E’ sparito il conflitto d’interessi
 











Saranno elezioni senza norme sul conflitto di interessi. Poco importa che oltre al ritorno del Cavaliere, siano attesi il presidente della Ferrari e del fondo Charme Luca Cordero di Montezemolo, nonché proprietario di NTV, e poi l’ex prima donna di Confindustria, l’imprenditrice dell’acciaio Emma Marcegaglia, e ancora Corrado Passera, che da quando fa il ministro ha mollato le quote azionarie, ma è stato l’amministratore di Intesa Sanpaolo, la banca ribattezzata da Il Foglio ’il ministero dell’economia reale’.
Uno degli argomenti di maggior dibattito nella seconda Repubblica è completamente sparito dall’agenda parlamentare. Da quando è arrivato il professor Mario Monti zero ordini del giorno, zero mozioni, zero risoluzioni. Solo tre disegni di legge che tali sono rimasti e nessuna risposta alle uniche 15 interrogazioni presentate dall’opposizione. Peggio persino dell’attività parlamentare durante l’ultima presidenza del Consiglio di SilvioBerlusconi, dove almeno una delle tre mozioni è stata approvata. E così in tutta la legislatura si possono contare otto disegni di legge mai trasformati in legge, tre ordini del giorno non accolti e una risoluzione mai approvata.
Vent’anni a parlare di conflitto di interessi si chiudono con il rischio che il berlusconismo diventi la regola. Del resto la Bicamerale a garanzia delle tre televisioni, con Massimo D’Alema che giura sia «una clamorosa menzogna la tesi secondo cui impedì l’approvazione della legge sul conflitto di interessi», e le proposte di legge di veltroniana memoria, con tanto di esortazione «muoviamoci e battiamo un colpo che si è aggravato e altera gravemente la democrazia italiana», hanno lasciato la Legge Frattini. Buona come sanzione morale, che come ha ricordato Marco Travaglio «Frattini disse che è il migliore deterrente».
E in effetti l’ efficacia del deterrente ha persino fatto dimettere Berlusconi dalla carica di Presidente del Milan. Ora è solo ilPresidente onorario.
Per parlare di conflitto di interessi, durante il suo ultimo governo, si è dovuti arrivare all’assunzione della carica ad interim del fu ministro a sua insaputa Claudio Scajola. Regolare i rapporti industriali e quelli con la Rai attraverso il contratto di servizio ha destato finalmente un sussulto.
Il senatore Stefano Ceccanti del Pd in quel periodo ha presentato un’interrogazione al giorno, tanto da guadagnare il primo posto nella classifica redatta da OpenPolis dei senatori che più si sono occupati del tema, ma su una regolamentazione della situazione non nutre grandi speranze. «Non è tanto semplice farlo a fine legislatura. E’ sempre stato ricondotto al caso più macroscopico di Berlusconi, da una parte nell’intento di difenderlo, dall’altro con l’idea che fosse punitivo intervenire ex post, e poi non è facile intervenire ora perché ci sono vari casi di persone che potrebbero trovarsi in conflitto di interesse. Cionondimeno mi auguro che la materia delleineleggibilità e incompatibilità sia nel programma elettorale».
Dichiarazioni di intenti che il professor Pietro Ichino rivolge ai candidati alle primarie democratiche, anche perché «potrebbe essere l’occasione per un buon dibattito tra le diverse anime del partito, che su altre questioni l’intesa è assai più difficile rispetto al conflitto di interessi». Secondo Ichino «questa legislatura è stata caratterizzata da una litigiosità ancor maggiore, se possibile, rispetto alla precedente: sarebbe stato davvero difficile che tra PD e PdL potesse nascere un dialogo positivo su di un tema urticante per Silvio Berlusconi come quello del conflitto di interessi. D’altra parte, non era politicamente pensabile che PD e Terzo Polo tentassero di far passare un provvedimento legislativo con il voto contrario del PdL. Anche perché al Senato PD e Terzo Polo non avrebbero la maggioranza dei voti necessaria».
«Non se ne discute per la tenuta del governo di emergenza» spiega Flavia Perina, deputatodi Fli: «Un argomento dirimente per Berlusconi che ha il partito di maggioranza relativa rischierebbe di far naufragare l’accordo a sostegno di Monti. Non riusciamo a far prendere decisioni politiche su questioni molto più semplici, come la nuova cittadinanza e le unioni civili, figuriamoci il conflitto d’interessi».
Al primo posto tra i deputati che combattono la battaglia c’è invece Antonio Di Pietro che tuona: «Ho detto al governo dei professori che occorre riformare la legge Gasparri e mi hanno risposto: potete farlo anche voi in Parlamento. Ma in Parlamento ci sta proprio quello a cui interessa. Rispondere fatela voi in Parlamento è come dire a un ladro restituisci la refurtiva. Questo è un governo che con il loden sta facendo le stesse cose del governo Berlusconi».
E ai possibili e futuri alleati fa sapere che «chi oggi, accampando scuse ridicole, boicotta la nascita di un vero fronte riformista e impedisce che si formi una coalizione omogenea per ricostruire l’Italia siassume molte e pesantissime responsabilità. Una delle più gravi è il lasciare intatto e a volte addirittura aumentare il potere di ricatto di Berlusconi, sotto gli occhi del governo e di una maggioranza immobili quando non complici».
Ne fa una questione di incapacità a legiferare con lungimiranza, il centrista Roberto Rao, uomo vicinissimo a Casini: «Ha suscitato grande interesse quando Berlusconi era al potere ed è stata dimenticata negli altri momenti. Ampi settori della politica, infatti, invece di pensare all’interesse generale hanno preferito non risolvere mai il problema, per utilizzarlo come arma di ricatto minacciando a favore o contro il Cavaliere. Per questo il tema deve essere affrontato oggi che non si vive in una situazione di emergenza e si può intervenire senza pensare di colpire o salvare qualcuno. L’Italia e’ piena di conflitti di interesse che devono essere risolti una volta per tutte».
Soluzioni? «Il blind trust, l’istituto giuridico scelto anche da MarioDraghi al momento di assumere la carica di Governatore della Banca d’Italia. Con il blind trust si evitano soluzioni antidemocratiche, come limitare il diritto di elettorato passivo o obbligare un soggetto a vendere i propri beni. Senza incidere sul diritto di proprietà, separa completamente un soggetto dal proprio patrimonio, impedendogli anche di conoscere i settori di investimento». E per un berlusconiano oggi un po’ contromano come l’avvocato Gaetano Pecorella «che il Cavaliere abbia tre televisioni non scandalizza più nessuno. La questione è passata in secondo piano perché sono accaduti fatti ben più gravi, quali la crisi economica, i processi penali, il degrado morale. Inoltre con il governo tecnico c’è stata una situazione di conflitto di interesse che ha per esempio favorito le banche». Insomma quasi un’abitudine, tanto che più che una regolamentazione servirebbe «un principio etico a cui ispirarsi. Astenersi dall’intervenire nei settori di proprio interesse, perché trovareoggi in Italia persone che valgano qualcosa e che non siano legate a centri di interesse è difficile. Pensiamo ad esempio a una candidatura Montezemolo».
Ci torno sopra, visto che la proposta ha bucato l’attenzione. Cominciando dal riassunto delle puntate precedenti. Dieci agosto, questa rubrica titola: Idea, Mattarellum per decreto. In sintesi: siccome i veti incrociati hanno fin qui impedito la riforma della legge elettorale, siccome la legislatura è ormai agli sgoccioli, che sia il governo Monti a trafiggere il Porcellum con la lama d’un decreto. E siccome l’esecutivo non può sostituirsi alle opzioni dei partiti, dinanzi alla non scelta di oggi l’unica è riesumare la loro scelta di ieri: ovvero la legge Mattarella, abrogata nel 2005 dalla legge Calderoli. Tertium non datur: o il rospo o il porco.
Dopo di che parecchie mail dai lettori, qualche reazione dai politici. Ceccanti del Pd giudica l’idea del tutto impraticabile. Vaccaro del Pd lancia una sottoscrizione in suosostegno. Gli elettori del Pd ne ottengono l’ennesima conferma di cosa voglia dire quella sigla: Partito Diviso. Gasparri del Pdl ribatte a suon d’insulti. Ma fa caldo, le Camere ormai sono deserte, tutti fuggono a cercare un ombrellone. Mi metto anch’io in costume, però il 20 agosto mi tocca riannodare una cravatta, perché vengo deportato su La7. Il conduttore, Filippo Facci, mi sventola "l’Espresso" sotto il naso: insomma, chi deve eleggere la legge elettorale? In trasmissione c’è con me la Santanchè (fa pure rima), che dichiara la sua preferenza per le preferenze, poi sentenzia che queste elucubrazioni sono inutili, tanto il nuovo sistema di voto verrà approvato presto.Silvia Cerami-l’espresso
Legge elettorale, serve il decreto
di Michele Ainis
MA IL PARLAMENTO continua a non parlare, sicché il 14 settembre ribadisco - questa volta sul "Corriere" che c’è una sola via d’uscita: decretarla per decreto, la nuova legge elettorale. Altrimenti finiremo per votare con la vecchia,e sarà una tragedia democratica. Perché avremo il terzo Parlamento consecutivo di nominati, dove la cooptazione sostituisce l’elezione. Perché queste assemblee (si fa per dire) rappresentative dovranno eleggere il prossimo capo dello Stato, delegittimandolo a sua volta. E perché al tavolo da gioco per cinque anni starà seduto un baro: ossia il partito (o la coalizione) che otterrà in premio il 55 per cento dei seggi alla Camera, benché oggi nessuna forza politica superi il 25 per cento dei consensi.
LE REAZIONI CONTINUANO. Parisi del Pd è d’accordo. Formisano di Idv quasi d’accordo. Rotondi del Pdl in assoluto disaccordo, sicché twitta una domanda: «A quando un decreto che sospenda il Parlamento?» (in realtà il Parlamento, se non fa le leggi, si sospende da solo). Violante propone un accordo condizionato. Di Pietro un messaggio di Napolitano alle due Camere. Arrivano invece i messaggi dei lettori. Uno chiede dove si raccolgano le firme. Un altro osserva che solo il governo dàgaranzie sulla legge elettorale, perché i parlamentari sono in conflitto d’interessi. Un terzo obietta che Monti è troppo cattolico per confezionare quel decreto. Un vecchio maestro del diritto costituzionale mi fa i suoi complimenti.
Ecco, i complimenti me li tengo, li userò per difendermi dai proiettili giuridici che mi sparano addosso. Qualcuno tira in ballo il divieto di decreti in materia elettorale, sancito dalla legge n. 400 del 1988; ma è una legge, non può vincolare la legislazione successiva. Qualcun altro giunge alla stessa conclusione facendo perno sull’art. 72 della Carta. Dove c’è una riserva di legge (anzi: d’assemblea) per la normativa elettorale. E allora? Significa soltanto che la conversione del decreto obbedirà a tale procedura; d’altronde è pacifico che i decreti legge possano incidere sui campi riservati alla legge. E d’altronde nessuno ha avuto la faccia tosta di negare che in questo caso ricorre e come il requisito dell’urgenza, che è poi l’unico attributonecessario dei decreti.
Ma forse c’è un’altra spiegazione. Forse c’è una riserva politica, non giuridica. Perché il Mattarellum, con quel suo vincolo di coalizione, non può piacere a partiti che hanno perso ogni capacità aggregativa. Non si aggregano fra loro, non si aggregano - ahimè - con gli elettori. Michele Ainis-l’espresso









   
 



 
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