Un Paese Civile: un’Avventura Giudiziaria
 







di Antonio Aroldo




Esiste in Italia una larga fascia di popolazione che, in buona sostanza, è trattata alla stregua di una “Semplice Colonia di Formiche”. Questo foltissimo gruppo di persone costituisce la “Categoria dei Disabili”. L’“Ecosistema” della “Nostra Moderna Società Italiana”, per lo meno sul piano formale, ha voluto, promulgando la “Legge Quadro del 1992”, adottare un “Intero Sistema Normativo” completamente proteso alla tutela e allo “Sviluppo Socio-Culturale” e “Psico-Fisico” degl’“Individui Diversamente Abili”. Questo particolare provvedimento legislativo, pur essendo uno dei più evoluti al mondo in questo determinato settore, resta, ancora oggi, in gran parte inapplicato. Le cause di tutto ciò sono le più svariate. Una delle più evidenti tra queste è l’“Imperizia”, per non dire la “Negligenza”, degl’italiani che si stanno dimostrando sempre di più un popolo “Ottuso”, “Pressappochista” e “Menefreghista”. I “Regolamenti Attuativi” delle varie leggi,infatti, non sono quasi mai seguiti fino in fondo. Questa “Grave Mancanza”, nella maggior parte dei casi, dipende dalla grande lentezza della burocrazia e dai tecnicismi che non fanno altro che “Uccidere” lo “Spirito” di una qualsiasi normativa. L’“Eccessiva Burocratizzazione”, l’“Estrema Faciloneria”, che la gran parte delle volte rasenta una “Profonda Ignoranza”, con le quali i “Differenti Esecutivi” fanno mettere in pratica una determinata legge, possono spingere molte persone, (impiegati statali compresi), a un’errata e sommaria interpretazione della disposizione legislativa a discapito dei diritti del cittadino. Questa gravosa e pressoché inutile ingessatura, è quasi sempre mascherata da impenetrabile sistema di difesa; essa, però, è, il più delle volte, fallace. Questo “Mastodontico Muro di Protezione”, della “Nostra Macchina Statale”, infatti, può dare, spesso, vita a episodi, anche gravi, di “Corruzione”, “Concussione” e di “Abuso di Potere”. Gli “Appalti Truccati”, la “MeraCompravendita di Posti di Lavoro” sono, purtroppo, all’ordine del giorno nel “Nostro Bel Paese”. L’applicazione della legge quadro sulla disabilità può considerarsi, secondo il mio parere, un perfetto archetipo di tutto ciò che ho affermato. Essa, infatti, cosi com’è stata applicata fin qui, ha trasformato l’“Assistenza ai Disabili” in un “Grande Business” nel quale, ultimamente, con l’intenzione d’accaparrarsi una “Fetta della Torta”, è entrata a far parte anche la “Chiesa Cattolica” attraverso i progetti della “Caritas” finanziati, a meno cosi sembra, con i soldi dell’“Otto per mille”.                          Oggi vorrei, miei cari amici e amiche, raccontarvi uno “Sgradevole Episodio” accaduto, pochissimo tempo fa, a un mio carissimo amico d’infanzia che la dice lunga sul quadro che vi ho appena delineato. In alcuni punti vi potrà sembrare comica e grottesca,vi posso assicurare però, che è tutto vero purtroppo!                                                Lo scorso 19 marzo, Enrico Adriani,  (lo chiameremo cosi per ragioni di privacy), lavorava a un suo articolo giornalistico poiché abbiamo fatto lo stesso percorso formativo. Quella stessa mattina, secondo piani precedenti Enrico, avrebbe dovuto partecipare alla “Riunione Settimanale” del giornalino con cui aveva appena iniziato a collaborare; a causa, però, di un acerbo battibecco con gli altri membri della redazione, aveva già deciso, di non andare; comunicandolo, la sera precedente, alla coordinatrice del progetto: Lucia Imperatore. Enrico, quindi, quel giorno non aspettava nessuno che lo andasse a prendere. Enrico, infatti, avendo contratto, allanascita, una patologia completamente invalidante nel fisico, ha bisogno, per forza di cose, di qualcuno che lo accompagni ovunque. Verso le 9:40, però, stranamente, lo passò a prendere l’autista della cooperativa di disabili che gestisce ancora oggi il suddetto giornalino. Enrico, a quel punto, disse all’autista che, come aveva già preannunciato alla coordinatrice del progetto, non voleva andare alla riunione. Lucio Casola, questo è il nome dell’autista, quindi, salutò Adriani adducendo che lui non parlava dal giorno prima con i responsabili della cooperativa. Dieci minuti dopo Enrico continuando a scrivere il suo articolo sentì trafficare vicino alla porta d’ingresso come se qualcuno volesse entrare e sentendo infine l’uscio aprirsi. Un po’ preoccupato per l’ora (era troppo presto perché andasse qualcuno a trovarlo) chiese ad alta voce: “Mamma, sei tu? Zia, sei tu”?  Non avendo risposta e sentendo subito dopo la porta richiudersi, chiamò suo padre Antonio Adriani domandandogli sepoteva passare perché aveva un po’ paura per quello che era successo. Il padre, da “Classico Italiano”, essendo molto occupato gli rispose che non era niente e che sarebbe passato di lì dopo qualche ora a controllare. Enrico, a quel punto, tranquillizzatosi, si rimise diligentemente a lavorare. Dopo dieci minuti sentì vicino alla porta gli stessi rumori di prima. Ancora più preoccupato, chiamò sua madre, aspettò che rispondesse con la cornetta del telefono in mano, alzò gli occhi verso l’ingresso della sua stanza e vide la faccia di una persona che era entrata ed emise un urlo disumano tenendo ancora la cornetta del telefono in mano. La persona che era entrata disse  a Enrico, con la voce tremolante, “Zitto, zitto! Se no ti ammazzo!”. Enrico, ancora più spaventato, gridò: “Chi Sei, Chi Sei!”? Il ragazzo, per tranquillizzare Enrico, prima gli disse di essere della cooperativa e poi della polizia. Enrico, acquietatosi, ascoltò la storia del ragazzo, li per li gli apparse plausibilee decise di permettergli di compiere ciò che credeva essere il suo lavoro. Giovanni Papa, infatti, (questo è il nome con cui si è presentato il giovane), come poi ha riferito Adriani alla polizia, aveva dichiarato di essere entrato in casa grazie alle chiavi della madre dell’Adriani e che lui era andato in casa Adriani per  poter mettere le microspie in casa in quanto le forze dell’ordine sospettavano che, a compiere i 4 furti avvenuti nella scuola di Sonia Ozuchi , madre dell’Adriani, fosse qualcuno del palazzo. Un secondo più tardi, però, Enrico ripensandoci vide che la storia del ragazzo che era entrato in casa sua non reggeva e si accinse a rifare il numero del telefonino della madre mentre compiva questa operazione sente di nuovo aprirsi la porta di casa e la voce della madre. La signora Ozuchi, infatti, quando il figlio aveva fatto la prima volta il suo numero aveva risposto sentendo però, soltanto l’urlo disumano del figlio ed era corsa. Ella non era andata a casa da sola,ma in compagnia di un bidello della sua scuola “Liceo S. Di Giacomo”, la vicepreside Ozuchi appena ha saputo che il figlio aveva gridato perché qualcuno era entrato senza il suo esplicito permesso, ha trasformato tutto il suo spavento in mera rabbia da scaricare sul povero Giovanni Papa. Dopo un violento alterco tra la  madre dell’Adriani e il giovane si è scoperto che le chiavi, in possesso del Papa, erano delle copie riprodotte mentre il giovane Adriani si sottoponeva ad idroterapia  presso il Centro Ester di S. Sebastiano dal suo giovane autista Lucio Casola. Contemporaneamente a tutto ciò Il  giovane malcapitato cercava più volte di scappare via dalla casa. Nel tentativo di tenerlo calmo il bidello gli disse che avrebbe chiamato alcuni suoi colleghi in soccorso e che non avrebbe mai permesso alla Professoressa Ozuchi di chiamare la polizia. L’uomo, infatti, come promesso, chiamava il centralino della scuola dicendo solamente di mandare qualcuno a casa dellaprofessoressa Ozuchi perché in due non ce la facevano. La centralinista, a tale richiesta andava dalla preside per informarla. La preside in quel momento era in compagnia dell’altro vicepreside della scuola, Francesco Casagrande, il quale sentendo questa strana richiesta di aiuto decideva di correre a casa della collega perché preoccupato della salute del ragazzo. Egli mentre si accingeva per andare verso la sua auto incontrava altri suoi colleghi che, vedendolo andare di fretta gli chiedevano spiegazione e lui rispondeva, sempre con più affanno “è successo qualcosa a casa di Sonia, corriamo!”. Nel frattempo Papa, (che in seguito si scoprirà che si chiamava Francesco Fontanarosa), raccontava alla professoressa Ozuchi che l’idea della rapina era del Casola e che una volta ripulita la casa di tutti gli oggetti di valore avrebbero fatto a metà. I colleghi della Ozuchi , intanto, cominciarono ad arrivare: prima un gruppo e poi un altro e infine anche la preside andò. La Ozuchi, una voltache la casa si era riempita, se ne andò nella stanza del figlio e con il “voip” chiamò le forze dell’ordine che in men che non si dica arrivarono e arrestarono il giovane Fontanarosa. Loro però nello stesso tempo si fecero dare da Enrico il numero di telefono della “Cooperativa Bambù”. Loro, infatti, attraverso il numero di telefono si ricavarono l’indirizzo della cooperativa. Una volta arrivati lì attesero che Casola finisse il suo giro di accompagnamento a casa e poi lo arrestarono. I membri di Bambù, in realtà, contrariamente a quanto si possa pensare, cercarono, secondo quanto riportato dagli stessi poliziotti che effettuarono l’arresto, (durante la deposizione della signora Ozuchi), di sviarli per proteggere, chi sa perché, Casola. I due “Giovani Rapinatori”, una volta in commissariato, convinti dalle forze dell’ordine, decidevano, a meno cosi sembra dalle loro deposizioni, di “Confessare Tutto”. In tali confessioni, però, ci sono ancora adesso, molti “Punti Oscuri”. Casola,infatti, ha dichiarato, (circostanza confermata da un poliziotto), che lui attendeva Fontanarosa giù al palazzo e che solo quando ha visto arrivare la polizia è scappato via inseguito da un agente, riuscendo, in una “Ignota Maniera”, anche a prendere  l’autobus per San Sebastiano. Insospettito da questa strana fuga, il vostro cronista Antonio Aroldo, decideva d’approfondire la faccenda. Il sottoscritto, infatti, aveva deciso, fin dall’inizio, che sarebbe andato fino in fondo a questa “Sporca Storia”. Con il “Prezioso Aiuto” di Enrico, contatta Lucia Imperatore, chiedendole spiegazioni sui “Tempi di Percorrenza” da San Giorgio a Cremano (Na), città in cui abitano sia il sottoscritto, sia Enrico, a San Sebastiano. Dopo un attento esame degli indizi raccolti e considerando anche che Casola, almeno secondo il verbale è tornato in cooperativa subito dopo aver visto l’auto della polizia, il sottoscritto ed Enrico siamo stati d’accordo sul fatto che sul luogo c’era un “Terzo Complice”con una macchina. E’ stato quest’ultimo, secondo la nostra ricostruzione a scappare via quando ha visto la volante delle forze dell’ordine e non Casola che magari se n’era già andato da un bel po’. Questa ipotesi è stata suffragata anche dal fatto che secondo una testimonianza di una vicina di casa di Adriani raccolta da sua madre, la signora Ozuchi, il Fontanarosa, quando ha chiuso la prima volta la porta di casa Adriani, ha chiamato al telefonino Casola. La domanda sorge spontanea: se Casola si trovava giù al palazzo, e Fontanarosa fuori alla porta, che  bisogno c’era di chiamarsi al telefono visto, che entrambi, si trovavano a pochi metri di distanza? Quando Casola fu arrestato alla cooperativa, i poliziotti sono stati seguiti dai responsabili della struttura che volevano sapere che cosa fosse successo. Questi ultimi erano Gianpaolo Gaudino e un’altra assistente del comune di S. Sebastiano a Vesuvio, che, caso strano, abita  nella stessa zona in cui vivono ancora Casola eFontanarosa. Casola, infatti, dopo essere stato per pochissimo tempo detenuto al carcere di Poggioreale, è stato messo agli arresti domiciliari. Il giudice che lo ha deciso, evidentemente, non sapeva dei  gravissimi precedenti per furto e per rapina del Casola. Pochi giorni dopo l’arresto, si è scoperto che Casola collaborava con la cooperativa Bambù grazie a un progetto di recupero per tossico-dipendenti organizzato dalla Caritas chiamato “Non Più ai Margini”. Esso, almeno cosi sembrerebbe, è finanziato con i “Fondi dell’Otto per Mille” e cioè con i soldi delle “Nostre Tasse”. Enrico, in realtà, seppe quasi subito che, in questa storia, centrava qualcosa la Caritas; soltanto, però, dopo qualche giorno, abbiamo avuto la vera percezione del “Potere” e del “Livello di Penetrazione” della chiesa cattolica nei confronti della cooperativa Bambù, nei confronti della “Stampa Italiana” e di conseguenza dell’intera società civile. I responsabili di Bambù, infatti, al momento dell’arresto,si preoccupavano che la notizia uscisse su i giornali. Nel corso della mattinata del 20 marzo, Enrico, ascoltate le preoccupazioni dei membri della cooperativa dalla madre, decideva di contattare la redazione del “Tg3 Campania”, nella quale, sia il sottoscritto, sia Enrico, avevamo fatto uno “Stage Formativo” nel 2006. Adriani, grazie a tale telefonata, Enrico riusciva a far trasmettere l’intera notizia, solamente, su i “Telegiornali-Regionali” di “RAI TRE” e di “Telecapri-News”, perché tutti gli altri “Organi d’Informazione”, o si sono, “Stranamente Scordati” di mettere qualsiasi riferimento, sia alla Caritas, sia della cooperativa Bambù, o non hanno dato proprio la notizia. Questo è stato possibile perché, secondo alcune indiscrezioni trapelate da persone vicine alle forze dell’ordine, ci sono state delle pressioni, da parte delle “Alte Sfere Ecclesiastiche della Caritas”. Esse, infatti, hanno capito benissimo che la “Cattiva Pubblicità” non fa bene agli “Affari”. La chiesacattolica, infatti, ormai da molto tempo, ha mascherato il “Suo Gretto Affarismo” da “Buonismo Cristiano”, preferendo vendere la vita dei suoi fratelli più deboli, per il suo tornaconto personale. Io, però, le consiglierei di stare molto attenta a ciò che fa, perché un bel giorno, i “Covoni”  di quella stessa gente, potrebbero elevarsi al disopra del suo e lei sarebbe costretta a inchinarsi davanti a tanta magnificenza e forse chi sa a dover chiamare, qualcuno di loro, “Abrek” . Il 15 giugno c’è stata la seconda udienza per il processo a Lucio Casola rinviata per “Mancata Traduzione” dell’imputato. Il giovane Enrico e sua madre, che ha dovuto chiedere un permesso al lavoro, avevano appuntamento con la loro avvocatessa di parte civile Shania Musul alle 10. Purtroppo però la signora e suo figlio sono arrivati soltanto alle 10:45 per mancanza di una segnaletica appropriata per il percorso alternativo per i disabili. La signora Ozuki in sostanza ha dovuto fare il giro del Palazzo diGiustizia per trovare una via appropriata alle esigenza del figlio per poter raggiungere l’aula dibattimentale. Il sottoscritto Antonio Aroldo è riuscito a trovare l’indirizzo e-mail dell’architetto che ha curato il progetto del nuovo Palazzo di Giustizia  per chiedergli spiegazioni in merito a questo grave problema; egli però ha detto che lui ha curato solo il progetto iniziale e che la dislocazione delle aule e la messa in pratica del suo progetto è stata curata da un’altra squadra a lui estranea che non lo ha consultato come è in netto contrasto al decreto legislativo in materia di edilizia del 2006. Ora, cari amici, ditemi voi, dopo aver letto tutto ciò e aver compreso tutte le problematiche che vi ho esposto, se questo è un paese civile.

 









   
 



 
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