Mobilità sanitaria -5-
 











Oggetto:INCHIESTA "OSPEDALI..."

Con la presente,
siamo a comunicare che  la rivista Zapping pubblicherà servizi dedicati agli:
                “Ospedali - ASL"
Per poterci agevolare nel nostro lavoro, chiediamo di fornirci dati utili
sull’argomento, in particolare riferenti agli anni pregressi nei
metodi e criteri della gestione della struttura e quant’altro
possa risultare utile ai fini della nostra mirata ed attenta inchiesta.
Distinti saluti   LaRedazione
                                                                                            
Vertenza Fondazione Maugeri, FSI Puglia: necessario approfondimento e confronto a livello nazionale e locale
Come noto i vertici della Fondazione con una iniziativa unilaterale hanno disdetto, a far data dal 01/10/2014, il contratto sanità pubblica per applicare il contratto sanità privata. Tale operazione comporterà per i lavoratori una perdita salariale pari al 30%. Il sindacato FSI (Federazione SindacatiIndipendenti” esprimendo perplessità e contrarietà, ha attivato tutte le procedure sia a livello regionale che a livello nazionale e delle altre strutture della Fondazione Maugeri.
“La sobrietà e la correttezza – afferma in una nota il sindacato - finora dimostrate dalla dirigenza della Fondazione mal si coniugano con una sortita simile. D’altra parte in tutti gli incontri precedenti i vertici aziendali hanno sempre rassicurato le OOSS e i lavoratori sulla solidità finanziaria della fondazione”.
“Inoltre risulta che in Puglia sia in atto, da parte della Fondazione S. Maugeri, un potenziamento della propria presenza e che la situazione economica del centro di Cassano Murge sia tutt’altro che preoccupante”. “Ragione in più – prosegue il comunicato - per dissentire dal disegno dei vertici aziendali. Certamente, data la ramificazione territoriale della fondazione, la vicenda necessità di un
approfondimento e di un confronto nelle sedi appropriate nazionali oltre che a livellolocale,
confronto che ci vede disponibili sin d’ora a condizione che Fondazione abbandoni ogni
pregiudiziale e manifesti una reale disponibilità a un dialogo costruttivo”.
La FSI, infine, ritiene che di tale vicenda debba essere interessata la Regione Puglia nelle persone
degli assessori competenti ai quali chiediamo la convocazione di un incontro urgente che veda la presenza di tutti gli attori coinvolti.(...)                                                                                                        Sprechi sanità, Aforp: nessun ricorso a decreti ingiuntivi
A seguito delle notizie di stampa diffuse negli ultimi giorni sugli sprechi in sanità nell’ambito del Servizio sanitario Regionale e per contribuire ad un utile chiarimento verso la comunità pugliese, l’Associazione Fornitori Ospedalieri della Regione Puglia si dissocia diramando il seguentecomunicato stampa.
"Con tristezza confermiamo - afferma Beppe Marchitelli, Presidente A.F.O.R.P. - che le Grandi imprese hanno forse colto le opportunità che il ritardato pagamento registrava aggredendo la Regione Puglia, con ogni azione legale possibile e sottraendo investimenti utili al raggiungimento di una competitività di sistema mai conquistata".
"L’A.F.O.R.P. - aggiunge Marchitelli - ha sempre, con aggiunta responsabilità e rinuncia dei propri diritti, attivato concordati preventivi con le ASL e Aziende Ospedaliere, rivolti alla definizione e al recupero dei crediti verso la Pa, con la finalità di dare vita e ossigeno alle imprese del territorio per la salvaguardia dei posti di lavoro e con senso civico, da cittadini pugliesi, si è evitato di concorrere all’aumento del debito pubblico".
L’A.F.O.R.P. che riunisce le imprese del territorio regionale nell’ambito delle attività svolte a sostegno delle imprese della sanità e per contribuire alla sostenibilità del Sistemaeconomico Finanziario della Regione Puglia, da anni ha attivato una politica di trasparenza con azioni mirate a riportare in superficie ogni situazione di incongruenza, che rischiava di danneggiare irrimediabilmente sia le imprese che la sanità pugliese. "Non a caso abbiamo avviato - sottolinea il Presidente Beppe Marchitelli - una lunga battaglia per ridurre i tempi di pagamento, perchè si danneggiavano non solo le imprese ma soprattutto le finanze della Regione Puglia e quindi dei cittadini pugliesi, con una preoccupante escalation del debito pubblico. Più volte abbiamo denunciato che i ritardi nuocevano alla salute della finanza pubblica regionale perchè avvantaggiavano società di factoring."
"In questi ultimi giorni, ci preoccupa l’escalation di brutte notizie che ci riportano - asserisce Marchitelli - ad una realtà molto complessa. ma con lo stesso spirito di impresa che da sempre ci caratterizza non dobbiamo arrenderci e, come cittadini pugliesi, rimaniamo parte interessata aconcorrere ad azioni correttive e propositive, rivolte al recupero delle criticità di sistema".
"Non a caso è opportuno che finalmente si inizi a valutare il rischio di impatto - conclude il Presidente A.F.O.R.P. - oltre le teoriche valutazioni ex ante, che può generare la centralizzazione degli acquisti sul rischio che la sanità finisca nelle mani di pochissime e Grandi imprese, con le conseguenze che sono sotto gli occhi ditutti".(...)                                                                                               Confermato caso di lebbra. Zaia: “Massima attenzione negli ospedali”
All’ospedale Ca’ Foncello di Treviso è stata diagnosticata una forma di lebbra su un paziente ricoverato presso il reparto di malattie infettive. Il paziente, un uomo di nazionalità bengalese di 37 anni, in Italia da circa 8 anni, è residente nel Comune di Quinto di Treviso.
A dare la notizia il Presidente della Regione delVeneto, Luca Zaia che ha incaricato il direttore generale della sanità veneta Domenico Mantoan di “alzare al massimo livello la sorveglianza sanitaria, la prevenzione e la profilassi su tutto il territorio, sia a livello ospedaliero che territoriale”.
Il Dipartimento di Prevenzione dell’Ulss 9 ha attivato i protocolli del caso che prevedono la visita dermatologica sulle 5 persone conviventi con il paziente. Il controllo verrà eseguito presso la Dermatologia del Ca Foncello.
“Si tratta di un segnale molto brutto – sottolinea Zaia in una nota – che testimonia come purtroppo le nostre preoccupazioni sulla ricomparsa di malattie da tempo debellate fossero fondate. Una giovane donna morta di Tbc poco tempo fa, oggi questo caso di lebbra – aggiunge Zaia – sono elementi che provano il ritorno di patologie, perlopiù infettive, che qui erano scomparse da 200 anni, nei confronti delle quali l’attenzione del nostro sistema sanitario è e sarà massima.
Il nostro primo obiettivo –prosegue il Governatore – è quello di salvaguardare la salute pubblica e quella di ogni singolo cittadino Veneto e lo faremo mettendo in campo tutte le elevate professionalità dei nostri medici e l’intera organizzazione sanitaria ospedaliera e territoriale”.
Il paziente bengalese era stato ricoverato per sintomatologia di tipo cardiologico in unita coronarica. E’ stato effettuato uno studio emodinamico e sulla base della sintomatologia sono state effettuate biopsie cutanee che, refertate dopo il tempo necessario, hanno dato esito di una forma di lebbra. In malattie infettive è iniziato trattamento specifico in accordo col centro di riferimento nazionale di Genova.
Si tratta, precisano i sanitari, di una malattia poco contagiosa che, sinora, la letteratura scientifica ha quantificato in una decina di casi l’anno in Italia.(...)                                                                                                          Aids, appello delle associazioni: "Infezione sottostimata in Italia. Serve più prevenzione"
UNA lettera delle associazioni per la lotta all’Aids all’Istituto superiore della Sanità (Iss) e al ministero della Salute per portare l’attenzione sul problema della prevenzione. L’appello di Lila, Nadir, Arcigay e Plus al commissario dell’Iss, Gualtieri Walter Ricciardi, e al direttore dell’Iss, Lino Del Favero, e al ministro Beatrice Lorenzin, anticipato a Repubblica, ha un obiettivo: far conoscere l’epidemia, spesso dimenticata, per evitare che il virus dell’Hiv si diffonda. Anche perché la mancanza di percezione del rischio e della conseguente necessità di proteggersi, è uno dei principali fattori che favoriscono il contagio. E gli ultimi dati in materia vedono sempre più a rischio la fascia dei giovanissimi. Secondo un recente studio dell’Università di Tor Vergata, negli ultimi anni c’è stato un aumento di infezioni, del 10-15% nella fascia più giovane, tra i 16 e i 25.
L’allarme dell’Oms. A lanciare l’allarme è prima di tutto  l’Oms. A 33 anni di distanza dalla scoperta del virus dell’Hiv, la malattia non fa più paura come in passato, ma rischia di essere sottovalutata. Si conoscono i metodi di trasmissione, ma si continuano a registrare nuovi casi. Un problema lanciato a luglio all’International AidsConference di Melbourne, che ha posto fra le priorità  quella di raggiungere i ’malati fantasma’, che non sanno di essere infetti e che costituiscono il 50% del totale dei sieropositivi. Secondo una stima presentata recentemente al convegno dell’Italian conference on Aids and retrovirus (Icar), in Italia i sieropositivi sono circa 150.000. Ma è difficile fornire dati precisi, come ricordano le associazioni nel loro appello. "Oggi non è disponibile un dato universalmente considerato affidabile su quante persone vivano nel nostro paese con l’infezione da HIV, su quante siano all’anno le nuove diagnosi e quante di queste siano diagnosi tardive. Nemmeno il numero di persone che ogni anno muoiono di Aids è noto, come emerge dalle pubblicazioni dello stesso Centro operativo Aids", si legge nella lettera-appello delle associazioni.
Comportamenti ’a rischio’. E’ difficile capire quale sia l’incidenza  dell’infezione nelle popolazioni vulnerabili all’Hiv, come, ad esempio gliuomini che fanno sesso con uomini, le persone che usano droghe per via iniettiva, quelle che si prostituiscono o i detenuti. "Su queste popolazioni i pochi dati, quando disponibili, risultano poco affidabili e obsoleti. Questo fa sì che mentre a livello internazionale si mettono in atto strategie mirate a quelle che sono considerate le popolazioni “chiave” sulle quali intervenire tempestivamente, l’Italia ancora una volta rimanga indietro", si legge ancora nell’appello. E ancora:  "Paradossalmente anche un dato banale come il numero dei test per la ricerca anticorpale dell’Hiv effettuati annualmente nel nostro paese è mancante. Senza questo dato non si possono capire le oscillazioni di incidenza delle nuove diagnosi, mancando un denominatore certo di quante persone hanno fatto il test".
"Manca la conoscenza del problema". L’obiettivo è quello di fare di più per la prevenzione. Anche perché, soprattutto fra i più giovani, c’è molta disinformazione. "Dalla nostra ricerca ancorain corso Questionaids  risulta che il 42% di chi ha compilato il questionario, ad oggi circa 10.000 persone in tutta Italia, pensa che nel nostro paese nell’ultimo anno ci siano persone che si sono infettate perché qualcuno le ha morsicate gli ha sputato o perché si sono punte con una siringa usata nel parco. Ma  sappiamo che non sono certamente questi i rapporti a rischio. I giovani prima di tutto devono essere informati poi sui reali rischi e su come si possono ridurre, i rapporti più a rischio sono i rapporti sessuali penetrativi anali e vaginali con eiaculazione interna. Il virus è soprattutto presente nello sperma e quindi è più a rischio chi lo sperma lo riceve", spiega Alessandra Cerioli, presidente di Lila, Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids.
Giovani meno informati. Fra le popolazioni a rischio gli omosessuali. "Ad oggi non c’è un dato nazionale di sorveglianza delle nuove infezioni che ci dica che sono in aumento le nuove infezioni tra i giovani gay. Chi lodice fa probabilmente riferimento a dati locali di alcuni centri clinici. E’ possibile però che questo trend prima o poi arrivi anche in Italia a livello nazionale, perché c’è a livello Europeo - spiega Michele Breveglieri, segretario nazionale Arcigay - . E il motivo è appunto che i giovani under 25 sono più a rischio, e lo abbiamo visto anche grazie a dati italiani di ricerche europee sull’Hiv  tra gli uomini che fanno sesso con uomini: fanno meno il test, usano meno il preservativo nei rapporti anali, sono meno raggiunti da programmi di prevenzione, rispetto agli over 25. E questo certamente prepara il terreno per l’aumento dell’epidemia anche in quella fascia di età"
Le azioni mirate. Servono azioni mirate per non dimenticare che l’Aids non è stato completamente sconfitto. Ma quali strategie adottare? "La prima di tutte è avere dati certi che permettono di capire come sta viaggiando oggi la nostra epidemia. Le risposte generaliste come le campagne del ministero dellasalute, certo non fanno male ma non risolvono quello zoccolo duro di infezioni che continuiamo ad avere annualmente. Chi sono i giovani che si infettano oggi? Con quali comportamenti sessuali ? Si dovrebbe parlare di sessualità nelle scuole senza falsi moralismi, ma soprattutto bisognerebbe rendere i preservativi maschili e femminili disponibili gratuitamente ai giovani. Costano troppo per loro. Le associazioni sono le più indicate a fare prevenzione mirata a target specifici noi non abbiamo un linguaggio ostico e accademico, sappiamo parlare il linguaggio di chi ci ascolta, ma abbiamo bisogno di avere progetti finanziati", aggiunge Cerioli. E fra i ragazzi c’è un altro problema da superare, quello dell’accesso al test. "Purtroppo in Italia un giovane sotto i 18 anni non può effettuare il test per la ricerca dell’Hiv senza il consenso dei genitori. Questa è una barriera enorme all’effettuazione del test se pensiamo che l’età del primo rapporto è 14 anni. rischiamo di avere giovani chehanno corso un rischio ma non si sono confidati con i loro genitori e non possono fare il test", conclude Cerioli. Valeria Pini,repubblica(...)                                                                                       Tumori da rottamare la vecchia classificazione?
E’ il più ampio studio di genomica di sempre ed è stato realizzato nell’ambito dell’iniziativa Cancer Genome Atlas (TCGA), condotta e supportata dal National Cancer Institute e dal National Human Genome Research Institute, entrambi parte dei National Institutes of Healthamericani. Il suo scopo è quello di arrivare a definire una nuova classificazione dei tumori, esclusivamente basata sul loro profilo genetico. Fino ad oggi i tumori sono stati classificati sulla base del tessuto di provenienza (es. tumore del polmone, del rene o della mammella), ma secondo questo nuovo studio molte forme andrebbero riclassificate sulla base dell’assetto molecolare, più che di quello istologico.
La ricerca, pubblicata su Cell il 7 agosto è stata portata avanti da un network di scienziati che ha analizzato il DNA, l’RNA e le proteine di 12 diversi tipi di tumori, provenienti da migliaia di pazienti, avvalendosi di sei diverse ‘piattaforme’ (metodi di analisi molecolare) genomiche. In questo modo è stato possibile disegnare una nuova classificazione dei tumori, comprendente 12 sottocategorie: solo in 5 casi la classificazione genetica è risultata consistente con quella basata sul tessuto di origine; in tutti gli altri casi uno stesso sottotipo della nuovaclassificazione genetica è risultato presente in diversi tessuti.
“Questo studio genomico non solo mette in crisi il vecchio sistema di classificazione dei tumori, basato sul tessuto di origine – spiega Christopher Benz, professore di medicina al Buck Institute for Research on Aging, professore associato di medicina presso l’Università della California  di San Francisco (UCSF) e membro dell’Helen Diller Family Comprehensive Cancer Center della UCSF – ma fornisce una messe di nuovi dati e di filoni tutti da esplorare, accanto ad una lista completa dei caratteri molecolari, che definiscono ognuna delle nuove classi tumorali descritte”.
I risultati più clamorosi si sono avuti con il tumore della mammella e della vescica. Lo studio ha individuato almeno tre diversi sottotipi di tumore della vescica, uno dei quali praticamente indistinguibile dall’adenocarcinoma polmonare e un altro molto simile ai tumori squamosi di testa-collo e polmone. “Analizzando i tassi di sopravvivenza– commenta Josh Stuart, professore di ingegneria biomolecolare presso l’Università della California di Santa Cruz – risulta che i tumori della vescica, ‘imparentati’ con queste altre forme tumorali hanno effettivamente una prognosi diversa, peggiore; questo dimostra che il nostro lavoro non è un puro esercizio accademico”.
“Questo spiega – commenta Benz – come mai i pazienti con tumore della vescica rispondano spesso in maniera del tutto differente, quando sottoposti ad uno stesso trattamento chemioterapico prescritto in base alle caratteristiche istologiche del tumore”.
Lo studio ha confermato anche le note differenze tra i sottotipi di tumore della mammella noti come ‘basal-like’ (o tripli negativi) e ‘luminale’, rivelando come queste differenze siano in realtà molto più radicali di quanto finora ritenuto; i cosiddetti tumori della mammella ‘basal-like’, da un punto di vista molecolare, sono altrettanto distanti da una forma ‘luminale’, quanto un tumore di un organocompletamente diverso, come il rene o il polmone ad esempio. I carcinomi della mammella tripli negativi sono una forma particolarmente aggressiva, più comune nelle pazienti giovani e questo studio li definisce ulteriormente come tumori a se stanti e decisamente unici tra tutte le forme di cancro della mammella.
“Sebbene si presentino nella mammella – spiega Christina Yau, professore associato di chirurgia alla UCSF – a livello molecolare sono più imparentati con il tumore dell’ovaio e con i tumori a cellule squamose (come quelli testa-collo e polmone), che con altre forme di carcinoma della mammella”. Diversi tipi tumorali possono inoltre avere in comune un pattern analogo di attivazione immunitaria, fattore che può assumere grande rilevanza, ora che sono a disposizione diverse molecole di immunoterapici.
Secondo gli autori dello studio, tutto questo rappresenta appena la punta dell’iceberg; “è possibile che il 30-50% dei tumori – afferma Benz - dovrà essere riclassificato sullabase dei caratteri genomici”.
I risultati di questo studio potrebbero inoltre portare ad una nuova generazione di trial clinici nei quali i pazienti verrebbero arruolati solo sulla base della classificazione molecolare dei tumori; questo potrebbe portare a nuove opzioni di trattamento, prescritte sulla base dei sottotipi molecolari. “Avere a disposizione una mappa molecolare come questa – sostiene Stuart – aiuterà ad assegnare i pazienti al trial clinico più appropriato”.
“Sebbene questa nuova classificazione debba ancora essere validata da studi di follow-up – conclude Benz - riteniamo che alla fine fornirà le fondamenta biologiche per una nuova era di terapia oncologica personalizzata, tanto attesa sia dai medici che dai pazienti”.
 Una prima ricaduta di questo studio è che i ricercatori del ‘ Lineberger Comprehensive Cancer Center’ dell’Università della North Carolina hanno già sperimentando l’efficacia della terapia con carboplatino, chemioterapico comunementeimpiegato nel tumore dell’ovaio, in aggiunta alla terapia standard per i tumori della mammella tripli negativi, l’80% dei quali hanno i caratteri del sottotipo ‘basal-like’. I risultati di questo studio (il CALGB40603) sono appena stati pubblicati su Journal of Clinical Oncology il 6 agosto scorso e dimostrano un certo beneficio aggiuntivo del carboplatino in queste pazienti, anche se non è ancora possibile dire se questo avrà un impatto sulla sopravvivenza generale e su quella libera da malattia.
Il Cancer Genome Atlas(TCGA) è stato lanciato nel 2006, con lo scopo di compilare l’atlante genomico di oltre 20 forme tumorali; col progredire della ricerca, stanno emergendo sempre più punti in comune tra tumori apparentemente molto diversi tra loro, così che si è ritenuto opportuno creare il progetto TCGA ‘Pan-Cancer’.
I dati generati dal TCGA sono disponibili sul portale del TCGA (http://tcga-data.nci.nih.gov/tcga) e del CGHub (https://cghub.ucsc.edu/).Maria Rita Montebelli q.s.
Troponina elevata nei soggetti con insufficienza renale: cosa significa?
Due review, pubblicate ‘online first’ su Annals of Internal Medicine, analizzano il significato dei valori di troponina sierici nei pazienti con insufficienza renale cronica. Le troponine cardiache T ed I sono proteine deputate alla regolazione della contrazione muscolare e si trovano quasi esclusivamente a livello cardiaco; per questo rappresentano un importante marcatore di miocardio-necrosi, utilizzato per far diagnosi di danno cardiaco. Nei pazienti con insufficienza renale cronica, i valori di troponina sierica tendono però ad essere più elevati che nella popolazione generale, anche in assenza di danno cardiaco e questo rende complessa la loro interpretazione in termini di diagnosi e prognosi.
Tra le possibili cause di questo fenomeno, precedenti studi hanno indicato un’alterata escrezionedella troponina o la presenza di alterazioni non ischemiche, quali l’ipertrofia ventricolare. Elevati livelli di troponina, sono stati riscontrati inoltre in altre condizioni acute quali, scompenso cardiaco, embolia polmonare, miocardite, sforzi strenui, sepsi. In questi contesti, si ipotizza che la troponina possa risultare elevata per un’aumentata permeabilità della membrana dei miociti o anche per una necrosi dei miociti, dipendente però da fattori diversi dalla trombosi coronarica. Per tale motivo, una task force internazionale ha redatto nuove definizioni dei vari tipi di infarti del miocardio; in particolare, elevati livelli di troponina, nel contesto di un’occlusione coronarica acuta, vengono indicati come danno miocardico di ‘tipo 1’; mentre un danno di ‘tipo 2’ indica gli elevati livelli di troponina dovuti ad altre patologie acute o ad un mismatch tra domanda e offerta di ossigeno.
Le review sistematiche pubblicate su Annals, hanno cercato di dare il loro contributo nellavalutazione del significato della troponina nei pazienti con insufficienza renale, con o senza danno cardiaco.
La prima review, condotta da Erin Michos e colleghi della Johns Hopkins University School of Medicine e della Johns Hopkins University Bloomberg School of Public Health (USA) ha preso in esame 98 studi osservazionali, al fine di determinare il valore prognostico della troponina nei soggetti con insufficienza renale, senza sindromi coronariche acute. Gli autori hanno riscontrato che, tra i pazienti con insufficienza renale cronica, sia in dialisi che non, i soggetti con i valori di troponina più elevati avevano una prognosi peggiore; in particolare il loro rischio di mortalità per tutte le cause, di mortalità cardiovascolare e di eventi avversi cardiaci maggiori (MACE) risultava di 2-4 volte maggiore rispetto ai soggetti con valori di troponina più bassi.
Nei soggetti con insufficienza renale cronica (IRC), nei quali non si sospetti una sindrome coronarica acuta, secondogli autori della review, la presenza di elevati livelli di troponina si associa ad una prognosi peggiore. Ulteriori studi serviranno a chiarire se questo marcatore sia più appropriato dei modelli clinici nel riclassificare il rischio dei pazienti con IRC e se una tale classificazione possa guidare il trattamento nei soggetti a più elevato rischio di morte.
Nel secondo lavoro, firmato da Sylvie Stacy e colleghi sempre della Johns Hopkins University Bloomberg School of Public Health e della Johns Hopkins University School of Medicine (USA), sono stati esaminati 23 studi per determinare se i livelli di troponina nei soggetti con insufficienza renale rappresentino una valida guida per diagnosi, trattamento e prognosi nei soggetti con insufficienza renale cronica e sindromi coronariche acute. Anche in questo caso, i valori di troponina si sono rivelati utili nell’individuare i soggetti a prognosi peggiore; gli autori consigliano tuttavia di inquadrare la troponina nell’ambito di altrifattori clinici. I ricercatori della  Johns Hopkins non sono inoltre riusciti a dimostrare che i livelli di troponina nei soggetti con insufficienza renale rappresentino un valido ausilio nella diagnosi di sindrome coronarica acuta (SCA). In particolare, la sensibilità della troponina T per la diagnosi di SCA varia dal 71 al 100%, mentre la specificità va da 31 all’86%; per la troponina I, la sensibilità varia dal 43 al 94% e la specificità dal 48 al 100%.
In un editoriale, pubblicato sullo stesso numero, William G. KussmaulIII (Hahnemann University Hospital, Philadelphia)e Ashwini R. Sehgal (Case Western Reserve University, Cleveland, Ohio), mettono in guardia sul fatto che dosare i livelli di troponina nei soggetti con insufficienza renale e bassa probabilità pre-test di coronaropatia possa generare una serie di falsi positivi. Non è chiaro inoltre se in questo contesto i valori di troponina rappresentino una guida per la diagnosi e il trattamento.
Vista la loro elevatasensibilità tuttavia, i livelli di troponina potrebbero, nei soggetti con insufficienza renale, risultare più utili nell’escludere un infarto che nel diagnosticarlo, ma sempre in presenza di altri parametri clinici, che portino a sospettarne la presenza. E comunque, nel momento in cui si riscontri un elevato valore di troponina in un paziente con insufficienza renale acuta, gli editorialisti consigliano, in mancanza di un preciso valore di cut off di normalità, di ripeterne in maniera seriata le misurazioni, per valutarne l’andamento.
È necessario comunque condurre ulteriori ricerche per individuare dei valori di cut off per i livelli di troponina in diverse popolazioni di pazienti. Maria Rita Montebelli q.s.(...) Quei batteri che controllano la mente
Un’irrefrenabile voglia di lasagne? Impazziti per la cioccolata? A dettare in modo imperioso i nostri gusti culinari o il senso di fame, potrebbe non essere la gola o la pubblicità, ma la flora batterica che tuttialberghiamo in numero copioso nell’intestino. È la conclusione alla quale giungono gli autori di una revisione della più recente letteratura scientifica sull’argomento, appena pubblicata su BioEssays.
I batteri intestinali -secondo gli autori dello studio- influenzerebbero le nostre scelte alimentari in base al contenuto di nutrienti che consentono loro di crescere più agevolmente. Alcune specie batteriche preferiscono i cibi grassi, altre i carboidrati e in qualche modo, ancora tutto da scoprire, trasmettono i loro desiderata al nostro cervello, che prontamente esaudisce i loro ‘comandi’.
Il microbioma intestinale potrebbe influenzare le nostre scelte alimentari, attraverso il rilascio di molecole-segnale nell’intestino che, essendo strettamente collegato ai sistemi immunitario, endocrino e nervoso, non tarda a farle arrivare nella stanza dei bottoni, il cervello appunto.
Secondo alcune ricerche, i batteri intestinali controllerebbero i nostri gusti attraverso il nervo vago,il più lungo dei nervi cranici, che connette qualcosa come 100 milioni di cellule nervose dal tratto digerente al tronco cerebrale.
“I batteri – afferma Athena Aktipis, Dipartimento di Psicologia dell’Arizona State University - riescono a manipolare il nostro comportamento e l’umore alterano i segnali nervosi che viaggiano lungo il nervo vago, o modificando i recettori del gusto, o producendo tossine che ci fanno sentire male o ancora rilasciando molecole che fungendo da ‘segnali di ‘ricompensa’, ci danno un senso di appagamento”. E’ stato dimostrato che nei topi, alcuni batteri possono ingenerare uno stato d’ansia, mentre nell’uomo, il consumo di probiotici contenenti Lactobacillus casei, secondo i risultati di un altro studio, può migliorare il tono dell’umore.
“I batteri intestinali – commenta Carlo Maley, direttore del Center for Evolution and Cancer dell’Università della California di San Francisco, autore del lavoro - strumentalizzano i nostri gusti alimentari persoddisfare i loro bisogni, alcuni allineati con i nostri obiettivi alimentari, altri decisamente lontani”.
La buona notizia è che l’influenza può essere reciproca; modificando opportunamente la dieta, è possibile alterare la composizione del microbioma intestinale, già dopo appena 24 ore.
“La nostra dieta – spiega Maley - può avere un impatto importante sull’ecosistema intestinale, che evolve molto rapidamente, anche nell’arco di minuti”.
Per verificare le loro teorie, gli autori della review stanno già progettando future linee di ricerca. Si potrebbe ad esempio trapiantare in alcuni volontari un microbioma contente batteri in grado di metabolizzare le alghe e osservare se questo spinge i riceventi a consumare cibi contenenti alghe.
Alcune ricerche hanno dimostrato che determinate specie batteriche presenti nel microbioma intestinale potrebbero avere un ruolo causale nell’obesità. Anche in questo caso, future linee di ricerca prevedono la manipolazione del microbiomaattraverso modifiche dietetiche, trapianti fecali, ingestione di probiotici selezionati e somministrazione di antibiotici mirati a sopprimere solo la flora batterica obesogena.
“La manipolazione del microbioma – conclude la Atkins – potrebbe aprire una serie di possibilità inedite nella prevenzione di numerose patologie, dall’obesità, al diabete, ai tumori del tratto gastro-intestinale. Abbiamo appena iniziato a scalfire la superficie dell’importanza che riveste il microbioma per la salute”.
La review pubblicata su BioEssays è stata finanziata da National Institutes of Health, American Cancer Society, dalla ‘Bonnie D. Addario’ Lung Cancer Foundation e dall’ Institute for Advanced Study di Berlino.Maria Rita Montebelli(...)                 Oncologia. Il Botox rallenta la progressione del cancro dello stomaco
L’osservazione era sul tavolo da tempo, ma il suo significato era tutto dachiarire. Tanto nell’uomo, che in modelli animali quali il topo, il tumore dello stomaco, per qualche ragione finora sconosciuta, appare particolarmente ricco di innervazione, a livello intra e peri-tumorale.
Un team di ricerca statunitense-norvegese, guidato da Timothy C. Wang, Professore di Medicina presso il Columbia’s Herbert Irving Comprehensive Cancer Center (New York), e Duan Chen della Norwegian University of Science and Technology, ha deciso di esplorare il ruolo delle cellule nervose nell’iniziazione e nella crescita dei tumori, a cominciare appunto da quello dello stomaco.
Per l’esperimento i ricercatori hanno utilizzato tre diversi approcci di denervazione su modelli murini di tumore gastrico. Negli animali sottoposti a vagotomia si è osservato un significativo rallentamento della crescita tumorale, che portava ad un aumento dei tassi di sopravvivenza; in quelli sottoposti a vagotomia monolaterale (solo da una parte dello stomaco), si è osservato che il tumorecontinuava a crescere indisturbato, dal lato risparmiato dall’intervento, a riprova ulteriore dell’importanza cruciale della presenza di nervi intatti per la crescita del tumore.
L’esperimento è stato ripetuto senza bisturi, avvalendosi dal blocco farmacologico indotto dalla tossina botulinica di tipo A; nel topo, l’impiego di Botox, si è rivelato altrettanto valido della vagotomia chirurgica nel rallentare la crescita del tumore.
La possibile spiegazione di questo fenomeno è che la tossina botulinica, che prevenire il rilascio dell’acetilcolina a livello delle terminazioni neuro-muscolari, determinando così una paralisi temporanea dei muscoli trattati, aiuterebbe a rallentare la crescita tumorale, perché l’aceticolina funge anche da segnale di stimolo alla divisione cellulare.
Il sistema nervoso gioca un ruolo importante nella regolazione dell’omeostasi epiteliale e da tempo si sospettava che potesse essere implicato anche nell’oncogenesi.
Questo studio, secondo gliautori, fornisce finalmente la prova di come l’innervazione rappresenti un aspetto critico in tutti gli stadi dello sviluppo di un tumore gastrico.
In particolare, la soppressione della tumorigenesi indotta dalla denervazione è risultata associata alla via di signaling Wnt e alla soppressione dell’espansione delle cellule staminali. L’inibizione farmacologica o il knock-out genetico dei recettori muscarinici M3 per l’acetilcolina, sopprime la tumorigenesi gastrica.
Dopo lo studio su modello animale, l’équipe del dottor Wang ha studiato 37 pazienti affetti da recidiva di tumore dello stomaco, comparsa a distanza di anni dall’intervento chirurgico. Dei 13 pazienti che erano stati sottoposti a vagotomia in occasione dell’intervento chirurgico, in tutti i casi con un’unica eccezione, il tumore non era ricomparso nelle regioni non più raggiunte dalle connessioni nervose. Per contro, in tutti gli altri 24 pazienti, non sottoposti a vagotomia, il tumore era ricomparso esattamente nellastessa regione dello stomaco.
Partendo da queste osservazioni, i ricercatori americani hanno adesso intenzione di avviare uno studio per testare l’efficacia di questa terapia di denervazione, utilizzandola in associazione alla terapia oncologica standard.
Osservazioni preliminari, suggeriscono che l’utilizzo del Botox renda le cellule tumorali più sensibili agli agenti chemioterapici.
Nel topo, l’associazione Botox-chemioterapia, rispetto alla sola chemioterapia ha prodotto un aumento dei tassi di sopravvivenza del 35%.
Si tratta di osservazioni effettuate tuttavia su tumori in fase iniziale, che andranno adesso verificate anche  su quelli in fase avanzata.
Un’altra possibilità, ancora tutta da sviluppare, è la messa a punto di farmaci in grado di bloccare i recettori per questi neurotrasmettitori, che potrebbero raggiungere per via sistemica anche gruppi di cellule metastatiche, sfuggite al tumore primitivo.
In conclusione, gli autori dello studio ritengonoche l’innervazione vagale contribuisca alla tumorigenesi gastrica, attraverso la via di segnalazione Wnt, mediata dai recettori M3 a livello delle staminali tumorali e che la denervazione rappresenti una possibile strategia da utilizzare per il controllo del tumore dello stomaco.
Il tumore dello stomaco è il quarto tumore più diffuso nel mondo, oltre ad essere uno di quelli con la prognosi peggiore; la sopravvivenza a 5 anni è inferiore al 25%.Maria Rita Montebelli-q.s.-(...)                                                                                  Alzheimer. L’azioneanti-infiammatoria del melograno come strategia nutrizionale preventiva
Si chiama punicalagina ed è un polifenolo del melograno che potrebbe trovare posto un giorno nell’armamentario terapeutico del morbo di Alzheimer. E non solo. La scoperta di Olumayokun Olajide, uno scienziato di origini nigeriane dell’Università di Huddersfield (UK), che dedica la sua vita allo studio delle proprietà anti-infiammatorie di prodotti naturali, è stata appena pubblicata su Molecular Nutrition & Food Research.
La punicalagina, secondo Olajide, potrebbe rallentare la progressione del morbo di Alzheimer, attenuando i sintomi legati alla neuro-infiammazione; ma potrebbe essere utile anche nel trattamento della sintomatologia dolorosa dell’artrite reumatoide e di altre patologie infiammatorie e neurodegenerative. Sono i risultati preliminari ottenuti dopo due anni di sperimentazione, che rappresentano la base per una nuova fase di ricerca, volta ad esplorare la possibilità di rallentarelo sviluppo di demenze tipo Alzheimer attraverso la somministrazione di questo polifenolo.
La punicalgina, secondo gli sperimentatori inglesi, è in grado di inibire la risposta infiammatoria della microglia (i macrofagi residenti nel sistema nervoso centrale), responsabile a sua volta della distruzione di gruppi di neuroni che determina il peggioramento delle condizioni dei pazienti con Alzheimer. L’antiossidante del melograno non viene presentato come una possibile cura per questa condizione ma, secondo i ricercatori inglesi, potrebbe comunque riuscire a rallentare la progressione della malattia.
 Per la ricerca, condotta in collaborazione tra il dipartimento di Farmacologia dell’Università di Huddersfield e l’Università di Friburgo (Germania) sono state utilizzate cellule nervose isolate di ratto sulle quali è stata sperimentata l’azione della punicalagina. In coltura cellulare, il polifenolo estratto dal melograno ha inibito la produzione di TNF-alfa, IL-6 eprostaglandina E2.
Il pretrattamento della microglia di ratto con punicalgina, prima dell’esposizione a stimolo con lipopolisaccaride (LPS), un potente trigger infiammatorio, ha determinato una significativa inibizione della produzione di TNF-alfa, IL-6 e prostaglandina E2. Anche la produzione di cicclo-ossigenasi-2 e della prostastaglandina E sintetasi 1 microsomiale sono risultate ridotte dal pretrattamento con punicalgina. La punicalgina infine interferisce anche con il signalling dell’NF-kB.
Questi risultati, secondo i ricercatori inglesi, dimostrano che la punicalgina è in grado di inibire la neuro-infiammazione a livello della microglia, attivata da LPS, andando ad interferire con il segnale NF-kB; questo ne suggerisce un possibile impiego come strategia di nutrizione preventiva nei disordini neurodegenerativi.
 “E’ noto che il consumo regolare di melograno – ricorda Olajide - fa bene alla salute da tanti punti di vista, compreso quello di prevenire laneuro-infiammazione correlata alla demenza. Per questo è consigliabile consumare succo di melograno puro che ha una concentrazione di punicalagina del 3,4%”.
Gli scienziati di Huddersfield hanno annunciato che cercheranno di mettere a punto dei derivati della punicalagina, somministrabili sotto forma di compresse. Maria Rita Montebelli-q.s.-                                                                                              Gestione servizi ospedalieri. Medtronic acquisisce NGC per 350 mln didollari
Medtronic annuncia di aver completato l’acquisizione di NGC Medical (NGC), una società privata italiana, con un’operazione il cui valore è di $350 milioni. Medtronic deteneva una quota di proprietà del 30 per cento della società prima del completamento dell’operazione. All’interno di Medtronic, NGC si prenderà carico dei servizi di gestione ospedalieri per il business Hospital.
NGC opererà come un’entità separata e proseguirà l’impegno consolidato di servire gli ospedali come partner brand-agnostic, ovvero non interessato alla promozione del marchio dei prodotti e delle tecnologie offerte. Medtronic prevede che l’impatto netto di questa operazione sugli utili dell’esercizio fiscale 2014 sarà neutro. NGC gestisce laboratori cardiovascolari, sale operatorie e unità di terapia intensiva presso circa 30 ospedali in Italia e sta rapidamente ampliando la propria offerta di servizi in Europa, Medio Oriente e Africa.
Rob ten Hoedt, executive vice president ePresidente di Medtronic Emeac, ha dichiarato: "Sono lieto che NGC entrerà a fare parte di Medtronic per incrementare la nostra crescente offerta rivolta a ospedali e sistemi sanitari. Siamo ben consapevoli che gli attuali modelli di erogazione dell’assistenza sanitaria non sono sostenibili ed è quindi intenzione di Medtronic trovare nuove modalità di partnership con medici, ospedali, pazienti, amministratori e decisori per rispondere alle sfide del controllo dei costi e dell’accesso alle cure, fornendo un’assistenza sanitaria di alta qualità. Come leader mondiali nella produzione di dispositivi medici disponiamo della tecnologia, delle competenze e della vasta gamma di prodotti e terapie, nonché della solidità finanziaria, necessari per fornire agli ospedali soluzioni dalle caratteristiche uniche. Nell’ultimo anno Medtronic ha compiuto notevoli progressi in seguito alla creazione del business Hospital Solutions. La competenza di NGC nella gestione dei servizi ospedalieri aumentaulteriormente questo slancio, rendendoci un partner ideale per gli ospedali”.
Paolo Cremascoli, Ceo di NGC, ha commentato: "Siamo lieti di essere parte di Medtronic e di avere l’opportunità di portare le competenze, i servizi e le soluzioni che abbiamo sviluppato nel corso degli ultimi 30 anni ad un gruppo molto più ampio di ospedali e operatori sanitari. Nell’ambito del business Hospital Solutions di Medtronic ci troviamo nella migliore posizione per contribuire a una soluzione delle sfide che i sistemi sanitari devono affrontare”.
Per Luciano Frattini, presidente ed amministratore delegato di Medtronic Italia l’acquisizione di NGC "permette di rafforzare la proposta Hospital Solutions, ponendo Medtronic come un interessante partner nella creazione di modelli innovativi di gestione, coniugando la necessità di apportare efficienza nell’erogazione della crescente domanda di prestazioni sanitarie con la sostenibilità della spesa. Con Hospital Solutions, Medtronic intende proporsi amedici e amministrazioni sanitarie non più solo come fornitore di dispositivi medici, ma bensì come partner per lo sviluppo di innovative soluzioni in grado di soddisfare i mutati bisogni dei sistemi sanitari. L’acquisizione di NGC aumenta la capacità di offrire livelli più alti di valore a tutti gli  interlocutori dei sistemi sanitari, medici, amministratori e decisori. La competenza che NGC ha saputo costruirsi negli anni è per noi un grande valore aggiunto e la decisione di mantenere le due entità separate ci permetterà di continuare ad offrire i nostri servizi senza alcun vincolo rispetto al marchio delle tecnologie che ogni ospedale vorrà adottare, nel pieno rispetto della decisione del medico operatore". (...)                     Liberia. Il nuovo Centro MSF per l’Ebola è già sovraffollato di pazienti
Medici Senza Frontiere (MSF) sta rapidamente aumentandole proprie attività in Liberia per contrastare l’epidemia di Ebola. Nella sua prima settimana di attività, il nuovo centro per il trattamento dell’Ebola realizzato nella capitale Monrovia (noto come ELWA3) è già al completo con 120 pazienti ed è in corso un ampliamento della struttura. Nel frattempo, nel Nord del paese, i pazienti continuano ad affluire al centro di trattamento per l’Ebola di Foya che è appena stato riabilitato.
“È del tutto inaccettabile che, dopo cinque mesi da quando è stata dichiarata l’epidemia di Ebola, si inizi solo oggi a discutere seriamente di leadership e coordinamento internazionale - ha dichiarato Brice de le Vingne, Direttore delle Operazioni di MSF -. Gli Stati che hanno competenze e risorse per fare la differenza nei paesi colpiti si preoccupano solo di proteggere se stessi. Possono fare di più, perché non lo fanno?”.
A Monrovia l’epidemia si sta diffondendo rapidamente e le poche strutture mediche che accettano pazienti colpiti dall’Ebola sonosovraffollate. Diversi centri sanitari della città hanno chiuso per paura che il virus si diffonda tra operatori e pazienti. Così, molte persone sono rimaste totalmente prive di assistenza medica e si è creata un’emergenza nell’emergenza.
“All’indomani di un terremoto sarebbe impensabile avere così pochi posti in cui le donne possano partorire in sicurezza o in cui le persone possano essere curate per problemi di salute potenzialmente letali - ha affermato Lindis Hurum, coordinatrice dell’emergenza a Monrovia -. Non è più solo un’epidemia di Ebola: è un’emergenza umanitaria e richiede una risposta su ampia scala.”
Il numero di persone che chiedono di essere curate nel nuovo centro MSF di Monrovia, attivo dal 17 agosto, sta crescendo più velocemente di quanto le équipe possano gestire, sia in termini di posti letto e sia di capacità dello staff. I pazienti arrivano praticamente da ogni distretto della città. Le équipe si stanno impegnando al massimo per monitorare i nuovi arrivi,prendersi cura dei pazienti ricoverati, rimuovere in sicurezza i cadaveri dei deceduti e trasportarli al crematorio.
“Non abbiamo mai visto un numero così alto di pazienti in nessuna epidemia precedente - ha detto Lindis Hurum -. Le nostre linee guida sono state scritte per centri da 20 letti, ma qui stiamo per superare i 120 posti letto. In questa situazione dobbiamo continuamente adattarci e stiamo reclutando e formando staff medico e igienisti giorno e notte. Ora la nostra priorità è garantire la sicurezza della struttura, isolare i casi sospetti e confermati, e fornire cure compassionevoli”.
Come altri centri per l’Ebola, ELWA3 gioca un ruolo importante nel contenere l’epidemia isolando i pazienti infetti e prevenendo ulteriori contagi. Ma l’afflusso senza precedenti di pazienti costringe MSF a diminuire il livello delle cure. In questo momento, per esempio, non è possibile somministrare le terapie per via endovenosa. Nel frattempo, MSF sta lavorando per ampliare il centro diMonrovia e costruire tre tende più grandi con 40 posti letto ciascuna.
Nella remota area di Foya, vicino al confine con la Guinea, la mancanza di assistenza medica sta complicando l’emergenza. Le équipe di MSF lavorano ventiquattr’ore al giorno per contenere l’epidemia e il centro di trattamento per l’Ebola ospita 67 pazienti.
“Oggi la situazione è estremamente caotica, ma vediamo pochissime organizzazioni umanitarie in azione - ha affermato Hugues Robert, Coordinatore dell’Emergenza per MSF -. In alcune località intorno a Foya, i medici del Ministero della Salute non hanno abbastanza materiali protettivi necessari a gestire la malattia. E hanno una possibilità limitata di seppellire i cadaveri in sicurezza e di fornire servizi di ambulanza per trasferire i pazienti. Hanno bisogno di aiuto. Oltre a fornire cure mediche di emergenza, sarà una nostra priorità istruire la comunità sulla malattia e su come prevenire il contagio”.
Anche in Nigeria, nella città di Lagos, MSF hainiziato a fornire supporto tecnico alle autorità sanitarie per la lotta contro l’epidemia di Ebola. MSF sta trasferendo loro le proprie competenze tecniche nell’ambito dell’isolamento dei pazienti, del tracciamento dei contatti, della formazione e dell’educazione delle comunità. Qui l’attività di MSF rientra nell’ambito della consulenza e durerà più di un mese. In questo momento la Nigeria non ha bisogno di un supporto sul campo. Un’équipe di sei persone sta supportando il reparto di isolamento dell’Ospedale per le Malattie Infettive, centro di riferimento per i pazienti di Ebola a Lagos.
MSF ha avviato il suo intervento contro l’Ebola in Africa Occidentale a marzo 2014 e oggi è presente in Guinea, Liberia, Nigeria e Sierra Leone. L’organizzazione gestisce cinque centri per il trattamento dell’Ebola per una capacità totale di 415 posti letto. Da marzo, MSF ha ammesso nei propri centri un totale di 1.885 pazienti. 907 di loro sono risultati positivi all’Ebola, di cui 170 sonoguariti. MSF lavora nella regione con 184 operatori internazionali e 1.800 operatori nazionali. (...)                                  Gravidanza. L’esposizione ai fenoli rallenta la crescita dei bambini e li fa ingrassare
L’esposizione ad alcuni fenoli in gravidanza, in particolare a parabeni e triclosan, può interferire con la normale crescita del bambino, durante il periodo fetale e nel corso dei primi tre anni di vita. Lo dimostrano i risultati di un vasto studio, appena pubblicato su Epidemiology di settembre. I rischi maggiori vengono dall’esposizione ai parabeni e al triclosan.
I parabeni sono sostanze ampiamente utilizzate come conservanti nei cosmetici e nei prodotti per la cura del corpo, mentre il triclosan è un agente antibatterico e pesticida, presente in alcuni saponi edentifrici.
La ricerca ha indagato anche gli effetti del benzofenone-3, impiegato come filtro UV nelle creme solari, dei diclorofenoli, utilizzati nella produzione dei deodoranti per ambienti, delle resine epossidiche, contenute nelle otturazioni dentali in amalgama e nel rivestimento delle lattine dei cibi in scatola. Non poteva mancare ovviamente il bisfenolo A, utilizzato nella produzione di oggetti di plastica, dalle bottiglie, alle custodie dei CD.
Il comune denominatore di tutte queste sostanze della famiglia dei fenoli, assolutamente immanenti nella nostra vita quotidiana, è di essere dei noti endocrine disruptor (o ‘xenobiotici con potenziale attività endocrina’ o ‘interferenti endocrini’). Studi di laboratorio e su animali da esperimento hanno dimostrato cioè che queste sostanze sono in grado di interferire con i sistemi ormonali coinvolti nell’accrescimento e nell’aumento di peso.
Lo studio, condotto da ricercatori dell’Inserm, degli ospedali universitari di Nancye Poitiers, unitamente agli esperti dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) di Atlanta e coordinata dall’Inserm e dal gruppo di Epidemiologia Ambientale dell’università di Grenoble, ha preso in esame 520 bambini maschi della coorte EDEN madre-bambino ed è stata finanziata dall’ANSES (French Agency for Food, Environmental and Occupational Health Safety).
Le donne in gravidanza che hanno preso parte allo studio, sono state reclutate presso gli ospedali universitari di Nancy e Poitiers tra il 2003 e il 2006. La crescita del bambino veniva valutata attraverso un’ecografia al terzo trimestre di gravidanza , poi attraverso la misurazione di peso e altezza, dalla nascita all’età di tre anni. Su un campione di urine, prelevato in gravidanza, venivano dosati invece i biomarcatori di esposizione ai fenoli presso i laboratori dei CDC negli Usa.
I risultati dimostrano che la quasi totalità (oltre il 95%) delle donne risulta esposta in gravidanza a queste sostanze e chel’esposizione della madre ai fenoli può disturbare la normale crescita dei maschietti. Quelli più pericolosi a questo riguardo sono risultate il triclosan e parabeni. Il primo si correla in modo negativo alla crescita fetale, valutata con l’ecografia al terzo trimestre di gravidanza. L’esposizione ai parabeni invece  risultava associata ad un aumentato peso alla nascita e all’età di tre anni; è noto che una crescita accelerata nei primi tre anni di vita si associa ad un aumentato rischio di obesità in età adulta.
Per le altre sostanze esaminate nello studio non è stata evidenziata una chiara correlazione con i disturbi della crescita.
Si tratta del primo studio ad aver preso in esame sia il periodo della crescita fetale, che quello a tre anni e un numero così ampio di sostanze della famiglia dei fenoli.
I ricercatori francesi hanno per il futuro in programma un altro studio che valuterà l’effetto dell’esposizione a tossici ambientali sul bambino, dalla gravidanza alprimo anno di età; in questo secondo studio verranno ottenuti diversi campioni urinari, dalla madre e dal neonato per valutare in modo più accurato l’esposizione a queste sostanze e per individuare i periodi potenzialmente più a rischio per la crescita del bambino nella prima infanzia. In questa seconda analisi verranno incluse anche le bambine. Maria Rita Montebelli(...)                                                                     Ricoveri ospedalieri 2013. In calo
Nel corso del 2013 sono stati erogati 9.842.485 i ricoveri ospedalieri, corrispondenti ad un totale di 64.312.696 giornate, segnando una riduzione rispettoall’anno precedente di circa 415 mila ricoveri (-4%) e di circa 2.394.000 giornate (-3,6%). Si conferma la tendenza a migliorare l’erogazione appropriata dell’assistenza ospedaliera. E’ quanto emerge dal ‘Rapporto annuale sull’attività di ricovero ospedaliero’, elaborato dal Ministero della Salute per l’anno 2013.
La degenza media per acuti si mantiene pressoché costante da diversi anni intorno al valore di 6,8 giorni, mentre per le degenza medie per riabilitazione e per lungodegenza si osserva un decremento a partire dal 2009; per l’anno 2013 la degenza media per riabilitazione in regime ordinario è pari a 25,7 giorni, mentre quella per l’attività di lungodegenza è pari a 27,6 giorni.
Rispetto al 2012 il numero complessivo di ricoveri ordinari per acuti si riduce da 6.837.823 a 6.634.977 (-2,9%), con una corrispondente diminuzione delle giornate di ricovero da 46.422.668 a 44.802.526 (-3,5%); il numero di ricoveri in regime diurno effettuati si riduce da 2.538.561 a 2.345.258(-7,6%), per una corrispondente diminuzione di giornate da 7.056.238 a 6.497.781 (-7,9%). Sempre rispetto al 2012, i ricoveri ad alto rischio di inappropriatezza in regime ordinario sono diminuiti di poco più di 390 mila unità (-24% che corrisponde al doppio della riduzione osservata nel 2012) e quelli in regime diurno di circa 180.000 unità (-10%).
Il tasso di ospedalizzazione in acuti per l’anno 2013 in Italia si riduce da 108 a 104 dimissioni per 1.000 abitanti in regime ordinario e a circa 38 dimissioni per 1.000 abitanti in regime diurno. La principale causa di ricorso all’ospedalizzazione in regime ordinario, pur non costituendo una condizione patologica, è rappresentata dal parto con 301.440 dimissioni. Escludendo il parto, le principali cause di ospedalizzazione sono riconducibili a patologie cardiovascolari (drg 127 – Insufficienza cardiaca e shock) e respiratorie (drg 087 – Edema polmonare e insufficienza respiratoria), interventi chirurgici per sostituzione diarticolazioni maggiori o reimpianto degli arti inferiori (drg 544).
Per quanto concerne l’attività in regime diurno, la principale causa di ricovero è rappresentata dalla somministrazione di chemioterapia (drg 410 - Chemioterapia non associata a diagnosi secondaria di leucemia acuta) con 1.565.788 giornate (-3,3% rispetto all’anno 2012). La qualità della compilazione è ulteriormente migliorata rispetto all’anno precedente: il numero complessivo di errori si riduce da 7.693.650 nel 2012 a 4.702.199 nel 2013, con una diminuzione di poco più del 27%.
Anche la distribuzione degli errori migliora, infatti il numero di schede senza errori aumenta da 5.177.626 a 6.493.781 unità, il numero di schede con un singolo errore si riduce da 3.020.904 a 2.219.999, il numero di schede con due errori si riduce da 1.592.944 a 949.417, il numero di schede con tre errori si riduce da 401.039 a 144.010; il numero mediano di errori, si conferma pari a zero, stando a significare che più della metà delleschede pervenute sono prive di errori (per la precisione, il 66%, mentre nel 2012 le schede prive di errori ammontavano al 50,5% del totale).
Per ottenere una reale misura della dimensione dell’errore occorre considerare che una scheda SDO contiene 45 variabili, per un totale di 9.843.992 schede pervenute, che corrispondono a 442.979.640 informazioni distinte raccolte. La percentuale di errore del 1,1% è inferiore all’1,7% riscontrato nel 2012. (...)                                    Sanità integrativa. La tavola rotonda con Faschim e le parti sociali. "Serve un nuovo modello di integrazione pubblico-privato"
Analizzare i traguardi raggiunti nella sanità integrativa contrattuale e riflettere sulle eventuali implicazioni derivanti dall’indagine conoscitiva sullo stato del Ssn delleCommissioni riunite V (Bilancio) e XII (Affari Sociali) della Camera dei Deputati, approvata il 4 giugno 2014. E’ con questi obiettivi che Faschim, fondo di assistenza integrativa, ha organizzato una tavola rotonda a Milano con Federchimica, Farmindustria, Filctem Cgil, Femca Cisl, Uiltec.
“Faschim e le sue parti sociali – spiega una nota congiunta dei soggetti che hanno partecipato all’incontro - sono consapevoli che la sanità pubblica debba ricercare un nuovo modello di integrazione tra pubblico e privato e intendono approfondire l’impatto per i Fondi di assistenza sanitaria integrativa, in termini di maggiori oneri, obblighi e minore libertà e autonomia gestionale di eventuali nuovi modelli. Un rischio paradossale se pensiamo che gli stessi Fondi sono emanazione del Ccnl, e quindi va garantita la loro indipendenza, espressione dell’autonomia collettiva e del libero confronto tra le parti sociali”.
Faschim, Federchimica, Farmindustria, Filctem Cgil, Femca Cisl, Uiltec,ritengono quindi che l’assistenza sanitaria integrativa “debba mantenere la propria indipendenza gestionale e operativa, al fine di poter continuare quell’opera di “benessere sociale” mai venuta meno, anzi rafforzata e ampliata negli ultimi anni caratterizzati da una perdurante crisi”.
Nel corso dell’iniziativa sono stati presentati i dati di una ricerca, promossa da Faschim e condotta dal Centro Ricerche Lexis, che ha evidenziato come attualmente gli associati al Fondo siano 164mila, in forte crescita rispetto ai 40mila del 2004. Nel corso dei dieci anni di attività, il grado di soddisfazione degli iscritti ha raggiunto quota 8,16 punti su una scala da 1 a 10. E il 93,9% di aderenti apprezza il livello di rimborso delle spese sanitarie garantito.
“Questa iniziativa – ha commentato Silvio Veronese, presidente di Faschim - è un’occasione di valutazione dei risultati raggiunti, frutto di un modello di relazioni industriali partecipative e costruttive, elemento distintivo dellastoria contrattuale della categoria. Il continuo incremento degli iscritti e l’aumento delle prestazioni erogate conferma il forte apprezzamento della nostra base associativa. È in questo contesto che alcune indicazioni, contenute nelle conclusioni della recente indagine parlamentare delle Commissioni riunite 5a e 12a della Camera, in qualche punto riprese anche dal recente Patto per la salute sottoscritto dal Governo e Regioni, ci convincono e vanno apprezzate. Altre, che riguardano più da vicino l’assistenza integrativa, ci lasciano alquanto perplessi. L’ipotesi di obbligare Fondi sanitari a garantire specifiche tipologie di prestazioni (oltre a quelle previste dal D.M. del 27/10/2009) incidendo anche sull’autonomia gestionale, potrebbe comportare delle criticità per la stabilità finanziaria dei Fondi sino a un potenziale, e sarebbe un grave errore, disinteresse dei lavoratori ad aderire a questo strumento”.
Apprezzamento per l’esito della tavola rotonda è stato espresso anche daMassimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria. ““Il Faschim è un fiore all’occhiello del settore chimico-farmaceutico. Primo Fondo sanitario a livello confindustriale con un numero di associati sempre crescente: da 40 mila del 2004 agli attuali 164 mila. Uno strumento, per il benessere dei lavoratori e delle loro famiglie, nato grazie alle buone relazioni tra sindacati e aziende. Successi che vanno consolidati continuando ad assicurare al Faschim una propria autonomia, soprattutto in un momento di veloci cambiamenti economici a livello globale.  Un modello virtuoso da tutelare e potenziare, anche per una maggiore competitività delle imprese, con adeguate politiche di agevolazione fiscale che porteranno maggiore efficienza del Servizio sanitario nazionale e benefici per le casse dello Stato”.
Il welfare contrattuale “ha concorso al campo delle rivendicazioni e – ha sottolineato Emilio Miceli, segretario generale Filtem Cgil - aperto la strada affinché i contratti nazionalidiano una risposta alle nuove e differenziate domande di cura e benessere della persona. Insomma anche con Faschim abbiamo intercettato, sostenuto, aiutato per via contrattuale il bisogno di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie che si trovano a dover mettere mano al portafoglio, o perché pagano il ticket o perché pagano la prestazione di un laboratorio privato o di una visita specialistica. Del resto i dati di una ricerca del Censis sulla sanità integrativa sono eloquenti: una coppia con due figli spende mediamente 106 euro al mese per prestazioni di sanità privata che si aggiungono alla quota versata al Servizio sanitario nazionale”. (...)                          Farmaci innovativi. Pecorelli (Aifa): "Crocevia epocale tra etica e economia. Il sistema è in grado di farsi carico dei costi?"
Prima daremo i farmaci a chi non puòaspettare, poi allargheremo progressivamente la platea di fruitori dei nuovi farmaci innovativi che stanno per essere commercializzati o che stanno per arrivare. Nel frattempo avremo avviato anche una procedura di sconto che ci permetterà di spendere meno. Il tempo, in questo caso, gioca a nostro favore, perché intanto avremo anche molecole che completano la terapia per l’epatite C in 8 o 4 settimane, quindi spendendo ancora meno. Sono le parole di Luca Pani, direttore generale dell’Aifa, l’agenzia regolatoria dei farmaci in Italia, ai margini dell’incontro sui sistemi innovativi e sull’accesso ai farmaci, cui hanno partecipato ieri esperti delle Agenzie europee e che si concluderà oggi con la presenza del ministro della Sanità, Beatrice Lorenzin.
Il riferimento è al nuovo farmaco antivirale contro l’epatite C, che dovrebbe rivoluzionare l’esito della terapia contro questa infezione. Ma non è l’unica preoccupazione di Pani che lancia anche un altro messaggio. A quale servizioaddebitare il budget di spesa, visto che la spesa ospedaliera è già in esubero e quella territoriale non potrà sopportare un carico così alto. “Vedremo che cosa fare – aggiunge Pani – l’ipotesi è di chiedere al dicastero dell’Economia di creare un budget specifico per l’epatite”.
Quello dei farmaci innovativi, del loro costo e della possibilità di accesso alle cure da parte dei pazienti non è soltanto un problema italiano. All’incontro di ieri a Milano, al quale ha partecipato anche il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi, sottolineando la capacità dell’industria farmaceutica italiana di rispondere efficacemente alle richieste di nuovi farmaci, la voce dei pazienti è stata portata da Nicola Bedlington, presidente dell’Associazione pazienti europei (EPF), la quale ha detto che la situazione di emergenza coinvolge sia i paesi poveri, come quelli dell’Europa dell’Est, sia i paesi ricchi che incontrano ostacoli nell’accesso alle nuove cure per i malati. L’imperativo è chel’accesso ai farmaci deve essere un diritto per tutti e sempre più di frequente gli stessi pazienti, attraverso i loro rappresentanti nelle associazioni, fanno parte dei tavoli di discussione delle Agenzie dei farmaci. "Per questo motivo – ha sottolineato Bedlington – stiamo prevedendo corsi di formazione per permettere loro di interagire con accademici e ricercatori e diventare così ambasciatori nei propri paesi”. Una collaborazione che può dare i suoi frutti, come ha specificato Guido Rasi, direttore esecutivo dell’Agenzia europea dei medicinali (EMA).
L’incontro era stato aperto da Sergio Pecorelli, dell’Agenzia italiana del farmaco che ha detto: “I sistemi di salute pubblica si trovano a fronteggiare la sfida dell’innovatività, siamo ad un crocevia epocale tra etica ed economia. L’arrivo di molecole ad alto potenziale terapeutico dall’impatto economico notevolissimo su patologie ampiamente diffuse costringe tutti gli attori del sistema sanitario a una riflessione. I nuovifarmaci promettono di eradicare determinate patologie, ma il sistema è in grado di farsi carico dei costi?”. Con questo interrogativo si sono aperti i lavori della Conferenza Internazionale “Sistemi di innovazione e orizzonti della Salute”, l’evento organizzato dall’AIFA a latere dell’Informal Meeting dei Ministri della Salute dei Paesi dell’Unione Europea, in programma per oggi.
Il Direttore Generale dell’AIFA, Luca Pani, ha definito l’arrivo di nuovi farmaci come “un’ondata generata dalle scoperte dei centri accademici e aziendali dedicati alla Ricerca e Sviluppo. Un’onda d’urto che costringe le agenzie regolatorie a ricalibrare gli strumenti di valutazione e monitoraggio”.
“Dobbiamo acquisire il know-how necessario per orientare l’innovazione”, ha proseguito Pani, “perché siamo di fronte a un nuovo cambio di paradigma, generato dalle scoperte che in questo momento si stanno compiendo nelle stanze dei laboratori in Europa e nel mondo. Pensiamo a quando la nanotecnologia sifonderà con la biotecnologia, alle applicazioni dell’RNA interferente breve di cui non conosciamo la biologia o ancora all’impatto delle ricerche sul microbiota intestinale e sul suo ruolo in diversi meccanismi fondamentali della fisiologia umana, come ad esempio le risposte immunitarie”.
Guido Rasi, Direttore Esecutivo dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) si è soffermato “sulle nuove metodologie di accesso anticipato ai farmaci per i pazienti, in un nuovo paradigma in cui il farmaco riceve una licenza flessibile, le cui caratteristiche possono essere modificate in seguito ai risultati derivanti dai sistemi di monitoraggio dei pazienti che vengono intensificati. Attualmente questo metodo è al centro di un progetto pilota dell’EMA che è partito ufficialmente nel marzo di quest’anno, finora sono state 26 le domande ricevute e 7 sono i prodotti selezionati”.Edoardo Stucchi -q.s.-(...)                                                                                                      Ministero Salute: l’attività 2013 di ricovero ospedaliero in Puglia
Il Ministero della Salute pubblica il Rapporto annuale sull’attività di ricovero ospedaliero, su dati di Schede Dimissione Ospedaliera (SDO) del 2013. Il rapporto è corredato da tabelle complete e sinottiche. E’ possibile confrontare i dati regionali attraverso il tasso di ospedalizzazione,espresso dalla popolazione residente in una data regione, indipendentemente da dove il ricovero è effettivamente avvenuto. Il dato riportato è standardizzato per età e sesso.
In Puglia, nel periodo considerato, il numero di dimissioni è di 647.691, distribuito fra acuzie (tasso di ospedalizzazione standard, per 1000 ab, pari a 156,29 - in Italia è 141,93): riabilitazione (6,14 - 5,43); lungodegenza (0,61 - 1,57). Le dimissioni in regime ordinario sono 514.491 (128,35 - 110,08), in Day Hospital sono 133.200 (34,68 - 38,85); la degenza media è di 6,39 gg, in Italia è di 6,75 gg. Nelle due figure in allegato sono rappresentanti i tempi di attesa per procedure in regime ordinario e in dayhospital.(...)                                                                                            VENDITORE DI PACEMAKER IN SALA OPERATORIA, ASSOBIOMEDICA: NON SI GENERALIZZI SU EPISODI DI ILLEGALITÀ
“Riteniamo indispensabile dare una corretta informazione ai pazienti che si sottopongo agli interventi oggetto della trasmissione di Report di domenica 19 ottobre, per evitare ingiustificati allarmismi. La presenza del product specialist in sala operatoria è essenziale per garantire l’utilizzo ottimale di questiprodotti tecnologicamente avanzati; le stesse Asl chiedono questo servizio che per l’impresa è un costo e non rappresenta certo un pretesto per fare business. Le linee guida per gli specialisti di prodotto, realizzate da Assobiomedica e dall’associazione europea di riferimento Eucomed, sono state implementate dalle imprese, tanto è vero che, come nel caso citato da Report, l’impresa ha avviato un’azione disciplinare nei confronti dello specialist che non aveva rispettato i limiti imposti, il cui rapporto di lavoro è cessato. Queste linee guida sono state oggetto di corsi di formazione, a cui hanno partecipato oltre 1600 qualificati specialisti delle imprese. Se esistono episodi di illegalità nelle sale operatorie e nella formazione medico-scientifica è giusto che vengano perseguiti, in quanto contrari ai codici etici dell’Associazione e delle imprese associate”. Questo il chiarimento che l’Associazione di Confindustria che rappresenta le imprese di dispositivi medici, ritiene doverosofare, dopo il servizio di Report andato in onda ieri.
Per quanto riguarda le gare di fornitura, Assobiomedica sottolinea che il medico non è l’unico decisore nella scelta del prodotto, scelta che viene assunta da una Commissione costituita ad hoc, da cui spesso il personale medico-sanitario è addirittura escluso. Anche su questo tema l’Associazione ha organizzato per le imprese seminari e corsi di formazione sulla turbativa d’asta e più in generale sul rapporto pubblico/privato, per garantire la concorrenza ed evitare distorsioni nella realizzazione degliappalti.(...)                                                                           Iss, Aifa e Agenas: "Ecco come diventeranno". Lorenzin illustra la riforma alla Camera
Aifa “deve diventare un punto di riferimento a livello europeo che non tema il confronto con l’Fda americana”. Agenas “è una specie di braccio operativo che sta a metà tra noi e le regioni e che ci permette di avviare procedimenti di controlli veloci e trasparenti”. Mentre l’Iss “deve riappropriarsi della sua connotazione di massimo ente per la ricerca non solo in Italia ma anche all’estero”. Questa in sintesi la visione che laministra della salute, Beatrice Lorenzin ha dato della sua riforma degli Enti vigilati oggi alla Camera.
La Commissione Affari Sociali ha infatti concluso con l’audizione di Lorenzin l’indagine conoscitiva sul ruolo, l’assetto organizzativo e le prospettive di riforma dell’Istituto superiore di sanità, dell’Agenzia italiana del farmaco e dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali. L’audizione della ministra è durata quasi un’ora “forse mi sono dilungata un po’ troppo”, si è quasi scusata Lorenzin prima di scappare in Aula per il question time, e così la sessione di domande di rito da parte dei deputati è stata rinviata a mercoledì prossimo.
L’audizione è stata la più importante per capire quello che è in cantiere e per valutare come sarà la riforma prima di essere presentata alle Camere e allr regioni. Nel Ddl Lorenzin, che è all’esame della Commissione Igiene e Sanità del Senato, era già prevista una legge delega per la riforma degli istituti vigilati. Quella èstata una delle prime cose di cui la ministra si è occupata appena insediata. Ma oggi dopo un anno e mezzo di attività Lorenzin ha ribadito che “c’è sempre più bisogno della riforma. Perché i processi di cambiamento del Ssn sono velocissimi. È evidente che in un diverso concetto di Sistema salute è necessario rivedere il ruolo e il funzionamento degli Enti vigilati. Per due motivi. Il primo per rendere gli enti più efficaci ed efficienti, il secondo per renderli sempre più trasparenti”.
La riforma ha ribadito Lorenzin è importante anche “per il raggiungimento degli obiettivi che ci siamo dati all’interno del Patto per la Salute”. Quello relativo agli enti vigilati è infatti “un passaggio imprescindibile nel percorso già avviato volto all’attuazione del nuovo patto per la salute. Questo per le finalità che sono arrivate sia all’Aifa che all’Agenas”.
Riforma Aifa
La ministra è quindi entrata nel merito del riassetto degli enti partendo dall’Aifa, dopo avernedescritto caratteristiche, compiti e finalità, è entrato nel merito della riforma dell’Agenzia che “costituisce anche la misura necessaria a garantire la presenza in Italia di strutture regolatorie di vigilanza in campo sanitario competitive a livello nazionale e internazionale. Ecco perché la riforma in cantiere può costituire uno straordinario volano per lo sviluppo della ricerca e delle innovazioni. Penso ad esempio ai farmaci innovativi e alla possibilità di attrarre investimenti stranieri per la ricerca a sostegno e tutela della salute pubblica”.
Punto di riferimento a livello europeo
“Voglio potenziare la struttura di Aifa – ha spiegato la Ministra – per consentire all’agenzia di diventare un punto di riferimento a livello europeo che non tema il confronto con l’Fda americana. Il potenziamento della struttura però non deve tradursi semplicemente in un aumento del numero dei dipendenti. No all’ennesimo carrozzone. Mi riferisco ad un miglioramento dellaqualità del personale da assegnare all’Agenzia. Attualmente l’organico è composto da 389 unità di cui 32 dirigenti. Un personale più qualificato è fondamentale per consentire ad Aifa di centrare l’obiettivo che ho in mente: accelerare i procedimenti di valutazione dei dossier dei medicinali e conseguentemente la tempistica delle autorizzazioni. Solo così potremmo attrarre nel nostro Paese le aziende farmaceutiche che tendono ad investire in ricerca sui farmaci innovativi e al tempo stesso accelerare quelle procedure di autorizzazione che ci vengono richieste dalle Associazioni dei pazienti che spesso debbono attendere, nonostante il mio decreto sui cento giorni, un tempo molto lungo prima di avere accesso ai farmaci innovativi”.
Risposte in tempi rapidi
Lorenzin ha riferito di pensare “ad un’Agenzia che sia scientificamente evoluta ed autorevole efficiente e come tale in grado di dare risposte in tempi rapidi, dotata di sistemi di controllo per garantire inmaniera efficiente la funzione ispettiva su tutti i siti nazionali dotata di un efficiente sistema di farmaco vigilanza, dotata di un evoluto centro di Hta capace di stipulare accordi con le aziende”.
Riforma dell’apparato organizzativo
“Mi riferisco – ha detto – all’attuale modello di organizzazione incentrato su due commissioni tecnico consultive operanti presso l’Aifa e precisamente la Commissione tecnico scientifica e il Comitato prezzi e rimborsi. Nel 2011 le due commissioni sono già state riorganizzate. C’è però bisogno di un ulteriore intervento ancora più radicale. Immagino una commissione unica, organizzata in due sessioni, che sappia coniugare sia la competenza tecnica nella valutazione dei dossier dei medicinali sia la capacità di negoziazione del prezzo dei farmaci. I componenti devono essere scelti fra esperti nel settore farmaceutico. Ritengo necessario anche rivedere l’agenda dei lavori delle Commissioni, prevedendo un lavoro di tipo continuativoper consentire la razionalizzazione e il contenimento dei tempi di espressione dei pareri che sono necessari al fine del rilascio delle autorizzazioni da parte di Aifa”.
Task-force nazionale antifalsificazione
Presso l’Aifa ha aggiunto Lorenzin “è inoltre in fase di attuazione una task-force nazionale antifalsificazione per la condivisione dell’informazione sulle attività e i casi di falsificazione con la partecipazione del ministero, dell’Iss, dei carabinieri, dell’agenzia delle dogane e dei monopoli nonché con la collaborazione degli altri ministeri. Il potenziamento della vigilanza del ministero sull’Agenzia costituisce un tassello importante nel processo di riorganizzazione che sto prefigurando. Per sorvegliare l’Aifa al pari di tutti gli altri enti vigilati dal Ministero”.
La mia esperienza come Ministro
“Ho capito le potenzialità del sistema Italia in questo settore le nostre criticità ma anche le cose dove siamo bravi. Dal punto divista della credibilità internazionale dell’Agenzia i farmaci da noi certificati vengono riconosciuti dalle altre nazioni, dall’Ema e dall’Fda. E questo da credibilità alle aziende che producono farmaci in Italia dando valore aggiunto al settore.
Aiutare la produzione industriale non significa avere regole blande. Nel settore farmaceutico come nei medical device come nel biomedico e chimico, più le regole sono stringenti più il sistema ha valore perché garantisce l’export. Quello che crea discrasie è l’incertezza del sistema regolatorio che deve essere stringente con regole chiare e un sistema di sorveglianza e controlli molto forti. Ogni ispezione fatta da Aifa porta in cassa all’agenzia 100mila euro e nello stesso tempo produce valore per l’industria che è in regola. Questo è il segno che il meccanismo di vigilanza funziona. Prendere i dossier da Ema porta ricerca e denaro nelle casse italiane e aumenta il prestigio della struttura. Questo è insomma un comparto che si autofinanziae mentre fa questo, smaltisce le pratiche in giacenza, tratta sul prezzo e invoglia chi vuole realizzare produzioni o linee di ricerca in Italia piuttosto che in altro Paese o delocalizzare. Aifa – ha concluso su questo Lorenzin – non ha bisogno di una rivoluzione ma va resa sempre più competitiva”.
Agenas
Secondo Ente vigilato preso in esame dalla ministra è l’Agenas la cui riforma, come detto, è strettamente connessa all’attuazione del Patto per la Salute. “Sarà finalizzata – ha detto la Ministra – ad assicurare la massima efficienza della struttura per consentirà all’agenzia di esercitare le funzioni di supporto al monitoraggio verifica e controllo. La razionalizzazione degli uffici per garantire lo snellimento delle procedure. Considero la riforma dell’Agenas non solo l’occasione per ridefinirne il ruolo alla luce delle nuove esigenze e dei nuovi obiettivi derivanti dai programmi di governo di revisione della spesa e dal patto per la salute ma anchel’opportunità di sistematizzare in modo definitivo i compiti che svolge in forza di numerose disposizioni normative che si sono susseguite negli anni in modo non sempre lineare e dagli indirizzi della Conferenza unificata. Interventi questi che non di rado hanno comportato una sovrapposizione tra i compiti delle funzioni dell’Agenas con quelli propri del ministero”.
Obiettivi
Gli obiettivi che si è data “Rafforzamento della funzione tecnico operativa di supporto alla Salute e al Mef che affiancano le regioni in piano di rientro. L’Agenas svolge un’attività di supporto per il monitoraggio dello stato di attuazione dei piani, di valutazione della criticità dei sistemi sanitari, ed elaborazione dei modelli organizzativi per superare le criticità. Il patto per la salute prevede infatti un rafforzamento di tale compito tenuto conto che per l’attività di affiancamento delle regioni che hanno sottoscritto l’accordo il ministero si avvale del suo supporto tecnicooperativo. In buona sostanza ci troviamo davanti ad un nuovo modo di intendere l’attività di affiancamento e questo ruolo potrà essere ben attuato con una governance rinnovata per rendere il sistema più efficiente capace di gestire le situazioni di elevata complessità”.
Funzioni di monitoraggio analisi e controllo
“Già a luglio – ha spiegato Lorenzin – avevo anticipato questo obiettivo e che è previsto dal nuovo Patto per la salute. Agenas dovrà realizzare a supporto dei propri compiti uno specifico sistema di monitoraggio analisi e controllo dei singoli sistemi regionali per rilevare in via preventiva attraverso un meccanismo di allerta eventuali e significativi scostamenti dalle performance delle Asl e dei sistemi regionali in termini di qualità e sicurezza dei servizi erogati”.
Gestione dei rischi del sistema di governance delle aziende sanitarie
“Negli ultimi anni il sistema di diffusa illegalità hanno messo in crisi il monitoraggio econtrollo nella maggior parte delle aziende sanitarie. Ecco perché stante la diffusione dei fenomeni di corruzione ha avvertito la necessità di una radicale rivisitazione dei sistemi di controllo interno delle Asl. Al fine di garantire su tutto il territorio nazionale elevati livelli assistenziali Agenas supporta il ministero nella sperimentazione di modelli di certificazione delle cure per disciplina specialistica finalizzati all’attivazione di nuove reti di eccellenza. il ministero si avvarrà dell’Agenzia anche per la formazione manageriale.
Nell’ottica di riforma Agenas è una specie di braccio operativo che sta a metà a metà tra noi e le regioni e che ci permette di avviare procedimenti di controlli veloci e trasparenti. Questo per realizzare quanto previsto da Patto che ci permettano di intervenire in modo preventivo la dove si formano delle discrepanze e delle situazioni che non convincono. Agenas – ha concluso su questo la ministra – avrà il compito di organizzare letask-force di intervento sia nelle regioni in piano di rientro e in quelle che non lo sono oltre alla formazione manageriale”.
Istituto superiore di sanità
Infine l’ultimo dei tre Enti vigilato l’Iss che vive un “periodo di commissariamento dell’Iss – ha spiegato Lorenzin –di sei mesi. L’Iss è commissariato da di luglio, a causa del disavanzo finanziario fatto registrare per due esercizi consecutivi 2011 e 2012”.
Per Lorenzin “la prima riforma dell’Iss a legislazione vigente deve essere quella di ristabilire l’equilibrio finanziario mediante il commissario. Il commissariamento deve essere colto come occasione non solo per riequilibrare i conti ma anche per avviare un’opera di efficientamento, modernizzazione e sviluppo dell’Istituto”.
Massimo ente per la ricerca
“L’Iss deve riappropriarsi della sua connotazione di massimo ente per la ricerca non solo in Italia ma anche all’estero. E fatta salva la sua personalità di ente pubblico deveessere in grado di confrontarsi anche con il settore privato ponendosi come polo di attrazione di investimenti in ricerca. Sono consapevole che l’Iss sia dotato di un buon patrimonio di persone e competenze, ma le vicende degli ultimi anni mi convincono della necessità di introdurre forti correttivi sul piano della gestione amministrazione sul quale sta già lavorando il commissario.
Due grandi aree operative
Appena ristabilita la situazione è mia intenzione fare un riassetto organizzativo interno. Il prestigio di cui godeva deve essere ripristinato e se possibile anche aumentato. La competenza dei professionisti, la rete con altri enti e istituzioni il senso di appartenenza deisupoi componenti.
Il modello che abbiamo i mente prevede due grandi aree operative. Una tecnico scientifica e una operativo amministrativa per garantire la distinzione tra programmazione, controllo e gestione tecnica”. È prevista una “massima valorizzazione del capitale umano, autonomiae responsabilizzazione su risorse e risultati, essenzialità e semplicità dei percorsi tecnico amministrativi, promozione di qualità, flessibilità e innovazione”.
Personale precario
“Superata la fase del commissariamento potrà essere affrontato il tema del personale precario. Che ha generato un cospicuo contenzioso anche a causa di scelte gestionali che definisco opinabili. C’è l’impegno a trovare una soluzione che a rispetto della normativa vigente e dei vincoli di bilancio, permetta una progressiva stabilizzazione del personale con l’esclusione di nuovo precariato”.
Operazione di orgoglio nazionale
“L’Istituto è stato il più grande ente scientifico italiano. Ma ora cade a pezzi, la sua struttura è fatiscente non all’altezza del ruolo, ha delle professionalità molto qualificate ma serve un’operazione di orgoglio nazionale. Occorre riorganizzarlo e indirizzarlo tutto verso il risultato che la produzione scientifica oltre alle sue funzionidi vigilanza e controllo che svolge nelle regioni”. L’istituto sta vivendo una nuova stagione ma bisogna “credere in questo rilancio. Accanto alla riforma degli Istituti stiamo predisponendo una riforma della ricerca biomedica perché queste cose stanno tutte insieme. È una visione complessiva del sistema che per essere rilanciato ha bisogno anche di questo. L’Iss deve essere il pivot della ricerca italiana, in rete con gli Irccs e l’università. Ma tutto questo – ha concluso Lorenzin – dovrà essere fatto molto velocemente”.

 

 


 

                                   

   



                            

 

 

 

 

                                                           








   
 



 
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07-08-2013 - Mobilità sanitaria -3-
08-02-2013 - Mobilità sanitaria -2-
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