La cricca del Mose e il buco da un miliardo E l’Europa copre i debiti del passante di Mestre
 











Una deviazione pagata carissimo. Il Passante di Mestre, aperto al pubblico nel 2009, è una strada lunga 32 chilometri e costata finora 1,22 miliardi di euro. Calcolatrice alla mano, fanno oltre 38 milioni a chilometro. Soldi serviti per alleggerire il traffico sull’autostrada A4, quella che collega Torino a Trieste tagliando in due la Pianura Padana. Il problema è che i pedaggi pagati dagli automobilisti che percorrono il Passante non bastano per ripianare il debito contratto per realizzare l’opera. Ecco perché è in arrivo un aiuto finanziario europeo, il primo project bond dedicato a una infrastruttura italiana.
Tutto bene? Non proprio. Perché alla costruzione del Passante, il cui costo è cresciuto parecchio rispetto al progetto iniziale, hanno partecipato anche alcune aziende coinvolte nello scandalo del Mose. Su tutte spicca la Mantovani, società al centro dell’indagine della Procura di Venezia, che secondo i magistrati avrebbe distribuitomazzette ai vari controllori pubblici per far aumentare i costi del Mose.
Per capire questa storia bisogna partire da un’altra società. Si chiama Cav, acronimo di Concessioni Autostradali Venete. Un’azienda al 100 per cento pubblica, i cui unici soci sono la Regione Veneto e l’Anas, il gestore della rete stradale italiana. Cav è entrata in funzione nel 2009, una volta terminati i lavori di costruzione del Passante.
Suo obiettivo principale: gestire il Passante e ripagare ad Anas attraverso i pedaggi il debito contratto per la costruzione dell’opera. Un debito lievitato nel tempo. Se nel 2003, ai tempi dell’approvazione del progetto, l’Anas aveva stimato i costi di costruzione in 750 milioni di euro, ora sul suo sito internet la Cav fissa il totale a 1,22 miliardi. Un aumento del 62 per cento. Come restituire tutti questi soldi? Con i pedaggi autostradali.
Peccato che anche qui le stime siano state troppo ottimistiche. Con la crisi economica, anche il traffico sulle autostradeè infatti diminuito, compreso quello del Passante di Mestre. La Cav ha prontamente aumentato i pedaggi, con il risultato di trasformare i 32 chilometri che uniscono Dolo a Quarto d’Altino in uno dei tratti autostradali più costosi d’Italia.
Eppure, nonostante i rincari che hanno permesso alla Cav di vedere crescere dell’8 per cento il fatturato nel 2013, la società pubblica non sembra essere in grado di ripagare il debito contratto con l’Anas. Un fardello da 1 miliardo di euro, da restituire entro il 2032.
Ed ecco arrivare in soccorso Bruxelles. La Bei, la Banca europea per gli investimenti, nei giorni scorsi ha annunciato di essere pronta ad emettere il suo primo project bond per un’infrastruttura italiana: il Passante di Mestre, appunto. Il vicedirettore della banca pubblica europea, l’italiano Dario Scannapieco, ha detto che l’istituto sta ultimando il lavoro preparatorio per il lancio dell’emissione, con l’obiettivo di chiudere entro fine anno.
Di che si tratta? Secondo leindiscrezioni riportate finora dalla stampa finanziaria, Cav dovrebbe emettere obbligazioni per un valore compreso tra i 700 e i 900 milioni, con una durata di 15 anni. Il rating dei bond, da cui dipende il costo del finanziamento, verrà migliorato grazie all’intervento della Bei.
La banca europea dovrebbe infatti fornire una garanzia, facendosi in pratica carico della restituzione di almeno il 20 per cento del prestito offerto dai sottoscrittori del bond. Un’opzione invidiabile per l’azienda che gestisce il Passante. Perché la garanzia offerta dalla Bei dovrebbe permettere di ridurre il costo del finanziamento e attirare al contempo investitori istituzionali. In questo modo l’Anas riuscirà a recuperare i suoi soldi.
Il problema è che il debito passato in carico da Anas a Cav è frutto dei costi sostenuti per costruire il Passante. Costi, come detto, schizzati verso l’alto. L’aumento era già stato segnalato dalla Corte dei Conti nel 2011. I magistrati contabili fecero notarel’incremento ingiustificato delle fatture per la realizzazione del Passante. Opere date in appalto anche ad alcune società finite sotto indagine. Tra queste ci sono ad esempio la Fip Industriale e la Mantovani, entrambe parti della Holding Spa di Padova, gruppo che fa capo alla famiglia Chiarotto.
L’ex presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, è l’uomo al centro dell’inchiesta sulla cricca del Mose, il grande accusatore di politici e uomini di Stato che avrebbero ricevuto dalla sua Mantovani centinaia di milioni di tangenti in cambio di favori sui lavori. Baita e la Mantovani hanno patteggiato per un giro di fatture false nell’ambito di un’indagine che riguardava sia la costruzione del Mose che quella del Passante di Mestre. Mauro Scaramuzza, amministratore delegato di Fip, l’anno scorso è stato invece arrestato nel corso di un’altra inchiesta della magistratura. Per lui l’accusa è di aver facilitato l’infiltrazione mafiosa del clan La Rocca nella costruzione di una strada inSicilia da parte di Anas.
Il rischio del finanziamento a Cav era già stato evidenziato un anno fa da tre organizzazioni della società civile. Le italiane Re:Common e Opzione Zero, insieme alla belga CounterBalance, avevano presentato un esposto alla Olaf, l’ufficio europeo per la lotta alle frodi.
L’obiettivo era richiamare l’attenzione su un altro finanziamento pubblico concesso al Passante di Mestre dopo l’arresto di Baita: quello da 350 milioni di euro accordato ad aprile del 2013 da Bei, cui se n’è aggiunto un secondo, da 73,5 milioni, deliberato direttamente dalla Cassa Depositi e Prestiti, azienda pubblica italiana. L’appello era però rimasto inascoltato.
Ora, alla luce dei 35 arresti per lo scandalo Mose e dell’annunciata emissione del project bond riservato al Passante, le tre organizzazioni tornano a protestare: questa operazione dovrebbe essere approfondita, visto che «il principale esecutore dei lavori di costruzione del Passante è la Mantovani, società fulcro delcosiddetto Sistema Veneto». Un messaggio inviato anche a Raffaele Cantone, presidente della neonata Autorità Nazionale AntiCorruzione. Stefano Vergine,l’espresso









   
 



 
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