Saipem, affari sporchi in Siria
 











Nello scandalo delle super tangenti da 198 milioni di euro pagate in Algeria da Saipem (società partecipata al 43 per cento dall’Eni) spunta una ricchissima e misteriosa connection siriana. Tutto parte dall’inchiesta dei magistrati di Milano sugli affari internazionali di Saipem,  che costruisce grandi impianti di estrazione e trasporto di gas e petrolio. L’indagine principale, che ha già portato ai primi tre ordini d’arresto, riguarda la presunta corruzione di politici e funzionari algerini, proseguita dal 2007 almeno fino al 2010, per aggiudicarsi appalti da 8 miliardi di euro, che hanno garantito alla società italiana profitti netti per oltre un miliardo. Ma negli atti d’accusa ora compare anche un secondo livello di tangenti e fondi neri, che coinvolge le ditte straniere a cui la Saipem ha subappaltato i lavori in Algeria, tra cui spiccano due imprese siriane che hanno incassato un miliardo e mezzo di euro. La Guardia di Finanza indaga perscoprire gli effettivi proprietari di quelle aziende e per far luce su una serie di incontri, in un hotel di lusso a Milano, tra manager italiani(ora inquisiti) ed emissari siriani: colloqui riservati che sarebbero serviti a «gonfiare i prezzi», a danno dell’Eni, e «spartirsi una cresta del 3 per cento».
L’inchiesta principale, già convalidata dal tribunale del riesame, ha portato all’arresto di Pietro Varone, ex manager della Saipem, in cella a San Vittore dal 28 luglio nonostante le prime ammissioni sulla corruzione in Algeria. Resta invece ricercato il faccendiere Farid Bedjaoui, titolare della società offshore che ha incassato 198 milioni dal gruppo italiano, attraverso finte consulenze, smistandone una parte all’ex ministro algerino Chekib Khelil. Tra gli indagati, insieme a tutti gli ex dirigenti della Saipem costretti a dimettersi nel 2012, compare anche il numero uno dell’intero gruppo Eni, Paolo Scaroni, che respinge ogni accusa: è chiamato in causa per cinque incontri traParigi e Vienna con il ministro Khelil e il suo tesoriere occulto Bedjauoi.
La nuova indagine sui subappalti d’oro nasce invece dalle confessioni di Tullio Orsi, ex dirigente della Saipem in Algeria, che i superiori volevano liquidare come «unico capro espiatorio». A quel punto Orsi si è presentato in procura e ha svelato ai pm, tra l’altro, di aver assistito a «incontri riservati, all’hotel Bulgari di Milano», tra Varone (in qualche caso con altri manager della Saipem), il faccendiere-tesoriere Bedjauoi e «i rappresentanti di imprese subappaltatrici», come «le siriane Lead e Ouais». Dopo gli incontri, Varone gli ordinava di «mettere il 3 per cento in più» sui prezzi, già «esagerati», dei contratti di Lead e Oasis, per creare «il surplus» destinato a «pagare le persone giuste».
I giudici milanesi sottolineano che la Lead è «un gruppo siriano che ha ottenuto dalla Saipem commesse in Algeria per 850 milioni di euro». Mentre la Ouais, che fino al 2006 era «una società siriana dicostruzioni a base familiare che fatturava 20 milioni l’anno», dopo il 2007-2008 si è trasformata nella Ogec, con sedi a Beirut e Dubai, che «ha incassato 623 milioni solo dalla Saipem in Algeria».
Metà del capitale della Ogec appartiene ai fondatori siriani, i fratelli Bassam e Ghassam Ouais, ma il 48 per cento risulta intestato al solito tesoriere-prestanome Bedjaoui. E l’1 per cento fa capo al «direttore finanziario» della Ogec: un’ex funzionaria italiana della Saipem.
Le indagini sui conti esteri, inoltre, hanno rivelato che le stesse società siriane hanno versato svariati milioni di euro «direttamente a Bedjauoi», il cassiere delle tangenti sul petrolio algerino.
In questo quadro di prezzi gonfiati, maxi-corruzioni e affari miliardari, i magistrati ipotizzano che «il sistema dei subappaltatori» servisse anche a far rientrare tangenti in Italia. Sia Orsi che Varone, del resto, hanno già ammesso di aver incassato più di cinque milioni ciascuno dal franco-algerinoBedjaoui.
Orsi ha aggiunto che Varone nel 2012, a scandalo ormai esploso, gli disse che il suo superiore gli aveva ordinato di «andare a Dubai a chiudere la Ogec»: come se la ditta siriana fosse una cassaforte segreta controllata anche dai manager italiani. Paolo Biondani - l’espresso










   
 



 
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