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Castelli prova a frenare le proteste dei pm: Su Calipari rispondo io |
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-Se ci sono problemi mi scrivano e io ho gli strumenti della rogatoria e della cooperazione giudiziaria. Questi sono gli strumenti che io ho in quanto Guardasigilli e intendo usarli fino a in fondo-. Sembra proprio che il ministro Castelli non abbia apprezzato la presa di posizione della procura romana contro l'immobilismo del governo. Il 21 marzo i magistrati - come pubblicato sulle pagine di questo giornale il 25 marzo scorso - avevano scritto direttamente al sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta per chiedere direttamente al governo di dare priorità alle indagini della magistratura e vigilare su quelle della commissione amministrativa dell'esercito americano che avrebbe potuto «pregiudicare l'accertamento della verità». Il richiamo, durissimo, firmato direttamente dal procuratore Giovanni Ferrara, non aveva avuto alcun effetto e ora che l'indagine amministrativa sembra quasi conclusa e che gli Usa fanno sapere da più parti chela procura romana potrebbe non avere mai le risposte che cerca, la notizia di quella lettera e del carteggio che l'aveva preceduto è tornata con più forza a campeggiare sulle pagine del Corriere della sera e della Stampa. Il Corriere in particolare ieri spiegava che lo scontro con l'indagine Usa sarebbe iniziato il 9 marzo, cioè quando l'ambasciata americana di Baghdad chiese per vie diplomatiche che la Toyota su cui viaggiavano Calipari e Giuliana fosse lasciata a Baghdad. Ferrara, su richiesta di Letta, avrebbe acconsentito chiarendo che «ogni accertamento» avrebbe dovuto essere svolto prima dalla «polizia giudiziaria». Le cose andarono diversamente, l'auto non è mai arrivata a Roma e da qui la dura protesta del 21 marzo. Tutta questa pubblicità sui giornali di ieri non è affatto piaciuta a Castelli. «Il ministro della Giustizia - ha risposto ai cronisti che gli chiedevano un'opinione - non si deve fare delle idee ma deve adoperarsi affinché tutte le azioni che la magistraturaitaliana sta portando avanti attraverso rogatorie o quant'altro, abbiano compimento nel modo più rapido possibile». Formalmente una posizione impeccabile: il ministro fa tutto quel che può per aiutare chi cerca la verità dei fatti. Peccato che informalmente dalle stesse stanze di via Arenula siano uscite veline di tutt'altro tono. Diverse agenzie di stampa ieri scrivevano come i «tecnici del ministero» spieghino che il trattato di assistenza giudiziaria dell'82 permette agli Usa di respingere le rogatorie «quando ci sia un'istruttoria in corso» come se quella dell'esercito Usa fosse davvero una indagine giudiziaria. Oppure argomentino che gli Usa potrebbero rifiutare di aiutare l'Italia perché l'indagine della procura «pregiudica la sicurezza o altro interesse essenziale» o sostenendo che la morte di Calipari può essere considerata un «reato solo militare». Aria fritta, ovviamente. Ma intanto circola su diverse agenzie di stampa, alcune considerate anche molto informate, e questorischia da al tutto un quid di credibilità. Quattro senatori della sinistra comunque - Alessandro Battisti (Margherita), Giovanni Forcieri (Ds), Gianfranco Pagliarulo (Pdci), Tommaso Sodano (Prc), Antonello Falomi (Il Cantiere) - hanno presentato una interrogazione per chiedere al ministro degli Esteri Fini e a quello della Difesa Martino «cosa intende fare il governo italiano, se ancora siede qualcuno in grado di decidere a Palazzo Chigi, nei confronti dell'amministrazione Usa che ha negato collaborazione per l'accertamento della verità sulla morte di Nicola Calipari sin dal primo istante, al punto da costringere la Procura di Roma a mettere nero su bianco scrivendo al sottosegretario alla presidenza del Consiglio?». SA. M. da Il Manifesto
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