"Gli otto boss accettarono i soldi offerti dai Servizi per trattare con lo Stato"
 











Il Protocollo Farfalla non è stato soltanto un programma di lavoro per cercare di carpire informazioni dai mafiosi al 41 bis. Ma un vero e proprio accordo operativo tra Servizi (l’ex Sisde) e Direzione delle carceri (Dap) per gestire in tutta segretezza 8 capi delle mafie italiane che nel 2004 avevano accettato di trattare con lo Stato e diventare confidenti di rango. "Si sono detti disponibili a fronte di un compenso da definire". Questo è scritto nel "protocollo" che i pm di Palermo hanno ricevuto dai colleghi di Roma: ora il documento è al centro di un’inchiesta, che deve verificare se in questi ultimi anni c’è stata una nuova trattativa poco chiara fra uomini dello Stato e il gotha delle mafie in carcere.
Nei mesi scorsi anche la commissione parlamentare antimafia si è occupata del Protocollo Farfalla, ma con poca fortuna. Il vice-presidente Claudio Fava chiama in causa i direttori del Dis e dell’Aisi: "I vertici dei servizi di sicurezzahanno clamorosamente mentito alla commissione, è inammissibile. E, ciò che è più grave, hanno mentito nel corso di audizioni segrete negando l’esistenza del protocollo, di cui oggi abbiamo ogni evidenza, dopo la scelta del capo del governo di togliere il segreto di Stato". L’Antimafia non ha ancora neanche il testo del protocollo. E punta a risentire i vertici dell’intelligence. "Non ci possono essere più ritardi su questa vicenda - dice il senatore Giuseppe Lumia - bisogna andare a fondo, senza fare sconti a nessuno".
Il governo Renzi ha tolto il segreto di Stato sul "protocollo" a luglio. Ma nelle carte consegnate dai Servizi alla magistratura ci sono ancora tanti buchi neri. Intanto, non c’è traccia delle informazioni che sarebbero state passate dagli otto padrini. Erano informazioni reali o tentativi di inquinare i processi? Quanto sono state pagate? E dato che i capimafia al 41 bis non hanno conti in banca, a chi sono state consegnate quelle somme? A familiari, amici oprestanome dei boss? Le risposte rimangono coperte dal segreto di Stato.
Sono ancora tanti i misteri del "protocollo": le sei pagine del documento ci dicono solo che le informazioni acquisite in carcere erano gestite esclusivamente dal Sisde. Il "protocollo" fa intendere che l’operazione era conosciuta da pochissime persone: il vertice del Servizio diretto da Mario Mori e il capo dell’ufficio ispettivo del Dap Salvatore Leopardi, braccio destro del direttore Giovanni Tinebra. Il capo dell’ufficio detenuti, Sebastiano Ardita, veniva invece tenuto all’oscuro. Ma iniziò a sospettare qualcosa quando gli chiesero di trasferire alcuni boss al 41 bis: si oppose e nacque uno scontro all’interno del Dap. Dopo un’interrogazione, nel 2006, la procura di Roma aprì l’indagine. E saltò fuori il "Protocollo Farfalla". Il magistrato Leopardi è ora sotto processo per la gestione delle informazioni acquisite da un camorrista, passate ai Servizi e non ai pm.
Un’altra domanda sul protocollo arrivapoi da Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione dei familiari della strage di via dei Georgofili: "A uno dei capimafia inseriti nel protocollo, Fifetto Cannella, condannato per le stragi del ’92-’93, fu revocato il carcere duro nel 2008: perché? Il 41 bis gli fu poi ripristinato solo per le polemiche scaturite". Alvo Palazzolo,repubblica









   
 



 
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