LA VITA E MORTE DI UN AGENTE SPECIALE
 







di Gabriele Polo




«Quella sera del 4 marzo, tornando a casa dal lavoro, ero felice. La mattina avevo sentito Nicola al telefono. Aveva chiamato per fare gli auguri al piccolo. Non poteva esserci per il suo compleanno, ma voleva salutarlo. Lo avevo sentito sereno, quasi allegro, e questo significava notizie positive. Avevo imparato da tempo a capire come stavano andando le cose dal tono della voce, perché le parole non potevano esserci. A Nicola avevo detto che lo aspettavamo per festeggiare Filippo appena avrebbe potuto liberarsi. Quella è l'ultima volta che l'ho sentito. Uscendo dal lavoro avevo ricevuto una telefonata da mia figlia che annunciava la liberazione di Giuliana Sgrena: lo aveva detto al Jazeera. Se era vero voleva dire che mio marito sarebbe tornato presto, forse già il giorno seguente. Ero contenta. Ma appena sono entrata in casa ho incontrato tanti sguardi di persone conosciute, perlopiù colleghi di Nicola. Occhi bassi esilenzio attorno: nessuno mi guardava in faccia, nessuno parlava. Era successo qualcosa e non c'era chi avesse il coraggio di dirmelo. Ho urlato e ho chiesto, ma quei silenzi, quelle risposte evasive sono durati a lungo. Fino a quando ho capito da sola che Nicola era morto. La cosa più difficile è stato spiegarlo a mia figlia, che non poteva capire». E' la seconda volta che entro in quella casa, la casa di Nicola Calipari, dei suoi figli, di sua moglie Rosa. Rosa Villecco, vedova Calipari. La prima volta era il 4 marzo dello scorso anno. Nicola era stato ucciso da meno di un'ora. Quel primo incontro con Rosa non era stato lieve: attorno a noi c'era mezzo stato italiano (ministri, politici, generali, agenti dei servizi), ma era come non ci fosse nessuno. Il vuoto, almeno per me. Nicola in quella casa non l'avevo mai incontrato; sempre fuori, per strada, in uffici nascosti, nel palazzo del potere. Un mese duro e tremendo. Di quel mese, del suo epilogo e di tutto ciò che è seguitoparliamo con Rosa, un paio di giorni prima dell'anniversario dell'uccisione di suo marito, perché «il 4 marzo no - spiega - quel giorno voglio trascorrerlo nel silenzio».
Partiamo dal 4 febbraio, dal sequestro di Giuliana. Come ne hai avuto notizia?
Dall'Ansa, come voi. E ho capito subito che Nicola sarebbe partito, perché quelli erano i casi che «istituzionalmente» spettavano a lui e perché quelle erano le missioni che lui voleva gestire in prima persona. Non per protagonismo, ma perché Nicola era così: si faceva carico delle cose più difficili. Avevamo in programma una settimana di vacanza in montagna, in una vita in cui le vacanze erano un lusso raro. Ma venne convocato a palazzo Chigi, al ritorno ci accompagnò in montagna e ripartì subito. L'ho pregato di non farlo, o almeno, di gestire il sequestro da Roma. Ma sapevo che non sarebbe andata così. Mi disse semplicemente «sai che devo farlo». E andò.
Da quel giorno quante volte lo hai visto?
Poche,pochissime. Ero abituata alle sue assenze. Ancor oggi - e mi manca tantissimo - per me è come se fosse in missione. Ma Nicola era così. Si identificava completamente con le cose che faceva, ci credeva, non era un mero esecutore di ordini. Gli ordini c'erano sempre, ma c'era sempre - c'è sempre - un proprio modo di interpretarli, di farli diventare fatti. E del resto la linea della trattativa con i sequestratori era completamente coerente con il pensiero e la vita di Nicola. Per lui l'ostaggio era la priorità, qualunque ostaggio fosse, comunque la pensasse. Esattamente come, prima, quando era alla mobile o all'ufficio immigrazione, era la persona il centro di ogni attenzione e le leggi dovevano rapportarsi a ciò e a chi si aveva davanti.
Cosa hai potuto capire del sequestro di Giuliana in quel mese?
Che era un caso più difficile di altri. Giuliana era una giornalista, una giornalista del manifesto. La pressione dell'opinione pubblica era fortissima, la situazione inIraq era peggiorata rispetto al sequestro delle due Simone. Nicola era molto teso, anche se lo nascondeva; perché lui era fatto così, trasmetteva sicurezza e senso di protezione a chi gli stava attorno, alla famiglia come ai colleghi. Anche se parlava poco, se non con gli amici più intimi. La tensione se la teneva dentro, pochi la percepivano, più che altro dai silenzi. Eppure andava avanti lo stesso, perché alle spalle aveva un progetto, quello del servizio ai cittadini e della trasparenza del suo ufficio. Era entrato nel Sismi nell'estate del 2002 su richiesta del generale Pollari. Ci aveva pensato a lungo prima di accettare quella proposta. Ma alla fine aveva detto sì, essenzialmente per due motivi: perché il suo bisogno di sentirsi al servizio del paese lo portava a preferire i ruoli operativi e perché lo affascinava la sfida di rendere più trasparenti quegli apparati come i servizi segreti che in passato erano stati al centro di tante manovre oscure, vissute tutte nella logica delsegreto e della separazione dalle istituzioni democratiche, in qualche modo indipendenti da esse, se non in competizione con esse.
Torniamo al sequestro di Giuliana. Tu cosa hai saputo di quel mese?
Allora praticamente nulla, sicuramente voi ne sapevate di più. Ma era giusto così. Con noi, con la sua famiglia, lo sforzo di Nicola era di rassicurare, di farci capire che lui c'era anche quando non poteva esserci materialmente. E, in fondo, bastavano poche telefonate, nemmeno tutti i giorni, per capire che era così. Per il resto, lui ogni tanto appariva, quasi inaspettato, alle ore più assurde. Tranne una volta, quando volle passare una serata con noi, rinunciando a una delle sue tante riunioni. Una cena in famiglia, l'ultima volta che l'ho visto, una decina di giorni prima del 4 marzo.
Quella sera ci siamo detti poche cose, ma una tua frase è stata come un pugno nello stomaco: «Adesso capirete che quando si serve lo stato non si è né di destra né di sinistra». Un annodopo posso chiederti cosa volevi dire?
Che non bisogna avere pregiudizi, che ci sono persone che lavorano negli apparati dello stato - persone come Nicola - che non ne hanno quando affrontano una missione. Non importava cosa pensasse Giuliana, Nicola doveva liberarla per permetterle di continuare a dire liberamente ciò che pensava. E si sarebbe comportato così con chiunque. Questa è la libertà che uno stato deve garantire ai propri cittadini: poter essere ciò che ognuno vuole essere. In questo senso la sicurezza è un diritto dei cittadini, non è un concetto di destra.
Da questo punto di vista l'incontro con Giuliana e con il manifesto è stato un po' particolare....
Sì, ma Giuliana quando l'ho incontrata in ospedale, il giorno del suo rientro in Italia, per me era soprattutto l'ultima donna che era stata accanto a Nicola, la persona che poteva raccontarmi come erano andate le cose, perché fino a quel mattino io sapevo solo che Nicola era morto davanti a un posto diblocco americano. Volevo condividere con lei gli ultimi istanti della vita di mio marito - risentirne le parole e rivederne i gesti attraverso il suo racconto - e iniziare la ricerca della verità. Del resto non ho mai pensato che lei fosse in qualche modo responsabile di ciò che è successo. I responsabili sono altri e ancora non li conosciamo. Quanto a voi del manifesto, posso dire solo due cose, una per me e una per Nicola. Per me è stato un ri-incontrarsi: il manifesto era il giornale che leggevo da ragazza; in questo ultimo anno è stato il solo - insieme all'Unità e, su un altro «versante», al Tempo - a tenere alta l'attenzione sul «caso Calipari», a non voler dimenticare. Per Nicola, invece, è stato un vero incontro e ne era felice, perché vedeva che nella pratica quotidiana, su un caso concreto, i pregiudizi svanivano. E, poi, perché aveva scoperto qualche affinità umana ed era felice di potersene fidare.
Oltre alla mancacanza di Nicola, cosa tirimane di questo anno senza di lui?
Il bene che mi è venuto da tante persone «normali». Le celebrazioni ufficiali le ho accettate per Nicola, perché gli era dovuto. Ma noi, la sua famiglia, avremmo preferito il silenzio. Parlare o apparire ci è troppo doloroso. Ma in quest'anno ho anche incontrato - fuori dall'ufficialità - un'Italia pulita e positiva che ha capito il senso del sacrificio di Nicola, che ha compreso il suo spirito di servizio che andava al di là del «dovere da adempiere». Sono persone che - accanto agli amici di sempre - ci hanno aiutato a sopportare il vuoto.
Quest'anno ha avuto due fasi: all'inizio si è parlato moltissimo di Nicola, poi è prevalso il silenzio...
A un certo punto Nicola non ha fatto più notizia. Era strano: i giornali non ne parlavano più, moltissima gente continuana a scriverci e a cercarci. La svolta è stata la pubblicazione dei due rapporti sulla sua morte, quello americano e quello italiano, lo scorso aprile. E' come se allorail caso fosse stato considerato chiuso. Devo dire che la rottura tra commissari italiani e americani - che ha prodotto due conclusioni diverse - ha dato un minimo di dignità a questo paese. E in questo credo che Niccolò Pollari e Gianni Letta abbiano avuto un ruolo decisivo. Ma poi è mancato un seguito. Perché la magistratura è andata avanti nelle indagini, ma il mondo politico l'ha lasciata sola. Ora abbiamo un «indiziato», un soldato americano, ma perché non sia un comodo capro espiatorio ci deve essere un processo che permetta a lui di difendersi e a noi di formulare le domande che non hanno avuto risposta nella ricerca delle responsabilità di quell'omicidio. E per far questo le istituzioni politiche italiane devono alzare la voce con l'alleato americano. Questo è mancato.
Quali sono gli interrogativi che sono rimasti aperti?
Perché quel posto mobile è stato lasciato lì - al buio in tutti i sensi - anche quando il vip che doveva proteggere (l'ambasciatore Negroponte,ndr) era passato da tempo? Perché chi aspettava Nicola all'aeroporto (due ufficiali, uno italiano e uno americano, ndr) non è stato avvisato della presenza di quella pattuglia americana sulla strada che portava all'aeroporto? Dall'aeroporto erano usciti e all'aeroporto sarebbero dovuti rientrare; e percorrendo quella strada. Potevano essere avvertiti della presenza di quell'invisibile posto di blocco. Invece nessuno lo fece. Chi ne è responsabile? Perché questa negligenza? Queste sono le domande. Se e quando sapremo le risposte potremo avvicinarci alla verità.da Il Manifesto










   
 



 
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