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-Non si ravvisano responsabilità». Così conclude la commissione dei generali Usa, ma i rappresentanti italiani non firmano. Fini da Washington nega: «Solo illazioni politiche-. Vertici misteriosi a Palazzo Chigi. Protestano i pm romani: il governo faccia pressioni. Castelli: abbiamo già fatto tutto il possibile La relazione finale sarebbe pronta. La cosiddetta «commissione mista italo-americana», nelle quattro settimane previste dal Pentagono, ha completato gli accertamenti sulla morte di Nicola Calipari, il dirigente del Sismi ucciso la sera del 4 marzo a Baghdad mentre portava all'aeroporto Giuliana Sgrena, rilasciata nelle sue mani. Se le conclusioni non vengono rese pubbliche è solo perché i due rappresentanti nominati dal governo italiano, uno della Farnesina e uno del Sismi, si rifiutano di sottoscriverle. «Allo stato attuale - si legge infatti nel documento - non si ravvisano responsabilità». Questo significa che i militari chefecero fuoco, ammazzando sul colpo Calipari e ferendo l'inviata del manifesto e il funzionario Sismi al volante, non verranno deferiti a una corte militare Usa. Non saranno incriminati, per loro insomma nessun processo. Nemmeno un processo farsa come quello che mandò assolti gli assassini del Cermis. Di questo schiaffo si sarebbe discusso ieri sera, in un vertice super segreto a Palazzo Chigi al quale avrebbero partecipato Silvio Berlusconi, l'ambasciatore Usa a Roma Mel Sembler e il direttore del Sismi, generale Nicolò Pollari. Ufficialmente il governo tace e Gianfranco Fini, in visita proprio a Washington, sostiene che sono tutte «illazioni e indiscrezioni» che «appartengono solo alla polemica politica, non alla doverosa ricerca della verità». Martedì era stato lui, sempre dagli Usa, a far sapere che i lavori della commissione hanno «bisogno di tempo», sia pure senza specificare la natura dell'intoppo. E ieri, a braccetto con Condoleezza Rice, si è detto«lieto della collaborazioneinstaurata sin dal primo momento tra funzionari americani e italiani» per arrivare a una «ricostruzione condivisa». Il segretario di stato Usa gli ha dato una mano: «L'importante non è fare presto ma fare bene». Fini del resto ha accettato la versione Usa fin dall'inizio, già nell'intervista rilasciata la sera dei fatti parlava di «tragica fatalità» (Corriere, 5 marzo 2005). Per concludere che è stato «un incidente», neppure un vero «errore», la commissione presieduta dal generale Usa Peter Vangjel punta sulle presunte corresponsabilità degli italiani, che non avrebbero avvisato gli alleati dell'operazione in corso per il rilascio di Sgrena. Nessuno avrebbe sparato, dicono gli americani, se avessimo saputo che la macchina con l'ex ostaggio a bordo era sulla strada dell'aeroporto. Poco importa che Giuliana e il maggiore che guidava abbiano più volte confermato, nonostante i tentativi di farli cadere in contraddizione, che le raffiche colpirono l'auto all'improvviso, senza alcunavvertimento se non un faro abbagliante seguito quasi contemporaneamente dai colpi, senza giustificato motivo e con evidente violazione delle regole d'ingaggio. Nella commissione c'è stato, secondo fonti qualificate, un tentativo di mettersi d'accordo: gli americani sembravano disposti ad ammettere che l'auto andava piano (40-50 km l'ora, come dicono Giuliana e il maggiore) e in cambio gli italiani avrebbero riconosciuto quel faro come «segnalazione», ma a quanto pare il papocchio non è riuscito. Sulla mancata informazione ai comandi Usa l'ultima parola l'ha detta il generale Mario Marioli, vicecomandante della coalizione a guida americana, che la sera del 4 marzo era all'aeroporto in attesa della Toyota Corolla noleggiata dal Sismi. Calipari e il suo collega, al loro arrivo a Baghdad, si erano mossi con assoluta discrezione - spiega il generale nella relazione di servizio trasmessa a Roma - invitandolo a non fornire dettagli agli americani, una cautela doverosa per evitareinterferenze o atti di forza che avrebbero messo a rischio la stessa prigioniera. Ma Marioli nella relazione aggiunge che, a rilascio avvenuto, gli uomini del Sismi l'avevano autorizzato a fornire tutte le informazioni agli alleati, ciò che egli fece alle 20,30 ora di Baghdad (venti minuti prima della sparatoria) rivolgendosi al capitano Green, l'ufficiale di collegamento Usa che era con lui. Calipari non è certo la prima vittima del «fuoco amico» in Iraq, i casi registrati sono circa trecento e anche per questo gli Usa vogliono evitare un processo che costituirebbe un pericoloso e imbarazzante precedente. Così, a maggior ragione, rimangono bloccati i magistrati del pool antiterrorismo di Roma coordinato da Franco Ionta, che indagano per omicidio ma fin qui non hanno avuto risposte alle rogatorie rivolte agli americani, prima per conoscere i nomi dei militari della pattuglia coinvolti e poi per poter analizzare la Toyota Corolla di Calipari, che potrebbe dire molto sui colpi sparati(numero, direzione, distanza) e sulla velocità di marcia. Hanno fatto comprare l'auto e ne hanno perfino disposto il sequestro, provvedimento che però rimane virtuale finché il mezzo rimarrà nella base Usa di Camp Victory. Già il 21 aprile il procuratore di Roma Giovanni Ferrara aveva scritto a Palazzo Chigi per contestare la pretesa Usa di rimandare l'indagine giudiziaria all'indomani delle conclusioni della commissione. Vangjel ha confermato l'impostazione: «Vedranno l'auto quando avremo finito noi». E ieri il pm Pietro Saviotti ha ribadito al governo la richiesta di adeguate pressioni sugli Usa. Roberto Castelli, ministro leghista della giustizia, ha risposto: «Ho già fatto il possibile».
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