebbe interessare il sistema sanitario italiano pubblico e privato molto sensibile a questo argomento, è quello dell’eccessivo utilizzo delle frodi e abusi escogitato dai soggetti erogatori di prestazioni sanitarie che utilizzano EMR per lucrare maggiori rimborsi. Non esistono, nel sistema, linee guida e controlli sulla funzione operativa del copia e incolla, ampiamente utilizzata e conosciuta anche come clonazione, disponibile in molti dei più grandi sistemi di cartelle cliniche elettroniche. La tecnica, che consente alleinformazioni di essere rapidamente copiate da un documento all’altro, può ridurre il tempo per il medico di inserire i dati del paziente. Ma è anche usata e abusata per indicare una più ampia e costosa gamma di esami o trattamenti richiesti e non usufruiti dal paziente . Il risultato del danno assicurativo ed erariale è stimato a circa un centinaia di milioni di dollari. Anche se la quantità è una frazione delle migliaia di miliardi di dollari spesi ogni anno per l’assistenza sanitaria americana, la mancanza di garanzie, in un momento in cui la nuova tecnologia sta diventando pervasiva, potrebbe consentire una frode molto maggiore e rilevante. In considerazione del fatto che la sanità italiana, anche se “in affanno”, sta tentando di predisporre gli strumenti per l’introduzione di questa nuova tecnologia IT, sarebbe interessante e producente individuare e predisporre correttivi alle già note e ben documentate questioni di deficienza operativa dei vari sistemi e programmiapplicativi della Cartella clinica elettronica. Ma per attuare tutto questo è necessario che le lobby informatiche vengano tenute fuori dai palazzi che contano.Mauro Quattrone-Consulente direzionale forecasts & planning management.(...) Corruzione in sanità. Per combatterla nasce la Rete Nazionale per l’Integrità di Illuminiamo la Salute Le cronache di questi giorni sono dominate dal tema della corruzione, fenomeno che emerge sempre più chiaramente come una diffusa ragnatela fatta di interessi e poteri, costruita sull’illegalità. Purtroppo il sistema sanitario non è indenne a questi episodi, piccoli o grandi, di illegalità e corruzione che coinvolgono responsabili e professionisti di aziende e servizi sanitari. Le vaste dimensioni economiche del settore e la presenza di ambiti caratterizzati da ampia discrezionalità di governo e di gestione sonofattori di rischio rilevanti per l’infiltrazione di comportamenti opachi o per vere e proprie forme di illegalità. L’indignazione scatenata da certi deplorevoli eventi non deve però determinare una condanna generalizzata del sistema sanitario pubblico che da oltre trent’anni si occupa di tutelare la salute dei cittadini italiani, con modalità e risultati riconosciuti tra i migliori a livello internazionale. La gravità del momento richiede di potenziare la capacità di analisi critica degli avvenimenti per identificarne i principali determinanti e sviluppare così efficaci azioni di prevenzione e contrasto. Con queste intenzioni la rete Illuminiamo la salute, costituita nel 2013 da Libera.Contro le mafie, Avviso pubblico, Coripe Piemonte e Gruppo Abele, associazioni storicamente impegnate sulle problematiche dell’illegalità, ma anche sui temi dell’accesso alle cure, del diritto alla tutela della salute, promuove il 26 e 27 giugno un convegno di due giorni a Bologna. “Sosteniamol’urgenza di interventi radicali di prevenzione delle illegalità, o meglio di “promozione della legalità” in ambito sociale e sanitario”, spiegano le associazioni, secondo le quali “Occorre mettere in atto da un lato ricerche, azioni, approfondimenti che aiutino una miglior comprensione del fenomeno, a partire dall’ identificare, all’interno dell’organizzazione e del funzionamento del servizio sanitario nazionale, quali siano i reali fattori di rischio per fenomeni di arbitrio o di franca illegalità. Dall’altro, è necessario sostenere e ridare valore alla cultura della legalità tra chi si occupa di tutela della salute pubblica. La prima arma contro fenomeni di opacità è infatti la formazione degli operatori, a tutti i livelli: è necessario dunque dare avvio a progetti formativi specifici, che a partire dagli studi universitari, forniscano strumenti di conoscenza e informazione rispetto alle area a rischio di corruzione in Sanità, possibili elementi di contrasto, riferimenti normativispecifici”. In questo contesto, nasce l’iniziativa di Bologna, evento aperto ai professionisti di ambito sociale e sanitario ma anche a tutti i cittadini interessati al tema dell’integrità e della trasparenza. La prima giornata vedrà esperti di livello nazionale riflettere e confrontarsi sulla tematica dei conflitti di interesse: questione di sempre maggior rilievo non solo per chi eroga cure o si impegna nella ricerca e divulgazione scientifica, ma anche per i singoli cittadini e associazioni di pazienti o famigliari che, insieme ai professionisti,saranno chiamati a portare la loro esperienza. Ampio spazio sarà dedicato al lavoro di gruppo guidato da tutor formati, quale modalità privilegiata per far emergere problematiche reali e possibili soluzioni già sperimentate. Nella giornata del 27 giugno, verrà lanciata la Rete Nazionale per l’Integrità, ovvero una comunità di pratica e condivisione di conoscenze dei Responsabili per la Prevenzione della Corruzione eTrasparenza nominati secondo quanto previsto dalla legge 190/2012 inerente le disposizioni anticorruzione. La Rete si pone l’obiettivo di affrontare, in un confronto tra pari e con l’aiuto di esperti, le problematiche che si incontrano nel definire e rendere operative politiche comuni di prevenzione della corruzione, promozione della trasparenza negli enti del Servizio Sanitario Nazionale italiano e negli enti del sociale. Al fine di realizzare un percorso di medio lungo periodo, la Rete è strutturata su un progetto triennale che ha l’obiettivo di fornire strumenti, metodologie e soluzioni personalizzate per le singole realtà indispensabili a politiche efficaci per la prevenzione della corruzione.(...) Le Asl sono ormai un OGM. E la cultura aziendale non basta a governare la sanità L’analisi del prof. Gianfrate pubblicata a proposito del management sanitario è condivisibile come le sue perplessità in merito allaventilata, ed enfatizzata, introduzione di note di meritocrazia (??) nella selezione della direzione strategica delle aziende sanitarie. Insufficienti ad incidere sul codice genetico in cui è iscritta la loro malattia. Il modello di organizzazione dei servizi sanitari che dal 1992 definiamo azienda, illudendoci sul suo essere speciale o etica, ha subito nel tempo, infatti, una vera e propria modificazione genetica. Oggi siamo di fronte ad organismi geneticamente modificati, nei quali prevale una cultura gestionale dell’efficienza che riduce i medici ed i dirigenti sanitari a macchine esperte ma banali ed anonime, cui affidare il compito di reggere di fronte ai cittadini la forbice tra crescita della domanda di salute e riduzione delle risorse, pagando anche il prezzo di un notevole peggioramento delle condizioni di lavoro. Il conflitto tra organizzazione e professione in sanità ha ormai raggiunto aspetti parossistici al punto chediversi osservatori ritengono che la malattiaprincipale del nostro SSN si chiami governance, prodotto della rottura del patto tra organizzazione, gestione e professione alla base della riforma-ter (L.229/99). La cornice legislativa nata dai Dlgs 502/92-Dlgs 229/99, ed infine dal federalismo della L 3/2001, non ha, in questi anni, impedito la possibilità per i decisori politici di invadere la sfera gestionale della sanità, al fine di promuovere e mantenere uno stretto e capillare controllo del consenso. La cascata delle responsabilità di governo si è, spesso, tradotta in una rigida catena di comando che ha piegato alle esigenze della cattiva politica quelle della buona gestione, rendendo possibile il ramificarsi di interessi di varia natura nei confronti del management tecnico professionale intermedio. A questi interessi è stato spesso subordinato il riconoscimento del merito e delle competenze professionali, in una inquietante solitudine e fragilità verso il potere politico che sceglie e valuta con totale discrezionalità, cuicerto non porrà rimedio un albo nazionale, ancorchè costituito con criteri più selettivi. Oggi la mission principale, se non unica, delle Aziende sanitarie, lontane dal raggiungere l’obiettivo principale per il quale erano nate, va sempre più radicandosi in una cultura di efficientismo gestionale che mira al governo dei costi di produzione attraverso il solo controllo dei fattori di produzione, compresi i professionisti, anche per il loro ruolo, non fungibile né delegabile, di generatori di altri costi. Ne scaturisce una catena di poteri e di comando ontologicamente refrattaria ad un diverso modello gestionale dei servizi sanitari, che intenda coinvolgere e rispettare l’autonomia, la responsabilità e le competenze dei professionisti. Ed una corsa alla deregulation delle aziende che vogliono mano libera nell’utilizzo delle risorse umane, costi da tagliare prima e più degli altri, percependosi e muovendosi come ab-solute da leggi e contratti di lavoro. Per allineare leprestazioni alle risorse sempre più limitate, il management interpreta e governa i processi clinico-assistenziali secondo l’unica cultura di cui dispone, quella dell’ottimizzazione dei costi diretti ed indiretti dei fattori di produzione, programmando le attività in ragione dei minori costi preventivabili e orientando la valutazione degli esiti prioritariamente sulla misura del consumo delle risorse. Questa logica, che si spinge a delimitare gli ambiti di autonomia e discrezionalità nelle scelte dei professionisti, poggia su una visione della governance in cui le Regioni non intendono modificare la catena di comando delle decisioni, comprese quelle che entrano nel core delle pratiche professionali e nella selezione del merito e delle competenze. Questo è il pensiero unico, fortemente strutturato e tenacemente protetto nella architetturanormativa dell’azienda sanitaria, e della Regione divenuta quasi una corporation. La discrezionalità connessa al principio del rapporto fiduciario,la natura monocratica del management aziendale, vero ed unico padrone di persone e cose, la subalternità dell’autonomia tecnico-professionale alle ragioni della gestione economicistica, la marginalizzazione di logiche e valori professionali, rappresentano ormai il paradigma unico e immutabile, quasi un valore indisponibile per aziende e regioni. Per questi motivi non basteranno a vincere le sfide odierne le pur necessarie iniezioni di meritocrazia annunciate, con enfasi sproporzionata, all’interno della delega sul pubblico impiego, dato che se è vero che si eleva la asticella delle competenze è altrettanto vero che non si mette in discussione la struttura della catena di comando e si rinuncia ad intervenire sulla malattia genetica di cui soffrono le aziende sanitarie. Inutile ricordare Tomasi da Lampedusa. Questo punto può essere messo in discussione solo attraverso il recupero dagli archivi del dibattito e del Parlamento, ove fu relegata da un paralizzante conflittoistituzionale, dell’idea del governo clinico, o comunque lo si voglia chiamare, che mantiene le sue buone ragioni anche se ha perso forza, agibilità e concretezza, in una inerzia legislativa che ha indebolito potenzialità e deluso speranze. A questa idea, che riconosce la centralità del ruolo delle professioni all’interno delle Aziende Sanitarie, è possibile affidare, infatti, quanto la cultura aziendalista ha dimostrato di non poter compiutamente provvedere, e cioè la garanzia delle finalità etiche, civili e tecnico-professionali del servizio, nel rispetto delle compatibilità economico finanziarie, reclutando tutti i professionisti, medici e non, all’ obiettivo di invertire le curve di caduta della qualità e del consenso sociale e della contestuale crescita dei costi, individuando procedure di selezione e verifica delle carriere meno discrezionali ed autoritarie ed alleggerendo la deriva burocratica verso la quale è oggi sospinta la pratica dell’ appropriatezza clinica. Lacomplessità del mondo sanitario non può essere governata con i soli strumenti della cultura aziendale, anche ove questi venissero utilizzati al meglio. Rimane evidente la necessità di un sostanziale cambio di paradigma culturale, politico e sociale che, a garanzia di un servizio sanitario universalistico, equo, efficace e solidale, definisca una nuova cornice culturale, giuridica, amministrativa, civile e sociale ed un nuovo modello di governance a management diffuso e responsabilità sociale dimostrata. Questa rimane oggi la questione centrale e soprattutto cruciale per vincere, o perdere, le due sfide più grandi per il nostro sistema sanitario, quella del consenso dei cittadini, in pericolosa discesa, e quella della sua sostenibilità economica nella salvaguardia dell’universalismo e dell’equità. Costantino Troise-Segretario Nazionale AnaaoAssomed.(...) Welfare. Allarme Censis: “Italiani costretti a rinunciare a prestazioni sanitarie e badanti” Frena la spesa privata per sanità e assistenza. E il welfare familiare in crisi. L’allarme arriva dal Rapporto «Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali» di Censis e Unipol presentato oggi a Roma, da cui emerge, in dettaglio, che nell’ultimo anno la spesa sanitaria privata ha registrato un -5,7%, il valore pro-capite si è ridotto da 491 a 458euro all’anno. Le famiglie italiane hanno dovuto rinunciare complessivamente a 6,9 milioni di prestazioni mediche private e per la prima volta è diminuito anche il numero delle badanti che lavorano nelle case degli anziani bisognosi: 4mila in meno. Anche il welfare privato familiare, infatti, comincia a mostrare segni di cedimento. “Sono i segnali di una inversione di tendenza rispetto a un fenomeno consolidato nel lungo periodo per cui le risorse familiari hanno compensato una offerta del welfare pubblico che si restringeva”, osserva il Censis. Insomma, oggi il welfare pubblico è carente e gli italiani non sembrano riuscire più a sopperire da soli a tale carenza. “Tra il 2007 e il 2013 – si legge nel rapporto - la spesa sanitaria pubblica è rimasta praticamente invariata (+0,6% in termini reali) a causa della stretta sui conti pubblici”. È aumentata, al contrario, la spesa di tasca propria delle famiglie (out of pocket): +9,2% tra il 2007 e il 2012, per poi ridursi però del 5,7%nel 2013 a 26,9 miliardi di euro. E anche il numero dei collaboratori domestici per attività di cura e assistenza (963mila persone) ha registrato una flessione nell’ultimo anno (-0,4% nel 2013), dopo un periodo di crescita costante (+4,2% tra il 2012 e il 2013). La domanda crescente di cura e di assistenza. Il Censis stima che 4,1 milioni di persone in Italia sono attualmente portatrici di disabilità (il 6,7% della popolazione), nel 2020 diventeranno 4,8 milioni, per arrivare a 6,7 milioni nel 2040. La spesa totale per le disabilità ha registrato un forte incremento, superiore al 20% in termini reali tra il 2003 e il 2011, passando da 21,2 miliardi di euro a quasi 26 miliardi. Cresce anche la domanda di assistenza per la popolazione anziana non autosufficiente (long term care). In Italia gli anziani che usufruiscono di assistenza domiciliare integrata sono passati da poco più di 200mila nei primi anni 2000 a oltre 532mila nel 2012, cioè dal 2,1% della popolazione anziana (personecon 65 anni e oltre) al 4,3%. La spesa complessiva per gli anziani serviti dalla long term care è pari attualmente all’1,7% del Pil, ma nel 2050 l’incidenza potrebbe arrivare al 4%, alla luce delle proiezioni demografiche. Il welfare pubblico si è ristretto. L’allungamento dell’aspettativa di vita, il marcato invecchiamento della popolazione, le previsioni di incremento delle disabilità e del numero delle persone non autosufficienti prefigurano bisogni crescenti di protezione sociale. Negli anni a venire l’incremento della domanda di sanità e di assistenza proseguirà a ritmi serrati. Una domanda che l’offerta pubblica però non potrà soddisfare. “C’è già oggi una domanda inevasa di cure e di assistenza a cui il sistema pubblico non riesce a fare fronte”, avverte il Censis. Il 73% delle famiglie italiane ha fatto ricorso almeno una volta negli ultimi due anni a visite specialistiche o a esami diagnostici a pagamento (in intramoenia o presso studi privati). La motivazione principale(per il 75%) sono i tempi inaccettabili delle liste d’attesa. Il 31% delle famiglie ha invece dovuto rinunciare almeno una volta negli ultimi due anni a visite specialistiche, a esami diagnostici o a cicli di riabilitazione. In più, il 72% delle famiglie dichiara che oggi avrebbe difficoltà se dovesse affrontare spese mediche particolarmente impegnative dal punto di vista economico. Integrare gli strumenti di welfare pubblici e privati. “La via dell’integrazione è – secondo il Censis - un’opportunità per soddisfare una domanda che la sola offerta pubblica non è più in grado di coprire”. L’Italia resta una delle poche economie avanzate in cui la spesa sanitaria out of pocket intermediata, ovvero gestita attraverso assicurazioni integrative o strumenti simili, si ferma a una quota molto bassa: appena il 13,4% del totale della spesa sanitaria privata a fronte del 43% della Germania, del 65,8% della Francia, del 76,1% degli Stati Uniti. La presenza di operatori privati specializzati equalificati sia nel campo delle prestazioni sanitarie che dell’assistenza, con servizi resi accessibili attraverso strumenti assicurativi integrativi, permette di fornire servizi più adeguati. Un esempio paradigmatico, secondo il Censis, è quello dell’assistenza domestica tramite badanti a persone anziane o disabili, la cui domanda è decisamente in crescita. Non solo l’Italia è il Paese dell’area Ocse con la più elevata percentuale di familiari che prestano assistenza a persone anziane o disabili in modo continuativo (il 16,2% della popolazione: il doppio, ad esempio, della Svezia). Ma oggi le famiglie sono in gran parte costrette a reclutare le badanti autonomamente attraverso canali informali, le pagano di tasca propria, con forme diffuse di irregolarità lavorativa, senza garanzie sulla loro professionalità e affidabilità. La «white economy», volano per la crescita e l’occupazione. Da una integrazione degli strumenti di welfare pubblici con il mercato sociale privato, puntando avalorizzare l’economia della salute, dell’assistenza e del benessere delle persone (la «white economy»), “può scaturire una vera rivoluzione produttiva e occupazionale, utile a risollevare l’Italia dalla prolungata fase di stagnazione”. Secondo il Censis, infatti, “considerato nell’insieme, il sistema di offerta di servizi di diagnostica e cura, farmaci, ricerca in campo medico e farmacologico, tecnologie biomedicali, servizi di assistenza a malati, disabili, persone non autosufficienti genera oggi un valore della produzione di oltre 186 miliardi di euro, pari al 6% della produzione economica nazionale, con una occupazione di 2,7 milioni di addetti”. Questa articolata filiera comprende le attività dei servizi sanitari (110,9 miliardi di euro di produzione e 1,2 milioni di occupati), i servizi di assistenza sociale (21,6 miliardi e 447mila addetti), l’industria farmaceutica (26,6 miliardi e 60mila addetti), la produzione di strumenti biomedicali, elettromedicali, di diagnostica e irelativi servizi (17,6 miliardi e 53mila addetti). Nel cluster va considerato anche il vasto segmento dell’assistenza personale, delle badanti e dell’accompagnamento, che genera 9,4 miliardi di valore con quasi 1 milione di addetti. Tuttavia, manca ancora una matura consapevolezza collettiva. Alla domanda su come si pensa di affrontare in futuro la vecchiaia ed eventuali malattie, il 52,5% degli italiani mostra un atteggiamento fatalista (non ci pensa o rinvia il problema), il 26% conta sui propri risparmi, il 25% si affida al welfare pubblico, l’8% all’aiuto dei familiari e solo il 4% ha stipulato polizze assicurative. “Appare ormai maturo il tempo di una nuova integrazione tra pubblico e privato, capace non solo di garantire la tutela sanitaria e sociale delle persone, ma anche di favorire la crescita economica, a partire dai territori”, ha detto Pierluigi Stefanini, Presidente del Gruppo Unipol. “Se sapremo superare i pregiudizi consolidati, il pilastro socio-sanitario, intesonon più solo come un costo, può divenire una solida filiera economico-produttiva da aggiungere alle grandi direttrici politiche per il rilancio della crescita nel nostro Paese”, ha concluso Stefanini. “Nei lunghi anni della recessione le famiglie italiane hanno supplito con le proprie risorse ai tagli del welfare pubblico”, ha detto Giuseppe Roma, Direttore Generale del Censis. “Oggi questo peso inizia a diventare insostenibile. Per questo è necessario far evolvere il mercato informale e spontaneo dei servizi alla persona in una moderna organizzazione che garantisca prezzi più bassi e migliori prestazioni utilizzando al meglio le risorse disponibili”. (...) Commissariamento Iss. Grillo (M5S): "DaLorenzin una scelta sospetta. Vogliamo sapere" Il 17 giugno il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha comunicato la volontà di avviare il commissariamento dell’Istituto, dichiarando che si tratta di "una misura che dovevamo assumere, un atto dovuto in base al decreto legge 6 luglio 2011, n. 98 che permetterà di riorganizzare l’Istituto all’interno della riforma degli enti e degli istituti che stiamo predisponendo". La ragione di tale commissariamento starebbe nel fatto che la Corte dei Conti ha registrato i disavanzi dell’Istituto superiore di sanità per gli anni 2011, circa 26 milioni di euro, e 2012, circa 4 milioni di euro. La Corte, certificando due anni consecutivi di bilanci in rosso (come prescritto dalla legge 111 del 2011), ha segnalato la possibilità di procedere alla decadenza di tutti gli organi direttivi dell’Istituto superiore di sanità, suggerendo al contempo di fare "scelte gestionali di contenimento dei costi e di sviluppo dell’attività convenzionale,che consentano all’Istituto di far fronte anche a eventuali ulteriori limitazioni dei finanziamenti pubblici, dai quali, allo stato, resta ancora quasi totalmente dipendente". "Dunque, è prevista la possibilità. Non la necessità. Il ministero Lorenzin, quindi, aveva la facoltà ma non l’obbligo, di procedere al commissariamento. Una scelta contestabile anche alla luce del fatto che l’attuale presidente dell’Iss, Fabrizio Oleari, insediatosi solo nel marzo 2013, sembra stia realizzando un’ulteriore riduzione del disavanzo, volta a raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio. Tra l’altro, mancano riscontri concreti sul fatto che la procedura di commissariamento determini reali benefici. Anzi, nella quasi totalità dei casi è appurato che ciò non è avvenuto". E’ per queste ragioni che la deputata del M5S Giulia Grillo ha presentato un’interpellanza urgente sull’indipendenza dell’Iss. "Riteniamo inaccettabile che il Ministro, prima di agire, non abbia ritenuto opportuno informareil Parlamento su questi gravissimi fatti. La notizia del commissariamento ci è giunta, come troppo spesso accade, attraverso le indiscrezioni della stampa - ha spiegato Grillo -. Se non fosse stato per la nostra interpellanza odierna, nessuno dal ministero si sarebbe preso la briga di riferire sulla vicenda, sulla quale, tra l’altro, nella risposta del sottosegretario Vito De Filippo, non è stato aggiunto nulla rispetto a quanto già sapevamo". La richiesta del M5S è chiara: "Vogliamo vedere il piano di commissariamento e, soprattutto, vogliamo conoscere il nome del commissario. Vista anche la recente nomina nel pool che lavora sulla legge 40 di un membro imputato per corruzione in una vicenda che riguarda le liste d’attesa e le forniture legate alla procreazione assistita, non ci fidiamo delle scelte del ministero. Abbiamo il timore che il commissariamento sia una scusa per mettere la museruola all’ente e per procedere ad ulteriori tagli del suo personale, altamentespecializzato".(...) Vertenza Fondazione Maugeri, FSI Puglia: necessario approfondimento e confronto a livello nazionale e locale Come noto i vertici della Fondazione con una iniziativa unilaterale hanno disdetto, a far data dal 01/10/2014, il contratto sanità pubblica per applicare il contratto sanità privata. Tale operazione comporterà per i lavoratori una perdita salariale pari al 30%. Il sindacato FSI (Federazione Sindacati Indipendenti” esprimendo perplessità e contrarietà, ha attivato tutte le procedure sia a livello regionale che a livello nazionale e delle altre strutture della Fondazione Maugeri. “La sobrietà e la correttezza – afferma in una nota il sindacato- finora dimostrate dalla dirigenza della Fondazione mal si coniugano con una sortita simile. D’altra parte in tutti gli incontri precedenti i vertici aziendali hanno sempre rassicurato le OOSS e i lavoratori sulla solidità finanziaria della fondazione”. “Inoltre risulta che in Puglia sia in atto, da parte della Fondazione S. Maugeri, un potenziamento della propria presenza e che la situazione economica del centro di Cassano Murge sia tutt’altro che preoccupante”. “Ragione in più – prosegue il comunicato - per dissentire dal disegno dei vertici aziendali. Certamente, data la ramificazione territoriale della fondazione, la vicenda necessità di un approfondimento e di un confronto nelle sedi appropriate nazionali oltre che a livello locale, confronto che ci vede disponibili sin d’ora a condizione che Fondazione abbandoni ogni pregiudiziale e manifesti una reale disponibilità a un dialogo costruttivo”. La FSI, infine, ritiene che di tale vicenda debba essere interessata laRegione Puglia nelle persone degli assessori competenti ai quali chiediamo la convocazione di un incontro urgente che veda la presenza di tutti gli attori coinvolti. (...) Sprechi sanità, Aforp: nessun ricorso a decreti ingiuntivi A seguito delle notizie di stampa diffuse negli ultimi giorni sugli sprechi in sanità nell’ambito del Servizio sanitario Regionale e per contribuire ad un utile chiarimento verso la comunità pugliese, l’Associazione Fornitori Ospedalieri della Regione Puglia si dissocia diramando il seguente comunicato stampa. "Con tristezza confermiamo - afferma Beppe Marchitelli, Presidente A.F.O.R.P. - che le Grandi imprese hanno forse colto le opportunità che il ritardato pagamentoregistrava aggredendo la Regione Puglia, con ogni azione legale possibile e sottraendo investimenti utili al raggiungimento di una competitività di sistema mai conquistata". "L’A.F.O.R.P. - aggiunge Marchitelli - ha sempre, con aggiunta responsabilità e rinuncia dei propri diritti, attivato concordati preventivi con le ASL e Aziende Ospedaliere, rivolti alla definizione e al recupero dei crediti verso la Pa, con la finalità di dare vita e ossigeno alle imprese del territorio per la salvaguardia dei posti di lavoro e con senso civico, da cittadini pugliesi, si è evitato di concorrere all’aumento del debito pubblico". L’A.F.O.R.P. che riunisce le imprese del territorio regionale nell’ambito delle attività svolte a sostegno delle imprese della sanità e per contribuire alla sostenibilità del Sistema economico Finanziario della Regione Puglia, da anni ha attivato una politica di trasparenza con azioni mirate a riportare in superficie ogni situazione di incongruenza, che rischiava didanneggiare irrimediabilmente sia le imprese che la sanità pugliese. "Non a caso abbiamo avviato - sottolinea il Presidente Beppe Marchitelli - una lunga battaglia per ridurre i tempi di pagamento, perchè si danneggiavano non solo le imprese ma soprattutto le finanze della Regione Puglia e quindi dei cittadini pugliesi, con una preoccupante escalation del debito pubblico. Più volte abbiamo denunciato che i ritardi nuocevano alla salute della finanza pubblica regionale perchè avvantaggiavano società di factoring." "In questi ultimi giorni, ci preoccupa l’escalation di brutte notizie che ci riportano - asserisce Marchitelli - ad una realtà molto complessa. ma con lo stesso spirito di impresa che da sempre ci caratterizza non dobbiamo arrenderci e, come cittadini pugliesi, rimaniamo parte interessata a concorrere ad azioni correttive e propositive, rivolte al recupero delle criticità di sistema". "Non a caso è opportuno che finalmente si inizi a valutare il rischio di impatto -conclude il Presidente A.F.O.R.P. - oltre le teoriche valutazioni ex ante, che può generare la centralizzazione degli acquisti sul rischio che la sanità finisca nelle mani di pochissime e Grandi imprese, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti".(...) Confermato caso di lebbra. Zaia: “Massima attenzione negliospedali” All’ospedale Ca’ Foncello di Treviso è stata diagnosticata una forma di lebbra su un paziente ricoverato presso il reparto di malattie infettive. Il paziente, un uomo di nazionalità bengalese di 37 anni, in Italia da circa 8 anni, è residente nel Comune di Quinto di Treviso. A dare la notizia il Presidente della Regione del Veneto, Luca Zaia che ha incaricato il direttore generale della sanità veneta Domenico Mantoan di “alzare al massimo livello la sorveglianza sanitaria, la prevenzione e la profilassi su tutto il territorio, sia a livello ospedaliero che territoriale”. Il Dipartimento di Prevenzione dell’Ulss 9 ha attivato i protocolli del caso che prevedono la visita dermatologica sulle 5 persone conviventi con il paziente. Il controllo verrà eseguito presso la Dermatologia del Ca Foncello. “Si tratta di un segnale molto brutto – sottolinea Zaia in una nota – che testimonia come purtroppo le nostre preoccupazioni sulla ricomparsa di malattie datempo debellate fossero fondate. Una giovane donna morta di Tbc poco tempo fa, oggi questo caso di lebbra – aggiunge Zaia – sono elementi che provano il ritorno di patologie, perlopiù infettive, che qui erano scomparse da 200 anni, nei confronti delle quali l’attenzione del nostro sistema sanitario è e sarà massima. Il nostro primo obiettivo – prosegue il Governatore – è quello di salvaguardare la salute pubblica e quella di ogni singolo cittadino Veneto e lo faremo mettendo in campo tutte le elevate professionalità dei nostri medici e l’intera organizzazione sanitaria ospedaliera e territoriale”. Il paziente bengalese era stato ricoverato per sintomatologia di tipo cardiologico in unita coronarica. E’ stato effettuato uno studio emodinamico e sulla base della sintomatologia sono state effettuate biopsie cutanee che, refertate dopo il tempo necessario, hanno dato esito di una forma di lebbra. In malattie infettive è iniziato trattamento specifico in accordo col centro diriferimento nazionale di Genova. Si tratta, precisano i sanitari, di una malattia poco contagiosa che, sinora, la letteratura scientifica ha quantificato in una decina di casi l’anno in Italia. (...) Aids, appello delle associazioni: "Infezione sottostimata in Italia. Serve più prevenzione" UNA lettera delle associazioni per la lotta all’Aids all’Istituto superiore della Sanità (Iss) e al ministero della Salute per portare l’attenzione sul problema della prevenzione. L’appello di Lila, Nadir, Arcigay e Plus al commissario dell’Iss, Gualtieri Walter Ricciardi, e al direttore dell’Iss, Lino Del Favero, e al ministro Beatrice Lorenzin, anticipato a Repubblica, ha un obiettivo: far conoscere l’epidemia, spesso dimenticata, per evitare che il virus dell’Hiv si diffonda. Anche perché la mancanza di percezione del rischio e della conseguente necessità di proteggersi, è uno dei principali fattori che favorisconoil contagio. E gli ultimi dati in materia vedono sempre più a rischio la fascia dei giovanissimi. Secondo un recente studio dell’Università di Tor Vergata, negli ultimi anni c’è stato un aumento di infezioni, del 10-15% nella fascia più giovane, tra i 16 e i 25. L’allarme dell’Oms. A lanciare l’allarme è prima di tutto l’Oms. A 33 anni di distanza dalla scoperta del virus dell’Hiv, la malattia non fa più paura come in passato, ma rischia di essere sottovalutata. Si conoscono i metodi di trasmissione, ma si continuano a registrare nuovi casi. Un problema lanciato a luglio all’International Aids Conference di Melbourne, che ha posto fra le priorità quella di raggiungere i ’malati fantasma’, che non sanno di essere infetti e che costituiscono il 50% del totale dei sieropositivi. Secondo una stima presentata recentemente al convegno dell’Italian conference on Aids and retrovirus (Icar), in Italia i sieropositivi sono circa 150.000. Ma è difficile fornire dati precisi, comericordano le associazioni nel loro appello. "Oggi non è disponibile un dato universalmente considerato affidabile su quante persone vivano nel nostro paese con l’infezione da HIV, su quante siano all’anno le nuove diagnosi e quante di queste siano diagnosi tardive. Nemmeno il numero di persone che ogni anno muoiono di Aids è noto, come emerge dalle pubblicazioni dello stesso Centro operativo Aids", si legge nella lettera-appello delle associazioni. Comportamenti ’a rischio’. E’ difficile capire quale sia l’incidenza dell’infezione nelle popolazioni vulnerabili all’Hiv, come, ad esempio gli uomini che fanno sesso con uomini, le persone che usano droghe per via iniettiva, quelle che si prostituiscono o i detenuti. "Su queste popolazioni i pochi dati, quando disponibili, risultano poco affidabili e obsoleti. Questo fa sì che mentre a livello internazionale si mettono in atto strategie mirate a quelle che sono considerate le popolazioni “chiave” sulle quali interveniretempestivamente, l’Italia ancora una volta rimanga indietro", si legge ancora nell’appello. E ancora: "Paradossalmente anche un dato banale come il numero dei test per la ricerca anticorpale dell’Hiv effettuati annualmente nel nostro paese è mancante. Senza questo dato non si possono capire le oscillazioni di incidenza delle nuove diagnosi, mancando un denominatore certo di quante persone hanno fatto il test". "Manca la conoscenza del problema". L’obiettivo è quello di fare di più per la prevenzione. Anche perché, soprattutto fra i più giovani, c’è molta disinformazione. "Dalla nostra ricerca ancora in corso Questionaids risulta che il 42% di chi ha compilato il questionario, ad oggi circa 10.000 persone in tutta Italia, pensa che nel nostro paese nell’ultimo anno ci siano persone che si sono infettate perché qualcuno le ha morsicate gli ha sputato o perché si sono punte con una siringa usata nel parco. Ma sappiamo che non sono certamente questi i rapporti arischio. I giovani prima di tutto devono essere informati poi sui reali rischi e su come si possono ridurre, i rapporti più a rischio sono i rapporti sessuali penetrativi anali e vaginali con eiaculazione interna. Il virus è soprattutto presente nello sperma e quindi è più a rischio chi lo sperma lo riceve", spiega Alessandra Cerioli, presidente di Lila, Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids. Giovani meno informati. Fra le popolazioni a rischio gli omosessuali. "Ad oggi non c’è un dato nazionale di sorveglianza delle nuove infezioni che ci dica che sono in aumento le nuove infezioni tra i giovani gay. Chi lo dice fa probabilmente riferimento a dati locali di alcuni centri clinici. E’ possibile però che questo trend prima o poi arrivi anche in Italia a livello nazionale, perché c’è a livello Europeo - spiega Michele Breveglieri, segretario nazionale Arcigay - . E il motivo è appunto che i giovani under 25 sono più a rischio, e lo abbiamo visto anche grazie a dati italiani diricerche europee sull’Hiv tra gli uomini che fanno sesso con uomini: fanno meno il test, usano meno il preservativo nei rapporti anali, sono meno raggiunti da programmi di prevenzione, rispetto agli over 25. E questo certamente prepara il terreno per l’aumento dell’epidemia anche in quella fascia di età" Le azioni mirate. Servono azioni mirate per non dimenticare che l’Aids non è stato completamente sconfitto. Ma quali strategie adottare? "La prima di tutte è avere dati certi che permettono di capire come sta viaggiando oggi la nostra epidemia. Le risposte generaliste come le campagne del ministero della salute, certo non fanno male ma non risolvono quello zoccolo duro di infezioni che continuiamo ad avere annualmente. Chi sono i giovani che si infettano oggi? Con quali comportamenti sessuali ? Si dovrebbe parlare di sessualità nelle scuole senza falsi moralismi, ma soprattutto bisognerebbe rendere i preservativi maschili e femminili disponibili gratuitamente ai giovani.Costano troppo per loro. Le associazioni sono le più indicate a fare prevenzione mirata a target specifici noi non abbiamo un linguaggio ostico e accademico, sappiamo parlare il linguaggio di chi ci ascolta, ma abbiamo bisogno di avere progetti finanziati", aggiunge Cerioli. E fra i ragazzi c’è un altro problema da superare, quello dell’accesso al test. "Purtroppo in Italia un giovane sotto i 18 anni non può effettuare il test per la ricerca dell’Hiv senza il consenso dei genitori. Questa è una barriera enorme all’effettuazione del test se pensiamo che l’età del primo rapporto è 14 anni. rischiamo di avere giovani che hanno corso un rischio ma non si sono confidati con i loro genitori e non possono fare il test", conclude Cerioli. Valeria Pini,repubblica(...) Tumori: da rottamare la vecchia classificazione? E’ il più ampio studio di genomica di sempre ed è stato realizzato nell’ambito dell’iniziativa Cancer Genome Atlas (TCGA), condotta e supportata dal National Cancer Institute e dal National Human Genome Research Institute, entrambi parte dei National Institutes of Health americani. Il suo scopo è quello di arrivare a definire una nuova classificazione dei tumori, esclusivamente basata sul loroprofilo genetico. Fino ad oggi i tumori sono stati classificati sulla base del tessuto di provenienza (es. tumore del polmone, del rene o della mammella), ma secondo questo nuovo studio molte forme andrebbero riclassificate sulla base dell’assetto molecolare, più che di quello istologico. La ricerca, pubblicata su Cell il 7 agosto è stata portata avanti da un network di scienziati che ha analizzato il DNA, l’RNA e le proteine di 12 diversi tipi di tumori, provenienti da migliaia di pazienti, avvalendosi di sei diverse ‘piattaforme’ (metodi di analisi molecolare) genomiche. In questo modo è stato possibile disegnare una nuova classificazione dei tumori, comprendente 12 sottocategorie: solo in 5 casi la classificazione genetica è risultata consistente con quella basata sul tessuto di origine; in tutti gli altri casi uno stesso sottotipo della nuova classificazione genetica è risultato presente in diversi tessuti. “Questo studio genomico non solo mette in crisi il vecchio sistemadi classificazione dei tumori, basato sul tessuto di origine – spiega Christopher Benz, professore di medicina al Buck Institute for Research on Aging, professore associato di medicina presso l’Università della California di San Francisco (UCSF) e membro dell’Helen Diller Family Comprehensive Cancer Center della UCSF – ma fornisce una messe di nuovi dati e di filoni tutti da esplorare, accanto ad una lista completa dei caratteri molecolari, che definiscono ognuna delle nuove classi tumorali descritte”. I risultati più clamorosi si sono avuti con il tumore della mammella e della vescica. Lo studio ha individuato almeno tre diversi sottotipi di tumore della vescica, uno dei quali praticamente indistinguibile dall’adenocarcinoma polmonare e un altro molto simile ai tumori squamosi di testa-collo e polmone. “Analizzando i tassi di sopravvivenza – commenta Josh Stuart, professore di ingegneria biomolecolare presso l’Università della California di Santa Cruz – risulta che i tumoridella vescica, ‘imparentati’ con queste altre forme tumorali hanno effettivamente una prognosi diversa, peggiore; questo dimostra che il nostro lavoro non è un puro esercizio accademico”. “Questo spiega – commenta Benz – come mai i pazienti con tumore della vescica rispondano spesso in maniera del tutto differente, quando sottoposti ad uno stesso trattamento chemioterapico prescritto in base alle caratteristiche istologiche del tumore”. Lo studio ha confermato anche le note differenze tra i sottotipi di tumore della mammella noti come ‘basal-like’ (o tripli negativi) e ‘luminale’, rivelando come queste differenze siano in realtà molto più radicali di quanto finora ritenuto; i cosiddetti tumori della mammella ‘basal-like’, da un punto di vista molecolare, sono altrettanto distanti da una forma ‘luminale’, quanto un tumore di un organo completamente diverso, come il rene o il polmone ad esempio. I carcinomi della mammella tripli negativi sono una forma particolarmente aggressiva,più comune nelle pazienti giovani e questo studio li definisce ulteriormente come tumori a se stanti e decisamente unici tra tutte le forme di cancro della mammella. “Sebbene si presentino nella mammella – spiega Christina Yau, professore associato di chirurgia alla UCSF – a livello molecolare sono più imparentati con il tumore dell’ovaio e con i tumori a cellule squamose (come quelli testa-collo e polmone), che con altre forme di carcinoma della mammella”. Diversi tipi tumorali possono inoltre avere in comune un pattern analogo di attivazione immunitaria, fattore che può assumere grande rilevanza, ora che sono a disposizione diverse molecole di immunoterapici. Secondo gli autori dello studio, tutto questo rappresenta appena la punta dell’iceberg; “è possibile che il 30-50% dei tumori – afferma Benz - dovrà essere riclassificato sulla base dei caratteri genomici”. I risultati di questo studio potrebbero inoltre portare ad una nuova generazione di trial clinici nei quali ipazienti verrebbero arruolati solo sulla base della classificazione molecolare dei tumori; questo potrebbe portare a nuove opzioni di trattamento, prescritte sulla base dei sottotipi molecolari. “Avere a disposizione una mappa molecolare come questa – sostiene Stuart – aiuterà ad assegnare i pazienti al trial clinico più appropriato”. “Sebbene questa nuova classificazione debba ancora essere validata da studi di follow-up – conclude Benz - riteniamo che alla fine fornirà le fondamenta biologiche per una nuova era di terapia oncologica personalizzata, tanto attesa sia dai medici che dai pazienti”. Una prima ricaduta di questo studio è che i ricercatori del ‘ Lineberger Comprehensive Cancer Center’ dell’Università della North Carolina hanno già sperimentando l’efficacia della terapia con carboplatino, chemioterapico comunemente impiegato nel tumore dell’ovaio, in aggiunta alla terapia standard per i tumori della mammella tripli negativi, l’80% dei quali hanno i caratteri delsottotipo ‘basal-like’. I risultati di questo studio (il CALGB40603) sono appena stati pubblicati su Journal of Clinical Oncology il 6 agosto scorso e dimostrano un certo beneficio aggiuntivo del carboplatino in queste pazienti, anche se non è ancora possibile dire se questo avrà un impatto sulla sopravvivenza generale e su quella libera da malattia. Il Cancer Genome Atlas(TCGA) è stato lanciato nel 2006, con lo scopo di compilare l’atlante genomico di oltre 20 forme tumorali; col progredire della ricerca, stanno emergendo sempre più punti in comune tra tumori apparentemente molto diversi tra loro, così che si è ritenuto opportuno creare il progetto TCGA ‘Pan-Cancer’. I dati generati dal TCGA sono disponibili sul portale del TCGA (http://tcga-data.nci.nih.gov/tcga) e del CGHub (https://cghub.ucsc.edu/).Maria Rita Montebelli q.s.
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