-L'inchiesta quasi chiusa, anzi no-
 







di Sara Menafra




L'ambasciatore Sembler assicura che l'indagine sulla morte di Calipari è quasi chiusa. Il Dipartimento di stato lo smentisce. Castagnetti: «Il governo italiano ammetta il fallimento»
Ormai neppure l'ambasciatore americano in Italia e il dipartimento di Stato del governo da cui proviene sono più in grado di fornire una versione comune sull'inchiesta congiunta sulla sparatoria del 4 marzo a Baghdad. O almeno sui tempi in cui questa indagine si chiuderà. Ieri mattina l'ambasciatore Mel Sembler, durante la consegna di un premio al presidente del senato Marcello Pera, ha colto l'occasione per specificare a tutti i cronisti presenti che l'inchiesta amministrativa del generale Peter Vangjel si sarebbe chiusa «entro pochi giorni». E ieri sera il portavoce del Dipartimento di stato americano Tom Casey ha spiegato al mondo esattamente il contrario: «Non so quando ci saranno le conclusioni. So solo che stiamo lavorando molto attivamente». Altre fontiamericane avrebbero ribadito che lo scontro con i membri italiani dell'inchiesta è ancora durissimo e che i lavori si chiuderanno solo ad accordo raggiunto. Ieri mattina il quotidiano newyorkese NewsDay scriveva che fonti dell'amministrazione statunitense parlano della tanto attesa chiusura come di un «bersaglio mobile» e quindi molto difficile da raggiungere. Chi ha ragione è difficile dirlo, anche se pure in Italia arrivano conferme sui tempi lunghi della discussione con gli Usa.
Dal canto suo Sembler ha provato a dire qualche frase tranquillizzante sulle indagini della procura di Roma a cui gli States potrebbero rispondere dopo la conclusione dell'indagine amministrativa. «Dobbiamo aspettare che si concluda l'indagine della commissione congiunta che si svolge in una zona di guerra», ha spiegato. Solo dopo il governo americano «prenderà in esame» le richieste della magistratura italiana. Da circa un mese gli inquirenti aspettano le risposte a due rogatorie sulla notte del 4 marzo,una con la richiesta dei nomi dei nove membri della pattuglia che ha aperto il fuoco e l'altra dedicata alla vettura colpita. Sul punto, però, l'ambasciatore spiega solo che in effetti la Toyota italiana si trova ancora a Baghdad: «Non so cosa succederà dopo che sarà reso pubblico il rapporto».
Il silenzio del governo italiano (per la verità in piena crisi) e i commenti entusiasti di Fini durante la missione in America continuano a far discutere l'opposizione. Durissimo il commento di Pierluigi Castagnetti, capogruppo della Margherita a Montecitorio che chiede al governo di ammettere davanti alle camere come non sia stato in grado di appurare alcunché sull'accaduto: «Il nostro interlocutore non sono gli Usa ma il governo italiano, sono stati loro ad accettare questa commissione congiunta sottovalutando il rischio che si concludesse con una verità convenzionale», spiega. E prosegue: «Le dichiarazioni di Giuliana Sgrena e quelle dell'autista della vettura colpita dai proiettili Usahanno argomentato ampiamente una versione diversa da quella circolata in questi giorni. A questo punto il governo dovrebbe semplicemente ammettere che non sono stati in grado di concludere nulla con i lavori di questa commissione congiunta e che non hanno ottenuto neppure delle vere e proprie scuse che pesino sul piano diplomatico. Certo, in questo momento non sappiamo neppure se ci sia un governo capace di rispondere a queste domande in parlamento...»
Anche il coordinatore nazionale della segreteria Ds Vannino Chiti è netto: «Bisogna che non si scherzi con questa situazione, che non si manchi di rispetto a Calipari, alla sua memoria ed anche ad un paese come l'Italia che vuole avere una sua dignità e deve averla». E tra le tante proteste arrivate ieri contro gli Usa c'è anche uno strano asse tra il Verde Paolo Cento e il sindacato di polizia della Uil (Uilps) entrambi convinti, da punti di vista opposti, che a questo punto sia necessario protestare davanti alle ambasciate e aiconsolati americani. «Se insistono con le veline, sarà necessario manifestare l'indignazione degli italiani davanti alle ambasciate e ai consolati Usa», dice Cento. E Michelangelo Starita, segretario della Uilps: «E' sconcertante quanto emerso dalle inammissibili fughe di notizie, secondo le quali sembra quasi che a premere il grilletto dei fucili che hanno colpito il nostro collega siano stati degli italiani». La Uilps potrebbe chiedere davanti all'ambasciata «in modo pacifico, ma deciso, una risposta concreta sulla morte di un poliziotto». da Il Manifesto









   
 



 
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